Opinioni

La società che verrà

Il cambiamento della società ha bisogno di persone integre, una svolta personale che porti fuori dalla passività rassegnata e oltre il mero attivismo nevrotico. Seguendo l’insegnamento di Nelson Mandela, nella ricerca di un significato per la parola "libertà"

Tratto da Altreconomia 156 — Gennaio 2014

Anno nuovo vita vera. È la cosa più ardua da realizzare ma anche quella più importante. Ogni autentico cambiamento collettivo infatti implica l’apertura dei suoi protagonisti a un modo diverso di esistere. Il paziente lavoro di tessitura di un’altra economia guarda lontano, vede già una società che verrà. Questa capacità di radicare l’agire quotidiano nella gestazione del futuro è fondata, secondo me, sulla disponibilità a cambiare vita. Inizialmente non è molto chiaro che cosa questo significhi. Il punto di svolta si sperimenta come un evento in cui emerge un nuovo ordine interiore e ci diventa chiara una nuova scala di priorità per le nostre scelte.

È come se si uscisse dal mondo così come lo conosciamo per rientrarci un attimo dopo, con occhi differenti e un cuore finalmente aperto. Questa è l’esperienza dei grandi testimoni della dignità umana. Nelson Mandela raccontava di aver scoperto che la libertà della sua infanzia era solo un’illusione. A partire da quella svolta dolorosa egli iniziò a dedicarsi alla costruzione di un’altra società: “Ho capito che non solo non ero libero, ma non lo erano nemmeno i miei fratelli e sorelle. Sapevo che l’oppressore era schiavo quanto l’oppresso, perché chi priva gli altri della libertà è prigioniero dell’odio, è chiuso dentro le sbarre del pregiudizio e della ristrettezza mentale. L’oppressore e l’oppresso sono entrambi derubati della loro umanità” (Nelson Mandela, Lungo cammino verso la libertà, Feltrinelli, pp. 578-579).

Quando ci si confronta con chi ha saputo cambiare la vita, illuminando così quella di molti altri, si produce un effetto ambivalente: da un lato questi testimoni diventano “figure” da ammirare, ma dall’altro si sprofonda ancora di più nell’inerzia o nella routine meccanica di tutti i giorni. Per non cadere in questo errore bisogna conservare quella passione che sa tradurre in opera la speranza del cambiamento. Occorre anche sprigionare quell’immaginazione che sa vedere soluzioni inedite a problemi prima creduti insolubili. La svolta personale a cui alludo ci porta sia fuori dalla passività rassegnata, sia oltre il mero attivismo nevrotico. E soprattutto oltre la dispersione tipica di quel piccolo homo oeconomicus a cui il sistema vigente pretende di ridurci. Gli studi che hanno esaminato i costi emotivi ed esistenziali della globalizzazione capitalista evidenziano lo sradicamento, la precarizzazione, la disarticolazione dell’unità della persona in tante funzioni e ruoli, l’adattamento interiore a questa dispersione, l’acuirsi dell’ansia e del senso di inadeguatezza nelle proprie prestazioni quotidiane, il diffondersi dell’angoscia nei confronti del futuro. Ci si adatta a convivere con queste tendenze, che vengono interiorizzate, cosicché l’ambiente mentale in ogni individuo e l’ambiente sociale si corrispondono a vicenda.

Le cose cambiano in meglio quando abbiamo la forza di negarci a questa forma di esistenza mortificante per scegliere invece la vita semplice. “Semplice” vuol dire, etimologicamente, “intrecciato una sola volta”, “intero”. È tale la condizione di persone integre, non disperse e frantumate interiormente a causa dell’adattamento al clima mentale indotto dal sistema economico-sociale. Non mi sto riferendo a un’esistenza ideale e impossibile, tranquilla e priva di problemi. Mi riferisco alla capacità di mantenere la fedeltà a un ideale, a una direzione fondamentale, per cui ogni espressione di sé, ogni sforzo ed energia sono dedicate e non sprecate.
Una vita semplice è un’esistenza condotta a testa alta: sia perché non perde il senso della propria e altrui dignità, sia perché la mente riesce a elevarsi al di sopra del vortice di preoccupazioni e paure che potrebbe spegnerci il cuore. Questo modo di essere si rivela fecondo nel servizio, nella scelta di prendersi cura di altri, di armonizzare situazioni e relazioni, di ristabilire bellezza lì dove prevaleva la meschinità.
L’economia dominante è nel contempo sofisticata e primitiva, ma non ha nulla di semplice. Invece quella che chiamiamo “altra economia” si realizza grazie a quelli che, pur colpiti da condizioni di esistenza alienanti, hanno il coraggio di desiderare una vita integra e anticipano questa integrità nel modo in cui fanno le cose.
Costoro sanno tenere liberi il cuore e la mente e sono capaci di incontrare gli altri come persone vive. Perciò la loro azione può ancora cambiare il mondo in modo sorprendente. —
 

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