Opinioni

Democrazia, partecipazione e il M5S

Un vero cambiamento. È quello che serve all’Italia. Oggi il Movimento 5 Stelle (M5S) sembra incarnare questa svolta. La lieta novella annunciata dal M5S si basa sull’avvento della democrazia digitale, che nel giro di pochi anni dovrebbe spazzare via la vecchia democrazia dei partiti e la casta che essa genera.

Tratto da Altreconomia 148 — Aprile 2013
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La domanda di partecipazione, di rinnovamento, di equità, di riequilibrio ecologico che il M5S interpreta è giusta e inaggirabile. E spesso lo fa attraverso l’azione di persone che sono già impegnate in questo senso sui territori. Il problema di fondo è che a una giusta domanda finora il M5S sta dando una risposta sbagliata. Intanto perché è falso che la “democrazia digitale” -posto che sia democratica, visto che esclude tutti quelli che non possono o non vogliono essere connessi on line- sia in grado di sostituire tutte le altre forme di democrazia, quella dei partiti in Parlamento e quella della partecipazione sui territori. È uno scherzo dell’antica tendenza umana a delegare l’essenziale della vita a qualche forma di potenza automatica. La fascinazione per la tecnologia denota una mentalità arcaica: non si vede che gli apparati tecnologici, utili e talora indispensabili, danno dipendenza, chiedono alle persone di adattarsi mentalmente alla natura specifica del mezzo utilizzato.

L’alternativa destra/sinistra è sostituita con quella partiti/movimento. Eppure si tratta non di abbattere i partiti, ma di rigenerarli, democratizzandoli dall’interno secondo leggi precise e facendoli interagire con movimenti e associazioni. Il profilo dei partiti disegnato dalla Costituzione non è affatto disprezzabile, il problema è che sono mancate sia le norme di legge per scoraggiare le pratiche oligarchiche, sia i processi educativi per formare gli individui in modo che maturassero una personalità democratica. Del resto la differenza tra destra e sinistra tende a sfumare non perché non sia in sé importante, ma perché resta oscurata a causa del prevalere dell’interesse personale, della stoltezza, della sordità verso i cittadini. Difetti individuali e cattive abitudini collettive non tolgono il fatto che senza un orientamento ideale verso una determinata fisionomia della società si fanno gesti occasionali senza avviare processi profondi di trasformazione. Il M5S punta a obiettivi concreti, ma non ha né il desiderio né la visione di un cammino alternativo al sistema capitalista; questo gli impedisce di promuovere il vero cambiamento.
L’illusione della “democrazia digitale” sconta anche la carenza di elaborazione riflessiva della complessità dei problemi della vita di un Paese e una elusione della necessità di avere fonti di approfondimento conoscitivo. Non basta dire “sì” o “no” per risolvere le questioni; anzi, in non pochi casi, sarebbe perfino pericoloso, come quando per reazione a un fatto di cronaca nera si invoca la pena di morte. Per via digitale non può formarsi una leadership democratica, cioè un ampio gruppo di persone-guida che siano non dei capi, ma dei riferimenti di servizio per la sintesi democratica delle scelte e delle azioni da intraprendere. Il dato più grave è che nel M5S la “democrazia digitale” è comunque un’espressione retorica perché, nonostante l’impegno in buonafede di molti suoi aderenti, le decisioni che essi dovrebbero prendere insieme sono pre-decise dai due capi del movimento. Così la consultazione nella rete serve non a maturare una scelta democratica, ma a legittimare la volontà dei comandanti. Il dissenso su questo metodo porta all’espulsione.

Perciò dubito che il M5S sia davvero un movimento e un movimento democratico: non proprio un movimento perché, presentandosi alle elezioni e giungendo in Parlamento, in questo nuovo status opera come un partito; non proprio democratico per la rigida diarchia che lo guida. Alla tendenza autocentrata interna, che dà tutto il potere ai capi, corrisponde una tendenza autocentrata verso l’esterno, per cui il M5S sembra il Movimento per eccellenza, del quale tutti gli altri movimenti non sono che pallidi affluenti secondari, privi di propria soggettività politica. La pretesa totalitaria di raggiungere il 100 % della rappresentanza mira non solo alla sconfitta dei partiti, ma anche all’assorbimento in sé di tutti i movimenti. Bloccato da limiti tanto gravi, il M5S non sa assumere alcuna posizione responsabile per il governo del Paese, ma punta solo a nuove elezioni, certo di incrementare i propri voti. Proprio come farebbe il partito più cinico e autoreferenziale. Chi crede di incarnare così il cambiamento deve accettare di cambiare a sua volta, affinché la politica non sia ancora immiserita a pura conquista del potere e diventi invece servizio verso tutti. —

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