L’emozione della libertà

A una decina di giorni dal referendum, le "idee eretiche" dal numero di giugno 2011 di Altreconomia

Tratto da Altreconomia 128 — Giugno 2011
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L’emozione della libertà. È quella che sta sorgendo nel Paese, nonostante lo strapotere delle oligarchie e gli eccessi di arroganza dei cosiddetti “moderati”. E questa emozione non resta effimera, fine a se stessa. Perché invece è l’impulso del risveglio che porta a scoprire la passione per la democrazia. Precisamente quella passione che moltissimi -ormai la maggioranza dei cittadini oggi in Italia- vogliono esprimere affermando il loro “sì” all’abrogazione delle norme che hanno stabilito il ritorno all’energia nucleare, la privatizzazione dell’acqua e il “legittimo impedimento” per i governanti a partecipare ai processi che li vedono imputati.
A suo modo il governo Berlusconi ha colto quanto sia pericolosa questa emozione, ammettendo apertamente che il provvedimento emanato apposta per “sospendere” la decisione sul nucleare serve, dopo la catastrofe di Fukushima, per impedire ai cittadini di votare. Il loro infatti, secondo il governo, sarebbe solo un “voto emotivo”. In un certo senso, molto diverso da quello inteso dalla destra al potere. È vero: i referendum hanno finalmente diffuso nel Paese la sensazione che si possa cambiare, che i cittadini possano contare intanto per fermare i progetti più deliranti.
Questa percezione è decisiva: l’iniquità, che sembra vincente e insuperabile, in verità non è necessaria, può essere sconfitta. Sorge da qui l’emozione della libertà, che si dispiega divenendo passione, ma anche esercizio di intelligenza e di creatività civile.
Se proviamo a chiederci quale sia lo stesso filo che lega chi -in rapporto al nucleare, all’acqua e all’eguaglianza di tutti dinanzi alla legge- si colloca sul versante opposto alla tutela del bene comune su questioni così essenziali, non è difficile capire che questo unico filo di collegamento è dato dall’avidità.
Il gelo del cuore chiuso dall’avidità è infatti riconoscibile chiaramente alla radice del desiderio perverso di fare affari gettando il Paese contemporaneamente nella trappola del nucleare, nell’assurda privatizzazione di un bene naturale e universale come l’acqua, nonché nella pretesa di monopolizzare il potere esecutivo del governo ponendolo al di sopra di ogni legge. Se la democrazia fosse immaginabile come un albero, provvedimenti del genere somiglierebbero a letali colpi di scure.
Basta pensare all’entità della posta in gioco per comprendere che non si tratta affatto di questioni settoriali. Sono invece nodi cruciali per la qualità della convivenza civile, per poter stabilire se essa è fondata sulla prepotenza oppure sulla giustizia, sulla passione per il bene comune o sul bisogno patologico di accaparrarsi ogni possibile profitto in termini di denaro e di potere. Il paternalismo in malafede di chi denuncia con disprezzo l’eventualità del “voto emotivo”, facendo di tutto per sabotare la consultazione democratica dei referendum, non ha dalla sua uno straccio di argomentazione razionale su nessuno dei quesiti referendari.
Il ricorso all’energia nucleare è inaffidabile, pericoloso, incontrollabile, inadeguato da ogni punto di vista: ambientale, sanitario, tecnologico, economico, come anche sul piano della sicurezza. Lì dove governanti e amministratori locali in diverse regioni del Paese non sanno minimamente fare fronte al problema dei rifiuti, si vorrebbe far credere che invece il problema delle scorie nucleari è facilmente risolvibile. La trovata di privatizzare l’acqua, a sua volta, è così palesemente contraria al buon senso e alla giustizia che persino i sostenitori di questa sciagurata politica di mercificazione di ogni cosa cercano di camuffare la loro scelta, dicendo per esempio che saranno privatizzati gli acquedotti e non l’acqua. Siamo di fronte alla barbarie tipica della logica secondo cui il profitto va cercato a tutti i costi. La pretesa di impunità e di immunità nei confronti della legge è il tassello che si incastra perfettamente nel quadro di questa mentalità ostile alla democrazia.
In risposta a questo tentativo di saccheggiare l’Italia e di sottrarle definitivamente la democrazia, il voto emotivo, passionale, lucido e razionale che dice “sì” all’abrogazione delle norme sottoposte al referendum è il primo grande atto di civiltà, prima ancora che di azione politica, che può generare una globale inversione di tendenza. Si tratta della svolta che porterà a isolare e a sconfiggere democraticamente chi confida nella rovina della comunità e nella passività dei cittadini.

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