Ambiente / Varie

Le foreste al limite

A trent’anni dal primo tentativo di salvataggio promosso dalla FAO, le aree tropicali subiscono ancora la deforestazione, a causa dell’agricoltura e dell’allevamento intensivi e delle piantagioni di palma da olio. Intervista a Claude Martin, già direttore del Wwf e autore del report "On the Edge. The State and Fate of the World’s Tropical Rainforests", pubblicato dal Club di Roma, l’istituzione che ha curato negli anni Settanta la prima analisi sui limiti dello sviluppo

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Trent’anni fa, nel 1985, la FAO e il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) lanciano il primo Tropical Forestry Action Plan, una strategia per la preservazione delle foreste tropicali. Era sponsorizzato dalla Banca mondiale, “ma a quel tempo non eravamo riusciti a capire in modo adeguato le dinamiche della deforestazione, e già nel 1992 -alla conferenza di Rio sullo sviluppo, la FAO fu costretta ad ammetterne il fallimento: oltre a non comprendere le cause del fenomeno, non prevedeva alcun coinvolgimento della comunità locali e delle ONG e ha fallito nella tutela e promozione della diversità biologica”. Claude Martin, già direttore generale del Wwf dal 1993 al 2005, ha dedicato alle foreste tropicali “On the edge”, il report pubblicato a maggio 2015 dal Club di Roma -l’istituzione cui dobbiamo la prima analisi sui limiti dello sviluppo, negli anni Settanta- e dedicato a “the State and Fate of the World’s Tropical Rainforests”, lo stato e il destino (a rischio) delle foreste tropicali.
Altreconomia lo ha intervistato, dopo che la FAO -nel pubblicare a inizio settembre il Global Forest Resources Assessment 2015– ha sottolineato come la superficie globale complessiva coperta da foreste continua a scendere, anche se assistiamo a una riduzione del tasso di deforestazione dal 2005, un fenomeno che continua a riguardare -però- le aree tropicali, in particolari modo in Asia e in Sud America.    

Qual è la principale differenza tra foreste primarie e foreste piantate? Le tecniche di riforestazione possono essere considerata appropriate guardando alla complessiva ecologica e biologica dell’ambiente tropicale?
Sono foreste primarie quelle che non sono mai state sfruttate a livello commerciale, e sono quelle che conservano il più alto valore in termini di biodiversità. Anche alcune foreste naturali degradate possono, a certe condizioni, rigenerarsi (crescere nuovamente). Le piantagioni sono spesso destinate a specifiche attività economiche, che vanno dal legname da costruzione alla produzione di gomma, allo sfruttamento da parte dell’industria della carta. Questi ambiti hanno poco a che vedere con le foreste naturali, e presentano uno scarso valore in termini di biodiversità. Ma il termine “riforestazione”, usato nelle statistiche ufficiali, sfortunatamente spesso nasconde questa distinzione.

Nel rapporto le cause della deforestazione sono ben definite (un capitolo è dedicato a “what drives deforestation”). Quali sono, a suo avviso, le principali nel 2015?
Oggi la deforestazione delle foreste tropicali dipende prima di tutto dall’agricoltura commerciale, quindi dall’esigenza di far spazio a piantagioni di soia o di palma da olio, o di far spazio agli allevamenti di bestiame.
Dopo viene l’agricoltura di piccola scala, che rappresenta ancora un importante promotore di deforestazione, in particolari modo in Africa e nel Sud-est asiatico. Il disboscamento causa di rado la deforestazione, ma è la causa principale della degradazione delle foreste, che potrebbe portare -in un secondo momento- alla completa deforestazione.

Spesso, gli indigeni vengono accasati di essere responsabile della deforestazione, per soddisfare la propria esigenza di aree coltivabili. Le statistiche però spiegano che nelle aree a forte presenza indigena o tribale la deforestazione abbia tassi inferiori alla media. Perché?
Gli indigeni, cioè gruppi di persone che tradizionalmente hanno abitato le foreste, raramente causano seri problemi di deforestazione. Alcune aree indigene dell’Amazzonica sono le aree più protette. Oggi, però, masse di contadini poveri stanno invadendo le foreste per praticare un’agricoltura di sussistenza non sostenibile, che può portare a seri problemi di deforestazione. Per loro la foresta e la sua biodiversità non sono più uno spazio per vivere, ma solo terra da coltivare.  

Qual è oggi la realtà dell’Amazzonica, la foresta tropicale più importante del mondo? E che sta accadendo, invece, nel Borneo?
Non esiste al mondo un’altra foresta tropicale tutelata meglio dell’Amazzonia, e gran parte del merito va agli sforzi del Brasile. La metà della superficie delle foreste amazzoniche è sotto una qualche forma di protezione, come aree di conservazione, aree di uso sostenibile, o riserve indigene.
La deforestazione però continua, e ad attentare al futuro dell’Amazzonica sono l’attività mineraria e quella idroelettrica.
La situazione del Borneo è, invece, parecchio differente, e una storia triste: un’area significativa è stata “liberata” per far spazio a piantagioni di palma da olio, e il sistema delle aree protette non è ben sviluppato. La deforestazione continua anche in alcune aree occupata dalle foreste tropicali più pregiate, nonostante le promesse dei governi di Indonesia e Malaysia.

Secondo alcune stime, l’abbattimento delle foreste tropicali contribuisce tra il 10 e il 12% alle emissioni globali di CO2. La lotta ai cambiamenti climatici, perciò, passa anche per uno stop alla deforestazione e alla degradazione delle foreste vergini. Perché?
Una riduzione del tasso di deforestazione e degradazione è particolarmente importante per la stabilità climatica, non solo per l’effetto diretto delle emissioni (legate in particolare alla combustione), ma anche perché a una riduzione delle aree forestate corrisponde una riduzione della capacità di immagazzinare la CO2. Le foreste tropicali, in particolare l’Amazzonia e quelle dell’area centroafricana, sono inoltre fondamentale per garantire il ciclo delle piogge al di fuori dall’area forestale. 
 
Nel report “On the edge” descrive alcuni limiti della certificazione FSC. Che cosa è successo negli ultimi anni?
La certificazione delle foreste tropicali conosciuta come Forest Stewardship Council (FSC) è l’unico sistema credibile per assicurare che il legname provenga da foreste e risorse gestite in modo legale. Sfortunatamente, meno del 10 per cento del legname tropicale arriva da attività certificate FSC. Ritengo però che il Forest Stewardship Council potrebbe fare uno sforzo maggiore per promuovere e supportare le operazioni responsabili nell’area dei tropici, e per accrescere le superficie gestite da operatori certificati. Il rischio è che altrimenti FSC resti un prodotto di nicchia, e che la deforestazione illegale cresca ulteriormente all’interno di aree di foresta primaria.

I grafici sono tratti dal report Dal Global Forest Resources Assessment 2015 della FAO

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