Opinioni

La democrazia come stile di vita

Anticipiamo la rubrica di Roberto Mancini, che dopo la caduta del governo Berlusconi riflette sui cambiamenti indispensabili per salvare il nostro Paese (e la società mondiale) dalla rovina

Tratto da Altreconomia 133 — Dicembre 2011
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Due guarigioni indispensabili. Sono quella dell’Italia e quella, quanto mai ardua, della società mondiale. L’una deve portare la coscienza collettiva del nostro Paese a credere nella democrazia come stile di vita, l’altra deve portare alla deposizione del capitalismo finanziario. A chi consideri la stagione attuale cercando di cogliere il processo storico d’insieme, senza fermarsi su aspetti particolari, non sfuggirà il fatto che siamo su una strada senza uscita. Più ci si ostina ad andare avanti con la stessa logica e più si va verso la rovina. Il che vale sia per il nostro Paese che per il mondo.
La fine dell’era Berlusconi non deve illudere fino far dimenticare che la democrazia italiana è malata. È sì la liberazione da un incubo, ma questo di per sé non risolve i problemi di fondo. Quell’atteggiamento fatto di cinismo, di irresponsabilità e di sentimenti antidemocratici che inquina la mentalità di molti è ancora pressoché intatto. Per guarire da questa patologia sarebbe necessaria l’azione convergente, da un lato, di un processo di rilancio dell’educazione etica e civica nelle famiglie come nella scuola e, dall’altro, di un risveglio della partecipazione dei cittadini territorio per territorio. Ma queste dinamiche di risanamento non possono dispiegarsi se intanto non prende corpo un chiaro progetto di democratizzazione del Paese, che assuma l’attuazione della Costituzione come priorità sistematica del governo.
Nella situazione attuale un governo “tecnico” non rappresenta in quanto tale la soluzione. Potrà esasperare la politica di compiacenza verso le pretese più inique del sistema dei “mercati”, oppure prendere provvedimenti che cerchino il risanamento nella redistribuzione più equa del reddito. In ogni caso dovrà trattarsi di una fase breve, che conduca a nuove elezioni. Ma che cosa risolverà la consultazione elettorale, se in essa non si avrà modo di scegliere un vero progetto di democratizzazione? Le vere “riforme” urgenti sono quelle che rafforzano l’efficacia della democrazia dei cittadini e che sanno contrastare con forza sia l’egocentrismo dei professionisti della politica, sia la cieca avidità dei “mercati”.
Sta proprio qui il legame con l’altra e più difficile guarigione, quella della società mondiale, rimasta da sempre senza un autentico ordine di convivenza. La guarigione consiste in una svolta internazionale che porti a nuovi accordi, a una nuova legislazione in ogni Paese e a una politica di drastica tassazione delle transazioni di borsa, finalizzata a una vera e propria deposizione della finanza. La sovranità sul destino della società mondiale o è dei popoli, oppure è degli speculatori e delle loro agenzie di rating. Si tratta di trasformare il senso stesso della vita economica: il suo scopo non è quello di fare del denaro il fine e il soggetto di ogni cosa, ma è quello di dare sicurezza materiale e sociale a tutti, liberando l’umanità dall’angoscia mortificante della lotta per la sopravvivenza.
È chiaro che una trasformazione di portata così profonda non potrà certo avere luogo solo in uno o in pochi Paesi. Il primo passo del cambiamento sta anzitutto nel giungere a concepire questa via di cambiamento: la via di un patto tra i popoli e tra i governi -analogo a quello da cui nel secolo scorso nacquero la Carta delle Nazioni Unite, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e le Costituzioni democratiche del secondo dopoguerra- per regolamentare l’economia, invertendo la tendenza a liberalizzarne le forze distruttive. Ciò comporterebbe la valorizzazione dell’economia concreta, fatta di rispetto per il lavoro, di cura dei beni comuni e non solo privati, di soddisfacimento dei bisogni fondamentali e di attuazione dei diritti umani. La metafisica del consumismo, l’ideologia della crescita e la sovranità degli speculatori devono essere ripudiate, preferendo invece una politica di armonizzazione e di giustizia, che parta dai bisogni essenziali della vita di ognuno e da quel primo bene comune che è la convivenza civile.
In proposito il sociologo Luciano Gallino ha opportunamente ricordato quanto siano decisivi, per il futuro della democrazia, il mantenimento e lo sviluppo del modello sociale europeo. Quel modello che chiede alla rete di istituzioni della società di farsi carico dei bisogni fondamentali delle persone senza abbandonare nessuno al suo destino. Questa è la direzione non solo per reagire alla crisi, ma per sradicarla.

ROBERTO MANCINI insegna Filosofia teoretica all’Università di Macerata. Tra i suoi ultimi libri: Visione e verità (Cittadella editrice, 2011), La logica del dono (Edizioni Messaggero, 2011) e Idee eretiche (Altreconomia, 2010)

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