Altre Economie

La filiera di Gaia

Una ventisettenne laziale lascia l’insegnamento per riportare il feltro all’uso quotidiano. E per farlo sceglie di lavorare solo lane locali Gaia arriva alla stazione di Verbania con la sua vecchia auto a metano. Risaliamo con fatica le ripide curve che…

Tratto da Altreconomia 109 — Ottobre 2009

Una ventisettenne laziale lascia l’insegnamento per riportare il feltro all’uso quotidiano. E per farlo sceglie di lavorare solo lane locali

Gaia arriva alla stazione di Verbania con la sua vecchia auto a metano. Risaliamo con fatica le ripide curve che portano in un piccolo borgo sopra il Lago Maggiore. Qui Gaia ha scelto di vivere e di cominciare l’attività di feltraia.
All’inizio del 2008 comincia a costruire la sua idea di recuperare la lana locale, altrimenti buttata, per trasformarla in oggetti in feltro. Un processo artigianale, per il quale si utilizza la lana di pecora semilavorata, cioè lavata e cardata, prima della filatura. Il feltro è un tessuto caldo, leggero ed impermeabile. Per realizzarlo le fibre devono essere bagnate con acqua calda e sapone e manipolate a lungo, finché le squame dei peli non si incastrano l’una nell’altra. Una tecnica di lavorazione antica, diffusa in diversi continenti e completamente naturale.
Gaia è un ingegnere informatico ventisettenne, originaria dell’alto Lazio. Fino alla fine dell’anno scolastico 2008/2009 insegnava elettrotecnica alle professionali a Domodossola, dedicando metà del suo tempo all’insegnamento, l’altra metà al feltro. Con gli scrutini di metà giugno ha deciso di dare le dimissioni, per dedicarsi completamente alla creazione artigianale. Da sempre attratta dai lavori manuali, ha imparato le tecniche di lavorazione del feltro andando a lezione, una sera alla settimana, dall’associazione “Le Frau” di Omegna, sul lago d’Orta (No). Le tre ragazze che tenevano i corsi compravano la lana già cardata in Alto Adige e Germania. “Mi sono subito chiesta se non fosse possibile utilizzare la lana locale per fare il feltro”. Lo scambio via e-mail con un’altra feltraia che utilizza la lana delle sue pecore l’ha spinta alle fiere del bestiame, dove ha preso contatto con gli allevatori locali. Ha cominciato così a conoscere i piccoli allevatori delle sue valli, stingendo alcuni rapporti preziosi. “Mi ringraziano, non solo perché tolgo loro il peso dello smaltimento della lana, ma anche perché do un valore al prodotto delle loro pecore”. Un giovane allevatore, Damiano, è quello che le fornisce la materia prima più pregiata. Anche lui, come Gaia, ha scelto di vivere in montagna, per fare l’allevatore e il produttore di formaggi.
“È bello perché non abbiamo uno scambio monetario, a Damiano ho regalato un gilet in feltro che ora tutti gli invidiano. Invece di acquistare la lana da lontano, conosco il territorio e le persone che ci vivono. È impagabile il tempo che passo con loro a chiacchierare”.
Gaia recupera la lana in autunno, e solo quella tosata a pecore allevate all’aperto: quella degli animali che stanno sempre in stalla è sporca e difficilmente utilizzabile. La seconda tosa annuale, quella primaverile, si ottiene invece da pecore che hanno molto probabilmente passato l’inverno in stalla.
Lavora 3 o 4 tipi di lane mischiate, per omogeneizzare il risultato. Ogni lana, infatti, infeltrisce in maniera diversa ed è più o meno morbida. Una volta trovati i contatti locali, Gaia ha cominciato a strutturare il progetto “Gaiadilana”. Ha creata il sito da sola (www.gaiadilana.com), e impostato una campagna di comunicazione mirata: ha contattato la rete dei gruppi d’acquisto solidali (Gas) italiani chiedendo suggerimenti e collaborazioni; ha acquistato degli annunci su periodici specializzati come Aam Terra Nuova e spedisce materiale cartaceo alle associazioni Steineriane in giro per l’Italia.
Dall’autunno 2008 ha cominciato a evadere gli ordini dei Gas, che rappresentano la maggior parte delle sue vendite, e in molti la vogliono andare a trovare, per costruire rapporti di fiducia per forniture continuative.
Si è data un obiettivo: realizzare prodotti in feltro economicamente accessibili a chiunque, inserendosi nel circuito dell’economia solidale, scegliendo attentamente fornitori e clienti.
Gaia non crea solo cappellini, pantofole, borsette e pupazzi. Sta studiando degli impermeabili in feltro (la lanolina, il grasso che rimane sulla lana, la rende piuttosto impermeabile alla pioggia), copri-borracce e borse termiche. La sua ambizione è di utilizzare il feltro come materia prima rinnovabile per prodotti “non usa-e-getta”. In particolare, ha ideato pannolini lavabili per bambini e assorbenti lavabili per donna. Questi ultimi, privi di nylon, sono costituiti da un solo pezzo di feltro, tessuto che “trattiene” ma non si imbeve, e che sotto l’acqua corrente -come una spugna- cede tutto il liquido assorbito, asciugandosi poi rapidamente. “Mi piacerebbe anche cominciare a filare la lana. Ho conosciuto un’anziana signora che possiede strumenti e competenze, e che non vede l’ora di potermi passare il suo sapere”.
Ha già cominciato a tingere la lana con le piante, per il momento solo piccoli esperimenti con cipolle e spinaci. Un’altra idea da realizzare è una collaborazione con i produttori di materassi e cuscini con l’imbottitura in lana cardata. Già adesso la contabilità è in attivo.
Le maggiori spese sono in promozione, i costi fissi sono invece scarsi. La lana la ottiene gratis, al momento non paga l’affitto e può utilizzare un lavatoio con acqua di sorgente, che era in disuso e lei ha ripristinato. Per la cardatura utilizza la vecchia strumentazione a mano di un pensionato, figlio di materassai. “Quando mi serve, vado da lui che la tira giù dal solaio per farmela usare”. E nella casa dove vive ha trovato la macchina da cucire che utilizza, a pedali. Il sapone di Marsiglia lo acquista tramite il suo Gas da Hierba Buena, produttore di detergenti e cosmetici ecologici di Verduggio (Mi). Per i prodotti di merceria tende a scegliere piccoli negozietti in zona, mentre i cotoni che utilizza sono di recupero o biologici. Per l’interno dei pannolini sta sperimentando i la canapa italiana.
“Gaiadilana”è alle prese ora con la burocrazia necessaria a sistemare il cambiamento da impiegata statale ad artigiana. Assieme ad un’associazione di categoria degli artigiani sta valutando se diventare una libera professionista o se fondare una piccola cooperativa. Vorrebbe registrare il marchio Gaiadilana e brevettare qualcuna delle sue invenzioni in feltro. Se le vendite andranno bene immagina di potere assumere anche un aiutante e di poter costruire un nuovo laboratorio. Non crede che avrà bisogno di sovvenzioni o di finanziamenti. “In ogni caso mi affiderei a una Mag, voglio evitare le banche tradizionali”.

Se la lana va in discarica
Secondo dati Istat del 2004, in Italia vengono allevati ancora tra gli 8 e i 9 milioni di pecore, che producono 93mila quintali di lana da lavare. La metà potrebbe essere utilizzata per diversi impieghi, dal settore tessile alla bioedilizia. In Italia invece il 95% della lana viene buttata. Solo il 5% trova ancora un utilizzo in bioedilizia o nell’artigianato, pagata al massimo una trentina di centesimi di euro al chilo. Un problema innanzitutto ambientale ed economico. La lana deve essere trattata come rifiuto speciale, da smaltire in discariche attrezzate, pagando una tassa. Per risparmiare viene spesso abbandonata nei pascoli, interrata o bruciata, e crea problemi di inquinamento perché si degrada lentamente e può produrre fumi tossici.
Tradizionalmente la tosatura viene effettuata due volte l’anno, in primavera e in autunno, ottenendo fino a tre chilogrammi di lana a capo. Per risparmiare si tende oggi a farne solo una, in quanto la tosatura di una pecora costa intorno ai 2 euro. Oggi la lana utilizzata arriva prevalentemente da Australia e Nuova Zelanda, pagata fino a 4 euro al chilo in quanto molto più morbida e fine di quella italiana, oppure viene sostituita da prodotti sintetici derivati dal petrolio. Le greggi italiane non sono quindi più allevate per i loro velli, e ciò causa uno scadimento della qualità del pelo. Per impiegarla in bioedilizia come mateirale isolante o per farne feltro questo non rappresenta però un problema.

Le feltraie toscane
L’associazione culturale “Le Feltraie” (www.feltraie.it) è dal 2007 un punto di riferimento e fonte di ispirazione per quei pochi feltrai che utilizzano lane locali. È una passione, non una professione a tempo pieno. Raccolgono lana dai pastori del Valdarno a maggio, la lavano, la fanno cardare e anche filare da uno dei pochi che carda lana locale lavata a mano e non “carbonizzata” (la carbonizzazione è un trattamento a base di acido solforico), il Lanificio Giannini a Ponte Sestaione (Pt). Ai mercatini biologici presentano quindi feltro e filati e organizzano corsi per sensibilizzare adulti e bambini alla manualità e in particolare alla scelta consapevole di lane locali. La motivazione di fondo di questa attività è infatti “lo sgomento e l’indignazione di fronte ad un tale sacrilegio come l’interro della lana italiana”, chiarisce Annalisa, una delle tre fondatrici. “Facciamo vedere che meraviglia di prodotto va buttato e che cose meravigliose ci si possono fare”. Hanno avuto anche un contributo della provincia di Firenze su un progetto di recupero delle lane finalizzato alla riduzione dei rifiuti. Ora puntano ad allargare l’uso di filati locali almeno fra gli artigiani che vendono nei mercatini bio e che hanno forti difficoltà a trovare filati “sostenibili” di buona qualità.

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