Altre Economie / Varie

La matassa della lana italiana

Tra una pecora e un maglione c’è una filiera complessa, che alcuni “pionieri” hanno ricostruito. Tra di loro ci sono piccoli allevatori in fuga dal lavoro cittadino, appassionate magliaie ma anche ricercatori del CNR. L’obiettivo, condiviso, è quello di garantire capi di alta qualità

Tratto da Altreconomia 170 — Aprile 2015
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Il mondo della lana italiana mi si dipana davanti. Seguo come un gatto un gomitolo che si srotola e non lo riesco bene ad afferrare, perché continua a correre. Lungo questo filo appaiono piccoli allevatori in fuga dal lavoro cittadino, appassionate magliaie, ricercatori del CNR. Ognuno ha la sua (parte di) storia da raccontare, e tutte insieme danno forma a una realtà che si credeva estinta, ma sta rinascendo.
Il gomitolo parte nel 2014 a Biolife a Bolzano, la fiera altoatesina del biologico, dove incontro Claudia Comar (comarclaudia@virgilio.it), che ha matasse di lana (pecora, mohair e alpaca) di diversi colori e diverse provenienze, molte trasformate da lei stessa in maglie, cappelli e sciarpe.

Mi chiede di scrivere della lana: è alla fiera innanzitutto per diffondere la cultura di questo filato naturale. Claudia è un’artigiana magliaia da vent’anni, ma finalmente sta realizzando il suo sogno: non più lane solo belle da lavorare, ma lane con una storia, quella delle mani che hanno tosato le pecore, quelle che hanno insacchettato la lana per portarla a lavare, quelle che l’hanno filata. “Volevo essere anche produttrice attenta, non solo consumatrice critica -racconta Claudia-, così ho cominciato a cercare lane naturali, prodotte in Italia e in Francia in piccoli allevamenti. Non mi volevo accontentare di acquistare su internet anonimi gomitoli certificati”. A “Fa’ la cosa giusta!”, nel 2013, Claudia aveva incontrato le genovesi Federica e Stefania, che all’interno dell’associazione Fili Trame e Colori (http://filitramecolori.blogspot.it) -che organizza corsi sulle arti tessili- hanno avviato il progetto Lanivendole (www.lanivendole.com), dedicato alla creazione di filati artigianali e artistici.
Le due “lanivendole“ tingono lana pettinata con colori naturali e poi la filano a mano, creando delle matasse, che sono -parole loro- delle “creature lanose”, degli individui unici e irripetibili. Sono le lanivendole a introdurre Claudia nel mondo di allevatori e trasformatori di questa fibra naturale. “Io mi son sempre occupata dell’ultima parte del processo, la realizzazione di capi di abbigliamento -prosegue Claudia-, e ho sentito il bisogno di affidarmi ad altri tipi di professionalità per capire meglio tutta la filiera”.

Dopo aver iniziato a collaborare, Claudia conosce di persona Valeria Gallese, ideatrice del marchio (registrato) AquiLANA (http://lanaquilana.blogspot.it) a Terra Madre 2014, dove quest’ultima era presente per raccontare la sua storia di resistenza negli Appennini. “Studio veterinaria, approfondisco le produzioni zootecniche -racconta ad Ae Valeria-. Mio marito è da generazioni allevatore, e nel 2010 ci è sembrato naturale fondare un’azienda agricola. Non è un’attività che ci rende ricchi in termini di denaro, ma ci permette di vivere con un altro tipo di benessere. I miei figli crescono nella natura selvaggia dell’Abruzzo”. Per motivi di studio, Valeria si era concentrata sull’allevamento ovino, mentre per motivi personali si è avvicinata sempre di più alla lana che questi animali producono. “Vendendo lana sporca sul mercato internazionale non permette nemmeno di recuperare il costo della tosatura, che è circa di 2 euro a capo -precisa Valeria-: ognuna delle nostre pecore, infatti, può fornire mediamente 3 chili di lana, venduta tra i 30 e i 50 centimetri al chilo. La soluzione è quella di darle un maggiore valore”. L’occasione è stata favorita dai contatti del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, che dal 2010 ha promosso il progetto “Pecunia”, con l’obiettivo di raccogliere i velli delle pecore locali, stoccarli e selezionarli in un unico centro, da cui vengono inviati per essere lavati e rivenduti dal consorzio Biella The Wool Company.

Nel 2011 sono stati raccolti 30mila chili di lana, e quella più pregiata ha garantito ai produttori un utile fino a 1,2 euro al chilo, a favore di una cinquantina di allevatori del territorio, per un totale di lana raccolta che sfiora i 30mila chili. “Il progetto del Parco ci è servito per prendere i contatti diretti con Biella The Wool Company -sottolinea Valeria-, che fa lavorare ai suoi consorziati la nostra lana e ce la restituisce sotto forma di circa 500 chili di filato l’anno. Noi abbiamo voluto investire più degli altri allevatori, sostenendo le spese di trasformazione e trasporto, per potere così ottenere una quintuplicazione del valore della nostra lana”.
Valeria vende poi direttamente le sue matasse di Merinizzata Italiana (nonostante l’ingannevole nome è una pecora autoctona): quella bianca costa a 9 euro all’etto, mentre quella colorata da lei con tinture vegetali dodici.
Sempre in Abruzzo c’è Roberta Castiglione (www.creakit.blogspot.it), architetto, che col progetto Lana d’Abruzzo ha riattivato l’intera filiera della lana della pecora Sopravvissana (in via d’estinzione) integralmente in regione. La vende in matasse su internet (www.creakitshop.com), dove tiene anche dei corsi per imparare ad utilizzarla, mostrando manufatti curati nel design, per stimolare la creatività (www.facebook.com/groups/socialcrochet). Gaia Di Stefano (http://www.gaiadilana.com, vedi Ae 109) la filiera se l’è ricostruita invece tutta in casa. Alleva, tosa, lava, carda oppure fila tutto autonomamente a Miazzina (VB).
Le trame e gli orditi si intrecciano in una rete collaborativa tra tutti i componenti della filiera, che spesso fa capo alla Biella The Wool Company (www.biellathewoolcompany.it). Un progetto nato nel 2005 dalla collaborazione tra Nigel Thompson, inglese con 30 anni di esperienza a Biella nell’industria laniera, e Carmine De Luca, che nello stesso settore lavora dal 1964, dal 2009 opera come consorzio. “L’obiettivo -afferma Carmine- è quello di aiutare gli allevatori, in particolare italiani, a trasformare la lana in un prodotto vendibile, in modo da poter costituire una forma complementare di guadagno”.

Secondo la complessa e contraddittoria normativa europea, sebbene la lana possa essere tutelata con un marchio DOP o IGP (secondo il regolamento CE 510/2006), per il regolamento CE 1069/2009 non è invece considerata una materia prima, ma uno dei sottoprodotti dell’industria zootecnica, a rischio igienico-sanitario, e andrebbe trattata come rifiuto speciale e conferito in discarica, con ulteriori costi per l’allevatore. Vietato è il suo tradizionale deposito nei campi, vietata è anche la combustione, in quanto libera zolfo. Anche il lavaggio della lana sucida (cioè quella appena tosata) andrebbe fatto in appositi stabilimenti, dotati di adeguati depuratori dei reflui. Biella The Wool Company -con il Centro di raccolta e valorizzazione lane, autorizzato- garantisce la raccolta, la selezione per tipologie commerciali e il lavaggio della lana dell’allevatore, che può poi decidere se venderla sul mercato internazionale attraverso il consorzio, oppure se farla lavorare all’interno dello stesso e rivenderla per conto suo una volta trasformata in filato. “Fortunatamente -spiega Carmine- nel biellese sono rimasti macchinari che permettono la lavorazione artigianale di piccoli lotti di lana, così i trasformatori inseriti nel nostro consorzio possono fornire questo servizio anche ai singoli allevatori, anche per bassi quantitativi”.

“La lana italiana -precisa il fondatore di Biella The Wool Company- è utilizzata nella filiera industriale prevalentemente per l’arredamento, non potendo competere in finezza con quella australiana o neozelandese”. La magliaia Claudia Comar, invece, sta cercando di utilizzarla anche per realizzare capi d’abbigliamento: “Mi piace l’idea di utilizzare ciascun filato in modo che abbia una resa ideale rispetto alle sue caratteristiche” sottolinea. Oltre alla AquiLANA, Claudia utilizza anche i filati di pecora appenninica di Maria Joao Tavares, che in provincia di Forlì e Cesena ha dal 2010 messo in piedi il progetto “Lana Viva” (http://lanaviva.blogspot.it). Assieme al marito architetto ha aperto un’azienda agricola, ristrutturando degli spazi in stato d’abbandono da oltre 10 anni: possiedono una quarantina di capi. “Andando spesso a fiere di paese -racconta Maria Joao- mi è capitato di conoscere molti allevatori che mi volevano regalare la loro lana. Sto quindi pensando di ridurre progressivamente il numero di pecore, per dedicarmi alla raccolta e recupero della lana del territorio, che altrimenti verrebbe sprecata”. Il gruppo locale “tosatori romagnoli” effettua la tosa della lana. Una volta lavata, quella per il feltro o per la filatura a mano la fa poi cardare da un anziano materassaio di Cesena. Il filato invece viene lavorato da un’antica filanda nei pressi di Pistoia. Maria Joao, attraverso il progetto “Filiamo la pecora” (http://filiamolapecora.blogspot.it), tiene laboratori per adulti e nelle scuole. “Voglio mostrare alle persone, soprattutto ai ragazzi, le varie fasi di questa antica tecnica tessile quasi dimenticata, cercando di fare capire la sua importanza e la sua semplicità di lavorazione -racconta-. Una volta la lana non doveva essere buttata. Quella della razza delle mie pecore veniva prevalentemente usata per imbottire i materassi. Da quando hanno scoperto la mia attività cacciatori, pescatori e boscaioli mi hanno chiesto di realizzare per loro calze di lana”. La pecora Appenninica è una delle diverse specie a rischio estinzione sul territorio italiano.

Numerosi sono i tentativi per tutelare le razze autoctone. L’Associazione della Pecora Brianzola organizza e gestisce tutte le fasi di lavorazione della lana in cappelli di feltro, plaid, tessuti e abbigliamento con i modelli della tradizione pastorale lombarda (tabarri, giacche e gilet). La Pecora di Lamon (BL) è sostenuta da alcuni enti locali, per ricreare una filiera corta per la valorizzazione della sua lana. Sempre in Veneto, l’Associazione per la promozione e la tutela della Pecora Brogna, tipica della Lessinia nel veronese, comincia circa 3 anni fa a tessere le sue lane, soprattutto grazie a Margherita Carra (www.fogliadiquercia.it). Anche le matasse di questa lana arrivano a Claudia Comar. È una delle più pregiate d’Italia, con la Merinizzata e la Gentile di Puglia, quest’ultima “mantenuta” dal progetto Pecore Attive (www.pecoreattive.it), che pure vuole avviare una micro-filiera di lavorazione artigianale della lana. Anche la Sardegna si è attivata. La Coldiretti ha promosso la nascita nel 2011 l’associazione “Sa lana nostra”, che raccoglie e rivende sul mercato internazionale la lana sarda.

Un maglione di Claudia Comar costa almeno 50 euro per la lavorazione, realizzato con macchine artigianali e rifinito a mano in un piccolo laboratorio dove lavora da sola, cui va aggiunto il costo della lana. Per i prodotti di cui ha sotto controllo l’intera filiera ha depositato un marchio, che garantisce la tracciabilità del prodotto, dalla pecora al capo finito. “Chi indossa le mie maglie può sapere tutto di come sono nate -precisa Claudia-. Rispetto a quelle ‘spersonalizzate’ e con fibre in parte di sintesi che si possono trovare nelle grandi catene, richiedono cura e attenzione. Le mie vogliono proteggere tutta la filiera, compreso il consumatore”. Vende nel suo laboratorio a Val della Torre (Torino), in via Fornace 30, sia a mercatini di artigianato o fiere del biologico, sia a manifestazioni sul territorio. Neanche i bottoni sono lasciati al caso: li fa Domenico Fanizza, un artigiano che vive a Urbino, e sono in legno. Il legno che è una cosa viva, come una lana tinta naturale, che invecchia e muta e non rimane mai la stessa, conservando in sé tutta la storia, dalla pecora a chi ha indossato ciò che da essa è stato creato. —

Una fibra versatile
La lana è una fibra estremamente versatile. Se non è sufficientemente fina e morbida per l’abbigliamento, può sempre essere utilizzata per complementi d’arredo.
È impiegata anche in bioedilizia come materiale isolante. Ma c’è chi la usa facendo esperimenti: Lucia D’Amato, in Trentino, attraverso l’associazione “La casa di feltro”, recuperando le lane delle pecore della catena montuosa del Lagorai, ha realizzato dei pannellini in feltro per la pacciamatura degli orti familiari. P
er poter utilizzare anche quella parte di lana italiana non adatta ad impieghi tessili, invece, l’Istituto per lo Studio delle Macromolecole (ISMAC) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) di Biella hanno promosso il progetto GreenWoolF, finanziato dal programma LIFE dell’unione europea e guidato da Claudio Tonin, che terminerà a giugno 2016: partendo direttamente dalla lana sucida, sottoposta a un processo di idrolizzazione, a basso impatto ambientale, grazie ad acqua surriscaldata, vengono creati degli idrolizzati proteici da utilizzare per la fertilizzazione dei campi nell’agricoltura biologica. Una delle applicazioni potrà essere la creazione di piccoli macchinari che possano produrre localmente questo tipo di concime.
 

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