Opinioni

La buona fede non è una virtù

La modifica di una legge elettorale non è sinonimo di una rinascita democratica. Perché il Paese possa tornare a sviluppare i semi della buona vita comune è necessario risvegliare le coscienza (a partire dalle famiglie) ed abbandonare l’ideologia liberista. Il commento di Roberto Mancini

Tratto da Altreconomia 157 — Febbraio 2014
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Dove rinasce la politica? Dalla prassi dell’alternanza tra maggioranza e opposizione sulla base di un sistema elettorale maggioritario? Dalla lotta alla “casta”? Dall’innovazione e dalle misure per la crescita? Dal trasferimento  del potere al popolo della Rete? Dalla liquidazione dei partiti? Dall’imporsi di un nuovo leader? Queste ipotesi sono sfocate e persino dannose nella misura in cui ci distraggono dalla percezione di quale sia il vero confine della rinascita della democrazia in Italia.

Prima ancora di individuarlo però, è necessario farsi un’idea di dove ci troviamo. Siamo presi nella morsa di un gelo che paralizza o uccide i semi della buona vita comune. Infatti il nostro Paese è colpito da una glaciazione dovuta all’incrocio di due processi eterogenei, ma convergenti nell’esito. Il primo è quello del perdurare della tradizione di quella mentalità immorale, cinica, individualista, particolarista e oligarchica, quando non apertamente mafiosa, che ha reso l’Italia una terra refrattaria alla democrazia e al senso del bene comune.

Il secondo processo, invece, è di carattere mondiale, ed è relativo all’impatto della globalizzazione del capitalismo, a partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso. L’interazione dei due processi ha fatto piombare la vita pubblica italiana in una glaciazione che ha spento il pensiero critico, la forza di cambiamento sistemico dei movimenti per la democratizzazione, lo sviluppo del dialogo tra le generazioni, la cultura della responsabilità civile, la capacità di vedere e di realizzare una società giusta, gentile, umanizzata. Da noi gli effetti della globalizzazione hanno determinato, nella sfera politica, un surplus di mediocrità, di volgarità, di incoscienza, elementi che poi purtroppo sono penetrati in profondità nelle falde della mentalità più diffusa.

In una situazione del genere, dove possono iniziare il risanamento (verrebbe da dire: la riabilitazione) e la rinascita? In realtà i punti di svolta sono due: una coscienza desta e un pensiero non istupidito dal liberismo. La questione del risveglio della coscienza chiama in causa le famiglie che, comunque composte, sono di fatto il luogo in cui la coscienza stessa viene nutrita e sviluppata, oppure spenta. Questo è il confine della formazione di persone integre, capaci di porsi generosamente al servizio del bene comune. Persone che non solo siano preparate alla cittadinanza attiva, ma che esercitino anche il dovere di capire: capire il valore del bene comune, quello della democrazia, quello della responsabilità morale e civile. Perché il “dovere”? Mi sto riferendo alla comprensione etica delle cose. Se nessuno ha il dovere di essere un genio, tutti però abbiamo il dovere di avere una coscienza desta. Ognuno ha il compito di combattere in se stesso la pigrizia, l’ignoranza morale, la volgarità, la credulità. La “buonafede” non è una virtù. E non giustifica nessuno. Per esempio tutti quelli che in questi anni hanno sostenuto il berlusconismo dovrebbero pentirsene e chiedere scusa a se stessi e ai loro concittadini.

Analogamente, tutti quelli che, anche nell’area del centrosinistra, restano ancora immersi nell’ideologia liberista hanno il dovere di svegliarsi per partecipare alla vita politica con uno spirito nuovo. Ecco qui il secondo decisivo punto di svolta: pensare e agire secondo logiche nuove, alternative alla mitologia del liberismo. Da chi ne accetta i dogmi e le falsità non potrà mai venire alcun contributo alla riabilitazione del nostro Paese, come ha dimostrato ampiamente in questi anni l’azione ambigua del Partito Democratico, nonostante la presenza in esso di moltissime persone in buonafede, generose e dotate delle migliori intenzioni. Ha scritto di recente Francesco Gesualdi, nell’illuminante libro Le catene del debito (Feltrinelli): “L’economia è il cuore della politica: se un popolo non si occupa di questa materia rinuncia alla democrazia” (p. 9). Tale rinuncia si compie anche se ci si occupa di economia prendendo per buone le menzogne dell’ideologia dominante. Quando in futuro si ricostruirà la storia di come l’Italia sia potuta uscire dalla glaciazione, sono certo che risulterà evidente come questa liberazione sia accaduta grazie a persone e movimenti che avevano ben sveglia la coscienza e la mente sgombra dalle favole del liberismo. —
 

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