Diritti

“Diaz”, tra fiction e realtà

Esce nelle sale il film di Fandango sulla “macelleria messicana” durante il G8 di Genova, nel 2001. Ma manca una riflessione sul ruolo della Polizia di Stato.

Qui la videorecensione di Lorenzo Guadagnucci (dal canale Youtube di Altreconomia)

Tratto da Altreconomia 137 — Aprile 2012

Undici anni dopo, il sangue della scuola Diaz è al cinema. “Diaz. Don’t clean up this blood” è il film di Daniele Vicari (prodotto da Domenico Procacci) che ricostruisce la notte tra il 21 e il 22 luglio 2001, quando 200 agenti di polizia irruppero nel “dormitorio” che ospitava i manifestanti venuti a Genova per il summit dei G8, in via Battisti, seminando manganellate, violenza, paura, menzogne. Il film è nelle sale italiane dal 13 aprile, dopo essere stato presentato al 62° Festival del cinema di Berlino (dove ha vinto il premio del pubblico). Noi di Altreconomia eravamo davanti alla Diaz  quella notte. Dentro c’era il nostro collega Lorenzo Guadagnucci, che ha vissuto sulla sua pelle quella che Amnesty ha definito la più grave violazione dei diritti umani dalla Seconda guerra mondiale. Abbiamo visto il film in anteprima, a inizio marzo, con Enrico Zucca, Sostituto procuratore generale a Genova, pubblico ministero nel processo Diaz -quello dov’erano imputati 29 appartenenti alle forze dell’ordine-. Quello di Vicari è un film violento, duro, difficile da digerire. È stato girato in Romania, ma sembra un documentario per la resa realistica delle immagini. I nomi sono stati cambiati, ma tutti i protagonisti sono ben riconoscibili. 
Con Enrico Zucca e con Lorenzo prendiamo spunto dal film per “ritornare” a Genova, a quella notte. E a tutto quello che ne è seguito.

Zucca:
“La tecnica è quella realistica dei film di guerra, si ha la sensazione di essere dentro la Diaz, al momento del blitz contro i ribelli il cui covo è stato individuato. La violenza della reazione è sempre in primo piano, quasi ripetitiva e ossessiva. Vuole disturbare, mettere a disagio. Talora il film è esageratamente filologico: quanto raccontato nel processo è riprodotto fedelmente. Eppure, se guardiamo proprio alla vicenda personale di Guadagnucci (che nel film viene chiamato Luca Gualtieri ed è interpretato da Elio Germano, ndr), la violenza da lui subita e testimoniata è stata maggiore. La ferocia, la follia e l’odio degli assalitori che colpiscono lui e i suoi casuali vicini di sventura, non si vedono. La giovane americana che gli sta accanto in ginocchio, aspettando l’arrivo dei poliziotti in posizione di resa, e che viene colpita per prima con un calcio che la fa cadere all’indietro, non si vede. Non si coglie la progressione della violenza sui feriti, che diventa tortura, poiché ritorsiva e ingiustificata. Altre scene fra le più cruente che ci si aspetterebbe di vedere non ci sono. Lena, una giovane tedesca, e il suo compagno si rifugiano in uno sgabuzzino al quarto piano. La polizia arriva: Lena viene picchiata e trascinata per i capelli per due rampe di scale. Nel film il poliziotto la trascina a corpo morto, ma non per i capelli. Chi conosce la vicenda processuale scopre che il regista sorprendentemente rinuncia a descrivere alcune delle azioni più brutali. Il pestaggio di Mark Covell, per quanto in evidenza, è ripreso trascurando l’esposizione del corpo esanime per lungo tempo prima di ricevere i soccorsi. Dettagli? I fatti sono già così intollerabili che lo spettatore ignaro probabilmente immagina che il regista abbia invece esagerato. L’esposizione della violenza, cui sembra essere affidata una funzione di per sé valutativa, è tuttavia riduttiva rispetto ai fatti reali, quasi come se l’autore si sia contenuto per timore di apparire non credibile.
D’altro lato, le scene che riguardano Bolzaneto sono più caricate: un segno di maggiore libertà narrativa che dimostra come gli abusi nell’uno e nell’altro contesto sono stati diversamente ammessi e stigmatizzati di fronte all’opinione pubblica.
Va detto che se la scelta è quella di far parlare i fatti, allora non c’è spazio per l’equilibrio. Le cose vanno viste come sono. I giudizi e le riflessioni possono invece essere equilibrati, ma se uno cerca l’equilibrio nel racconto è già fuori dal reale”.

Lorenzo: “Vedrò il film all’uscita nelle sale, quindi non posso dire niente su questo punto. Ripensando però a quello che ho vissuto, credo che l’aspetto più difficile da restituire al pubblico, di quanto accaduto dentro la scuola, sia la paura. Per me, il momento più duro di quella notte è stato dopo il pestaggio. In quel momento eravamo nella palestra al pian terreno, da una parte i feriti, dall’altra chi stava meglio, sotto il pieno controllo degli agenti. In quel frangente, che è stato molto lungo, molti di noi hanno avuto paura di essere solo all’inizio della disavventura. Qualcuno ha pensato a un colpo di Stato, altri hanno avuto il timore d’essere uccisi: le minacce e le affermazioni dei poliziotti legittimavano questi pensieri. Ricordo i pianti, il terrore, il sentirsi inermi di fronte a persone che avevano il dominio della situazione. Solo l’arrivo della prima ambulanza ha rotto questo clima”.

Zucca: “Il film asseconda la versione che il massacro cessa perché Michelangelo Fournier (capo del VII nucleo sperimentale del I reparto mobile di Roma, nel film chiamato Max Flamini e interpretato da Claudio Santamaria, ndr),  pensa che una giovane tedesca, Melanie J., sia morta dopo il pestaggio che subisce. La scena è ben ricostruita. Addirittura c’è il dettaglio di Fournier che cerca -con un calcetto- di capire se la ragazza dà segni di vita. Un gesto significativo di uno stato d’animo: non è un soldato che si china su un ferito…”.

Lorenzo: “Questo è un aspetto che non è stato colto: il fatto che alla scuola Diaz non sia morto nessuno è un evento casuale. Lo stesso Fournier -quello che ha descritto la Diaz come una ‘macelleria messicana’- ha detto in tribunale che il manganello ‘tonfa’, per come è presentato agli stessi agenti che dovranno utilizzarlo, è un arma potenzialmente letale. Gli agenti picchiatori, alla scuola Diaz, hanno agito prendendosi il rischio di uccidere. Io stesso ricordo una gragnuola di colpi, contro di me, sferrati senza il minimo riguardo: ho protetto la testa con le braccia, ritrovandomi con gli avambracci scarnificati. Se quei colpi mi avessero raggiunto alla testa… Del resto l’episodio di Melanie parla chiaro: quella macchia rossa vicino alla sua testa non era materia cerebrale, ma poteva esserlo…”.

Lorenzo, tu e il Comitato “Verità e giustizia per Genova” siete stati coinvolti nella realizzazione del film?
“Non c’è stato coinvolgimento. Incontrai il produttore Domenico Procacci e il regista Daniele Vicari all’inizio del loro lavoro, prima ancora che ci fosse una sceneggiatura, forse tre anni fa. Fu uno scambio di idee, poi loro proseguirono per la loro strada. Solo un paio di volte Vicari mi chiese poi delle informazioni, ma solo per qualche dettaglio. Hanno lavorato in piena autonomia, senza coinvolgere me né il Comitato. È una scelta del tutto legittima, che non mi ha creato alcun disagio: stiamo parlando di fatti storici, che ciascuno può far propri ed elaborare in un libro, un film, un documentario, un fumetto, come tanti altri hanno fatto. Il problema con la Fandango è nato quando hanno annunciato l’avvio delle riprese. Il produttore precisò che non sarebbe stato un film contro la Polizia e disse di avere inviato la sceneggiatura al capo della Polizia, Antonio Manganelli. Su questo punto il mio dissenso è stato netto. E lo confermo. Quando si realizza un’opera come questa, cioè il racconto con lo strumento del cinema di un gravissimo caso di abuso di potere, compiuto da un corpo dello Stato che nel frattempo non lo ha rinnegato, né ha cambiato i propri vertici, io credo che si compia un’operazione politico-culturale che comprende non solo la pellicola, cioè il film che si vedrà nelle sale, ma anche il discorso pubblico che si costruisce intorno alla realizzazione del film. A cominciare dal primo annuncio pubblico, che infatti guadagnò importanti titoli sui giornali. In quel momento Domenico Procacci, come ho avuto modo di dirgli anche di persona, ha fatto un grave errore, perché la sua apertura al capo della Polizia è stata del tutto gratuita e immeritata, e ha creato quindi grande ambiguità. Voglio spiegare bene che cosa intendo dire: sono stato fra i primi a cercare un dialogo con le forze dell’ordine, organizzando a Genova -con Altreconomia e Peacelink- un convegno con le vittime della Diaz e i sindacalisti di polizia, addirittura nel luglio 2002, quindi con le ferite ancora freschissime. Fu un’apertura che denotava grande maturità da parte delle vittime degli abusi, ma che non fu colta da nessuno. Poteva dare esiti importanti, originali, creativi, e fu invece lasciata cadere. Il dialogo è importante, ma per essere una cosa seria, deve rispettare certe condizioni, altrimenti diventa una capitolazione di fronte al più forte, a chi detiene il potere. Non ha senso proporre oggi un’apertura di credito unilaterale a vertici della polizia che nell’insieme in questi anni hanno operato in maniera assolutamente inaccettabile, senza compiere un solo gesto di ripudio di quell’episodio, senza mai chiedere scusa, arrivando a ostacolare la stessa inchiesta della magistratura, come più volte denunciato dagli stessi magistrati della pubblica accusa. A undici anni di distanza, non possiamo ignorare le promozioni dei funzionari sotto inchiesta, la scelta di 25 imputati su 27 di avvalersi della facoltà di non rispondere alle domande dei pm, la totale impermeabilità allo stesso esito del processo d’appello, che ha portato a condanne pesanti per altissimi dirigenti di polizia, rimasti tutti al loro posto: in qualsiasi altro Paese europeo sarebbero stati sospesi dagli incarichi. Se la Polizia di Stato, i suoi vertici, in questi undici anni avessero agito con lealtà e trasparenza, chiedendo scusa, rimuovendo i funzionari imputati, avviando azioni disciplinari contro gli agenti picchiatori, allora sì avrebbe avuto senso la proposta di dialogo da parte di Procacci. Ma non è questa la nostra condizione. Perciò quell’apertura di credito unilaterale era ed è del tutto fuori luogo”.

Zucca: “Spenderei però una parola a ‘difesa’. I fatti della Diaz sono nella sostanza raccontati -magari non tutti con il giusto approfondimento, né con la giusta attenzione e chiarezza di messaggio, ma ci sono-. La critica ai limiti e alle cautele del film non può prescindere dal riconoscimento della drammatica limitazione della libertà di informazione sulla vicenda nel contesto italiano. Sono i media italiani che si sono paralizzati quando sono emerse responsabilità più vaste, quei media che hanno taciuto anche durante lo svolgimento del giudizio in cui le testimonianze raccontavano quello che ora osa mostrare solo il film. Lo stesso hanno fatto la politica e le istituzioni, che hanno coperto e rimosso. Il film cautamente si adegua e non solo, in alcuni passi ricostruttivi, sceglie la versione degli imputati, rispetto a quella contrastante delle vittime. Se vogliamo, l’unico messaggio netto che ha dato è che i black bloc erano (anche) alla Diaz. Questo non risparmierà certo al film l’ostracismo e il rischio di uscire dal circuito più vasto, perché il corpo di polizia all’opera alla Diaz, nel volto più favorevole che può mostrare, che non è completamente marcio, raggiunge solo il cinismo indifferente”.

Lorenzo: “Sono passati 11 anni e sono successe tante cose. Io capisco la scelta di raccontare un episodio così grave e cruento per mostrarlo, visto che non ci sono state immagini a documentarlo, almeno non all’interno della scuola. Ma a distanza di tanto tempo, se c’è una cosa importante da far capire ai cittadini rispetto a quel che sta accadendo nella Polizia, nei poteri, nelle relazioni fra i cittadini e le autorità, è che si è creato un precedente, tra violenze e falsificazioni. Io penso che sia peggio quello che è successo dopo la notte alla Diaz che non il pestaggio in sé. Poteva esserci una risposta democratica, liberatrice, delle istituzioni a quell’episodio, in modo da circoscriverlo. Invece si è scelto di leggittimare quegli abusi, di tutelarne i responsabili -responsabili intendo sotto il profilo morale e professionale, al di là delle questioni  penali-. Così a quel danno, già grave, si è aggiunto un carico di sistematiche violazioni dell’etica democratica, nei rapporti coi cittadini e con la magistratura, fino a degradare l’immagine della polizia di stato e la sua capacità di mantenersi lungo i binari della correttezza istituzionale.  Ecco, a 11 anni di distanza, qual è l’informazione vera da trasmettersi. Concentrarsi sul racconto del pestaggio, per me, è troppo poco”.

Zucca: “Non si è trattato della solita vicenda italiana: incompetenza e mano pesante. In realtà ci sono le deviazioni tipiche degli episodi più bui nella storia repubblicana, con i depistaggi, le omissioni, i silenzi. È il deragliamento degli apparati dello Stato, che finora nelle democrazie era emerso solo in situazioni di guerra o di seri attacchi di tipo eversivo, attuato in un contesto che è invece quello dei più modesti binari di gestione dell’ordine pubblico, per quanto gravi gli atti di contestazione violenta nel G8.
Questo aspetto il film non lo rappresenta con il dovuto risalto, ma solo implicitamente, quando mostra la perquisizione con modalità anomale, la vicenda delle molotov (portate nella scuola di proposito dalla Polizia, ndr). Tutta la falsa costruzione delle prove è narrata velocemente e rimanda a informazioni che il film non offre. La chiave di lettura, che in apparenza è forte e quasi provocatoria, allude a scenari grandiosi da complotto ordito dall’alto, nella pur realistica rappresentazione del funzionario venuto da Roma (Arnaldo La Barbera, direttore dell’Ucigos, la struttura antiterrorismo di coordinamento delle Digos italiane: è morto nel 2002, ndr). Spesso quando si tuona contro i nemici lontani e inafferrabili si teme di affrontare quelli più vicini e visibili. Il film utilizza la efficace tecnica di inserire in sequenza filmati originali e quelli della fiction, assolutamente identici. Tuttavia nel filmato reale colpisce la presenza dei funzionari che comandano l’operazione, un ‘direttorio’ spesso riunito sul campo che decide nelle svolte cruciali. Quel gruppo che è protagonista, nella sua presenza ostentata, scompare invece dal film, nella ricostruzione del teatro della tragedia. La raffigurazione mancante è tuttavia fondamentale perché si possa formulare un giudizio. Quanti sanno che quei funzionari presenti, ma ‘scomparsi’, si sono dichiarati estranei sostenendo soltanto di essere arrivati qualche minuto dopo, quando tutto era ‘finito’ e di non aver potuto neppure immaginare la provenienza della violenza? Eppure dalle decisioni di quei vertici sono scaturiti i verbali d’arresto per i 93 occupanti della Diaz, cioè l’umiliazione totale e finale: mettere le vittime nella condizione di doversi giustificare. Alla denuncia di questa umiliazione il film non contribuisce e rimane pertanto una storia a metà, come se non ci fossero le condizioni per raccontarla tutta. Ma anche con queste riserve il film è l’occasione per non perdere la memoria degli eventi, in una democrazia che non ha ancora maturato consapevolezza del suo vero malessere”.

Lorenzo: “Per questo dobbiamo evitare che la conclusione dei processi, e questo stesso film, siano una sorta di ‘consegna alla storia’ di qualcosa di concluso. La vicenda non è affatto chiusa. Un film sulle violenze alla Diaz si poteva fare già nel 2002. E avrebbe aiutato. Nel 2012 non possiamo permetterci di fare un salto indietro di 11 anni, pensando che il problema sia il fatto in sé. La poca credibilità democratica dell’istituzione Polizia di Stato è il problema”. —

Un po’ di storia
Per l’irruzione alla scuola Diaz-Pertini sono stati imputati 29 agenti, funzionari e dirigenti della Polizia di Stato. La sentenza di primo grado è stata pronunciata oltre otto anni dopo, il 13 novembre 2008, e ha sancito la condanna di 13 imputati. Il 18 maggio 2010, la sentenza d’appello: condannati 25 imputati, un assolto e due prescritti. Fra i condannati (al massimo 4 anni di carcere) figurano altissimi dirigenti della polizia e dei servizi segreti, come Francesco Gratteri, all’epoca direttore del Servizio centrale operativo (Sco) della Polizia di Stato e oggi capo della Direzione centrale anticrimine; Giovanni Luperi, all’epoca vicedirettore dell’Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali (Ucigos, oggi Direzione centrale della polizia di prevenzione, Dcpp) e oggi capo del Dipartimento analisi dell’Agenzia informazioni e sicurezza interna (Aisi, il servizio “segreto” civile); Gilberto Caldarozzi, all’epoca vicedirettore e oggi direttore dello Sco. L’11 giugno inizieranno i lavori della Corte di Cassazione: dureranno per 5 giorni, al termine dei quali sarà emessa la sentenza definitiva di terzo grado. Per il procedimento sono stati nominati ben due relatori, eventualità rara: indice chiaro della complessità della vicenda.
 

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