Opinioni

Verso un’economia umanizzata

Per realizzare un nuovo modello sociale dobbiamo liberarci da superstizioni che si chiamano competitività, flessibilità e crescita, e da un’assurda docilità all’avidità della finanza. Purtroppo, le riforme del governo vanno in un’altra direzione. Solo il mondo dell’economia solidale e Papa Francesco paiono aver chiara la strada. Il commento di Roberto Mancini

Tratto da Altreconomia 162 — Luglio/Agosto 2014
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La lotta per un nuovo modello di economia è l’unico compito concreto e urgente che è richiesto dalla storia. Nel contesto europeo e italiano, in questo periodo di oscuramento, sono davvero pochi i soggetti che pensano a svolgerlo.
Il compito è precisamente quello di dare alla luce un’economia umanizzata, libera dalla superstizione della competitività, della flessibilità, della crescita, dell’assurda docilità all’avidità della finanza. Se non si mette mano a questa trasformazione con radicalità (qualità che a mio avviso si associa alla gradualità e alla capacità di coltivare i semi del tempo che verrà e non va confusa con l’estremismo e il settarismo), società e natura rimarranno strette da una morsa mortale e le condizioni di vita delle persone andranno peggiorando.

Le “riforme” del governo Renzi -da quelle su Senato e Province a quella elettorale, sino alla riforma del mercato del lavoro ideata dal ministro Giuliano Poletti- vanno rovinosamente nella direzione sbagliata: riducono gli spazi della democrazia e accrescono la precarizzazione. A giudicare dal risultato delle elezioni europee, molti credono a queste riforme e a questo modo di governare, il che dà la misura del terribile impasto di ignoranza, superficialità, buonafede e malafede di cui è fatta la mentalità dominante, nel rapporto tra chi oggi governa l’Italia (e comunque senza passare per libere elezioni politiche) e chi è governato.
Nell’arco che va dai partiti di destra al PD fino al M5S non esiste alcuna lucida coscienza del pericolo costituito dal liberismo divenuto sistema, una macchina che strangola l’economia e la società. Nelle forze sociali e politiche raccolte attorno all’esperienza della lista “L’altra Europa per Tsipras” questa coscienza è viva, ma ora non si capisce come questo soggetto variegato (elettoralmente non più grande del 4%) potrà svilupparsi. Tanto più che SEL, il partito maggiore che ha preso parte all’esperienza di questa lista, appare fortemente tentata di andarsi a collocare sul terreno del dialogo empatico con il PD di Renzi, cioè con la versione di PD più liberista e autoritaria che ci sia mai stata. Dunque, dalla politica viene poca luce. Non ne viene di più dalle università, dagli intellettuali, né dal mondo dei media e della “cultura” come insieme delle attività di elaborazione del pensiero collettivo.

Le migliori speranze e i veri contributi di lucidità vengono semmai da altre due fonti. Mi riferisco anzitutto alle reti di economia solidale e a tutte le esperienze alternative al capitalismo in corso nel nostro Paese. Si tratta di associazioni, comunità, movimenti, reti che non solo mettono in atto un’azione sociale e politica vissuta come cura del bene comune, ma stanno anche generando un pensiero economico inedito. Il mondo dell’altreconomia sta affinando la sua consapevolezza e il suo radicamento sociale, il che porterà secondo me a frutti oggi impensabili.
La seconda fonte verso cui guardare è l’insegnamento di papa Francesco, il quale ha chiaramente preso posizione contro questo sistema economico indicando, a chi vuol capire, una strada del tutto diversa. Nella Evangeli Gaudium egli lo chiama per nome identificandolo come “l’economia che uccide” e “l’idolatria del mercato”. Con ciò dà prova di saper giudicare con saggezza la qualità e le conseguenze dell’economia finanziarizzata. Non solo. Papa Francesco sa risalire alle cause che hanno condotto al dominio di questo sistema oppressivo, senza scambiare i fenomeni della “crisi” per semplici inconvenienti di un modello economico che sarebbe in sé positivo. Il papa afferma infatti che alla radice di una simile organizzazione dell’economia c’è l’iniquità e aggiunge che, per contro, la vera crescita non può che essere la crescita in equità. Egli mostra con grande autorevolezza come la svolta che serve stia nella scoperta della fraternità in quanto criterio per trasformare ogni sistema organizzativo della società, nell’impegno a cambiare il mondo, nella cura verso coloro che sperimentano una particolare fragilità o povertà.
Se anche soltanto una scintilla di questa visione illuminasse la politica italiana ed europea, si aprirebbe realmente un cammino in grado di portarci oltre la barbarie che imprigiona una società intera nella gabbia del totalitarismo liberista. —
 

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