Opinioni

Fermiamo chi stravolge la Costituzione

La riforma elettorale e la riscrittura di un terzo della Carta fondamentale rappresentano una demolizione dei pilastri dell’ordine democratico del Paese. Una manovra ad incastro che impone una reazione da parte di coloro che non accettano il venir meno del bilanciamento dei poteri e di un ruolo di controllo delle opposizioni

Tratto da Altreconomia 169 — Marzo 2015

Quando la Costituzione è stravolta, tutto il peggio diventa possibile. Dovremmo ricordarcene per tempo, oggi in Italia, e agire velocemente per fermare un progetto pericoloso. Mi riferisco alla manovra a incastro messa in atto dal governo Renzi, che punta sull’effetto congiunto da un lato della riforma elettorale e dall’altro della modifica di un terzo del testo della Costituzione. Chi desidera un’altreconomia sa che essa realizza lo spirito della Costituzione e i suoi articoli fondamentali, quindi ha una ragione in più per ribellarsi a quanto sta accadendo.
Il Partito che fu Democratico sta demolendo i pilastri dell’ordine costituzionale in Italia. È un cambiamento strutturale, tanto decisivo quanto rovinoso, ma -come tante altre scelte e azioni inaccettabili da almeno trent’anni- sta passando agli occhi dell’opinione pubblica come se niente fosse. Per questo è necessario capire che cosa c’è in gioco e considerare attentamente i termini di quello che sta accadendo per giungere a formulare un chiaro giudizio etico e politico. Una volta giudicata questa pessima “riforma” per quello che è in realtà, è urgente sollevare un forte conflitto democratico e nonviolento per scongiurare un disegno politico dissennato.

La scusa con cui si vorrebbe legittimare la sua manomissione, come è scontato almeno dai tempi di Bettino Craxi a oggi, è fornita dalla tesi che insiste sull’esigenza di garantire la governabilità. Una tesi simile, anche se fosse sostenuta in buona fede, è plausibile solo per chi ha una scarsa dimestichezza con la memoria storica: l’Italia è stata governata, per larga parte della sua storia, da personaggi come Mussolini, Andreotti, Craxi, Berlusconi e ora Renzi. Il nostro è il Paese nel quale la delega di tutto il potere nella mani del Capo è un’abitudine tenace, che si perpetua sotto ogni bandiera. Siamo carenti non certo di tendenze all’accentramento del potere, bensì di capacità di svolgere la sua gestione pluralistica e democratica sulla base di un’effettiva rappresentatività popolare. Invece la prepotenza di Renzi & soci cancella il valore della rappresentatività.

La “riforma” toglie di mezzo il bilanciamento dei poteri e il ruolo di controllo delle opposizioni. I senatori non saranno più eletti dal popolo, ma dai consiglieri regionali. Il progetto di nuova legge elettorale prevede un premio di maggioranza eccessivo alla lista più votata e stabilisce liste bloccate, con la riconferma dello strapotere delle segreterie di partito a scapito della partecipazione e di un minimo di scelta da parte dei cittadini. Così l’intera guida del governo sarà attribuita a un partito dominante, che potrebbe fare a meno di stringere accordo con altri partiti in una coalizione. In una parola: tutto il potere a un partito solo, e poi nel partito tutto il potere a un uomo solo. Nelle modifiche al testo costituzionale i diritti della minoranze, nei lavori parlamentari, non sono specificati ma demandati ai regolamenti delle Camere, che ovviamente saranno plasmati a immagine della maggioranza. Nel contempo viene quasi eliminato il ruolo delle Commissioni parlamentari, essenziali per il processo di definizione delle leggi, tranne che per alcune materie essenziali.
Di fronte a questa sfrontata strategia di concentrazione del potere che cosa fa la “sinistra” interna al PD? Continua a fare la figura di una minoranza complementare all’egemonia del capo: troppo opportunista per rompere effettivamente con lui, troppo miope per riconoscere che un partito democratico ormai non c’è più, troppo pavida per cercare di costruire una forza politica migliore altrove e altrimenti. Per descrivere che cosa faccia questa “sinistra” rende bene l’idea un verso della canzone Don Raffaè di Fabrizio de André: “Si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità”. Come l’attuale Unione Europea usa abusivamente il nome dell’Europa, così il Partito Democratico abusa di un nome che tradisce ogni giorno. E se partiti realmente democratizzati sono soggetti indispensabili per la vita pubblica di un Paese, un partito che stravolge la Costituzione, preferendo elevare la pura ambizione del capo a progetto politico, diventa invece una forza nociva. Una forza che va sconfitta con gli strumenti della democrazia, costruendo un’alternativa nel tipo di persone, nella coscienza etica collettiva e nel tipo di progetto di società che ci si impegna ad attuare. Grazie a questi fattori potranno nascere, come in Grecia e in Spagna, forze politiche adatte a servire la democrazia invece che a seppellirla. —
 

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