Opinioni

La riforma della scuola e il patto educativo

L’intervento annunciato dal governo Renzi, pur ispirato da qualche buona intenzione, manifesta la malafede di chi non investe risorse adeguate in un settore fondamentale per l’educazione del Paese. Secondo Roberto Mancini, queste scelte nascono "dalla povertà culturale della politica italiana, da un modernismo superficiale che insegue le figure dell’uomo economico e dell’uomo tecnologico". Ci sarebbe bisogno di più esperienza

Tratto da Altreconomia 164 — Ottobre 2014
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Educazione economica e “Patto educativo”. Questo legame sembra finalmente divenire concreto con il recente progetto di intervento sulla scuola da parte del governo Renzi. Nel contesto dell’educazione civile che l’istituzione scolastica deve garantire, è emersa da tempo l’esigenza di valorizzare anche un nucleo relativo ai criteri che ispirano i comportamenti rispetto all’uso del denaro, al lavoro, alla giustizia sociale, all’impatto ambientale del nostro stile di vita.

Ma appena si legge il piano del governo, si capisce che occorre battersi perché esso sia cambiato e si giunga, anzi, a una vera riforma della scuola, che per come è stata ridotta in questo ventennio dovrà essere una sua profonda trasformazione e rigenerazione. In Italia questo argomento è oscurato dalla confusione e anche dalla malafede. Perciò anzitutto occorre chiedersi che cos’è propriamente una riforma della scuola. Un progetto del genere deve rinnovare nella scuola la comprensione del valore dirimente dell’educazione, che è il valore vivente incarnato dai bambini e dai giovani, tenendo conto del mutamento storico intercorso ed esprimendo la migliore maturazione culturale di un Paese. La riforma deve disegnare una forma complessiva della scuola e del suo funzionamento, a partire dalla sua vocazione educativa.

Il giusto punto di partenza è offerto da una lucida visione della dignità umana e delle sue dinamiche evolutive. Il metodo da seguire chiede di attingere alla frontiera avanzata dei saperi e all’ascolto dei soggetti coinvolti: insegnanti, dirigenti, genitori, studenti (almeno a partire dalle scuole superiori). Ciò consente di fare del progetto di riforma un processo di trasformazione democratica e di crescita culturale collettiva.
Una vera riforma non è un mero atto legislativo, è un processo discusso nel Paese, elaborato dialogicamente nel Parlamento e poi deciso.

Il cosiddetto “Patto educativo” del governo Renzi è ispirato da qualche buona intenzione, individuabile nella volontà di porre fine al precariato, di alleggerire il peso della burocrazia scolastica, di valorizzare materie come l’educazione fisica, la musica e la storia dell’arte. Nell’impianto di fondo, però, si tratta di un quadro di provvedimenti nocivi, ai confini con la malafede. Quest’ultima si coglie nella scelta non dichiarata di non investire risorse adeguate nella scuola (semmai saranno i docenti a dover competere tra loro per qualche decina di euro in più). Il difetto di fondo sta nel fatto che il “Patto educativo” nasce dalla povertà culturale della politica italiana, da un modernismo superficiale che insegue le figure dell’uomo economico e dell’uomo tecnologico. Questa è la misera antropologia che si prende per buona.

Da qui discendono i punti specifici peggiori del “Patto educativo”: la fine della libera contrattazione sindacale dello statuto e del trattamento della professione docente; l’instaurazione di un regime di competitività tra gli insegnanti in nome della mitica “meritocrazia”, termine stolto che riassume la logica della gara per prevalere invece di quella della cura collettiva per il bene comune, in questo caso per assicurare alti livelli di qualità educativa ai bambini e ai giovani dal Trentino alla Sicilia; la mancanza di un ripensamento complessivo dell’attività della scuola in connessione con quella dell’università; la solita enfasi sull’inglese globalizzato e sull’informatica, quando i giovani hanno bisogno di sviluppare la competenze nelle diverse lingue a partire dall’italiano e hanno bisogno non di più tecnologia (che già hanno da tutte le parti), ma di più esperienza delle cose della vita (le relazioni, i sentimenti, la vita interiore, la natura, l’organizzazione della società, l’arte, la scienza, le visioni del mondo); la legittimazione della figura dello sponsor privato, che evidentemente minaccia l’autonomia educativa necessaria alla scuola.

Vengo infine al punto che prevede lo studio dei “principi dell’economia” a scuola. Questa novità si tradurrà nell’indottrinamento dei giovani secondo l’ortodossia del liberismo, così come in Unione Sovietica vigeva lo studio dei principi del marxismo-leninismo. Al contrario, è urgente dare alle nuove generazioni gli strumenti critici per orientarsi eticamente rispetto alle questioni poste dal capitalismo globale, per conoscere le esigenze della democrazia economica, per essere così liberi e creativi da riuscire a trasformare l’economia attuale invece di subirla.
 

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