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…occupiamoci di lavoro, alla Ri-Maflow

La Maflow di Trezzano sul Naviglio, in provincia di Milano, potrebbe rinascere in una cooperativa di ex dipendenti. Sabato 16 marzo, ospiterà la seconda assemblea nazionale “Per una nuova finanza pubblica e sociale”, quella che potrebbe dar credito pubblico e indirizzato a imprese di utilità sociale e pubblica —

Tratto da Altreconomia 147 — Marzo 2013
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La fabbrica chiude, la dirigenza evapora, i proprietari dell’area industriale -una banca- indicano la porta mentre gli ammortizzatori sociali si squagliano. Duro e ripetitivo copione che un gruppo di lavoratori della Maflow di Trezzano sul Naviglio, a Sud-Ovest di Milano, sta cercando di eludere, dando vita ad una cooperativa. Il legame con i circa 17mila metri quadrati di stabilimento è sintetizzato dal nome del progetto che hanno in testa alcuni operai: “Ri-Maflow” (rimaflow.it). “A partire dai luoghi, dai capannoni e dagli utensili che gli operai hanno contribuito a preservare e valorizzare, vogliamo dar vita ad un’impresa sociale sostenibile che si occupi di riciclo e riuso di materiale di scarto”, esordisce Gigi Malabarba -ex operaio all’Alfa Romeo di Arese (Mi), già senatore della Repubblica, oggi anima del progetto- quando mi raccoglie al capolinea della metropolitana meneghina. Attraversiamo Settimo Milanese (Mi), e lungo la strada i manifesti delle trascorse elezioni assicurano “nuovi posti di lavoro”. Lo stesso posto di lavoro che la Maflow, produttrice di tubi per condizionatori d’auto, garantiva fino poco tempo fa a circa un migliaio di persone. Dopodiché, l’amministrazione straordinaria a cavallo tra il 2009 e il 2010 dovuta al dissesto finanziario lasciato dalla passata proprietà. E la precarietà industriale che spinge il principale cliente dell’azienda di Trezzano, la casa automobilistica Bmw, a ritirare le proprie commesse. Nel frattempo, i mille operai sono divenuti poco più di 300. Ed è allora che i lavoratori decidono di occupare la fabbrica, dando vita al presidio permanente “Occupy Maflow”. Quel che resta del fatturato (crollato dell’80%, nel 2008 ammontava a 250 milioni di euro) è dovuto alla rotazione autogestita degli operai -ciascuno lavora una settimana al mese-.
La lunga vertenza sindacale della Maflow giunge all’estate del 2010, quando all’asta indetta dal curatore nominato dal Tribunale si presenta l’offerta della Boryszew Sa, guidata dall’omonimo imprenditore. “Le condizioni dell’accordo erano obbligate -racconta Malabarba-, costringendo la pianta organica a ridimensionarsi dalle 330 unità fino a 80. In qualunque altro momento storico l’avremmo rigettato ma a settembre saremmo andati incontro al fallimento”.
Stipulato l’accordo, però, emerge che il piano industriale della Boryszew Sa non contempla più lo stabilimento di Trezzano sul Naviglio. Certificati di qualità, commesse e referenze in tasca, possono bastare: la nuova proprietà esce di scena due anni dopo. Il racconto di Malabarba s’interrompe ai cancelli della Maflow. Sta nevicando quando apre la chiusura a cerniera del gazebo posto al di fuori della palazzina. Seduti, incontriamo Pietro e Massimo, entrambi della Rsu. Mi accompagnano all’interno di quelli che furono gli uffici amministrativi. Anni di abbandono li hanno costretti in condizioni drammatiche. Calcinacci a terra, soffitti venuti giù per metà, cavi scoperti. L’unica parte tenuta ancora viva del complesso è costituita dagli uffici di “Ri-Maflow”. Appoggio il bloc-notes sul tavolo della ex sala riunioni dirigenziale. Accanto, due modelli di climatizzazione per Peugeot e Bmw, il passato. Davanti, il presente di chi ha preferito scartare la rassegnazione.
“La questione che ci siamo posti a Trezzano è semplice -spiega Massimo, dal 1995 in Maflow-: se attendiamo a braccia conserte che il ciclo di cassa integrazione e mobilità giunga al traguardo siamo finiti. Dobbiamo reinventarci, ma lo vogliamo fare rispettando noi stessi, l’ambiente e rapportandoci al territorio circostante”. Un’idea che ha trovato gambe e traduzione concreta grazie a Luca, studente neo-laureato alla facoltà di Scienze Politiche a Pisa con una tesi sulla pianificazione dello sviluppo ed il “Life Cycle Assessment”, ovvero l’analisi del ciclo di vita di un prodotto e i suoi impatti sulla comunità. La stessa lente adottata da “Ri-Maflow” nel suo piano economico. “L’ambito in cui vorremmo operare è quello della gestione dei rifiuti, facendo il primo passo con i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee), come monitor, pc o cellulari -chiarisce Luca-, impegnandoci dalla raccolta alla separazione, dal recupero fino al riuso. E tutto ciò in un raggio ridotto al territorio circostante, fino ad un massimo di 50-100 chilometri, tenendo quindi fede al principio della sostenibilità dell’operato, rivolgendoci alla grande distribuzione per la raccolta o ai gruppi di acquisto solidali per la logistica”. Perché è fondamentale il legame con lo stabilimento della Maflow? “Per due ragioni: una politica ed una pratica. La prima ci piace riassumerla nell’espressione ‘risarcimento sociale’. I lavoratori espulsi da un ciclo produttivo insensato, si riappropriano della palazzina altrimenti condannata a marcire, dei capannoni e dei macchinari altrimenti destinati ad un’eventuale speculazione immobiliare o alla rottamazione”. E la seconda? “La ragione pratica è immediata: pensiamo ai macchinari. Noi non siamo la Innse di Milano, dove i lavoratori volevano proseguire il ciclo produttivo utilizzandoli. Qui la questione ha una sfumatura diversa: noi vogliamo lavorare sui macchinari rimasti, o una loro parte, impiegandoli come fossero una prima commessa”. Come lo racconta Pietro, che ha una moglie, tre figli ed un mutuo da 1.224 euro al mese sulle spalle. “La vecchia proprietà sta portando via i macchinari. Se riuscissimo a convincerla a lasciarcene anche solo una parte, penso ai trapani a colonna, alla troncatrice, alla mola, noi potremmo iniziare già da ora la separazione. Differenziando alluminio, rame e plastica, quello stesso materiale rottamato varrebbe almeno 3 euro al chilo invece che 17 centesimi”.
 

Una prima commessa stimata al ribasso in 10-15mila euro in grado di generare il capitale di partenza di “Ri-Maflow”. Marisa, Donatella, Beppe e di nuovo Pietro. Con loro percorriamo i capannoni un po’ svuotati e un po’ abbandonati. Mentre tolgono la neve da un banco sollevatore (“Tornerà utile per caricarci sopra lavatrici e frigoriferi da riparare o smontare”, dice Pietro), riflettono su quel che ancora va definito nel cammino di “Ri-Maflow”. Primo tra tutti, il rapporto con il proprietario dell’area, “una società in orbita Unicredit”, informa Gigi. Un interlocutore che gli operai vogliono convincere a riconoscer loro, oltre all’ala della palazzina che hanno già contribuito a preservare (soprannominata “l’avamposto”), almeno un capannone in comodato d’uso. L’idea è chiara, il legame con la mobilitazione di Maflow stretto, mentre in definizione è la forma giuridica più idonea da adottare. A giocarsela, per motivi di linee di accesso al credito, le formule di cooperativa di produzione lavoro e l’impresa sociale. “Con una certezza”, conclude Luca: “Lo spirito della cooperativa sarà presente nello statuto e nell’oggetto sociale indipendentemente dalla forma. Perché puntiamo ad essere oltreché un’isola ecologica per il territorio anche un’isola di relazioni e di diritti”. —
 

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