Inchiesta

La voce dei giovani

La società preferisce offrire un ritratto stereotipato della gioventù, e non s’interroga sui propri fallimenti. Chi ha meno di 30 anni ha valori e idee sul proprio futuro

Tratto da Altreconomia 176 — Novembre 2015
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“L’Italia non è un paese per giovani perché i giovani soffrono uno svantaggio rispetto alle generazioni precedenti. Sul mercato del lavoro, innanzitutto”. Elisa Lello insegna Sociologia politica all’Università di Urbino “Carlo Bo”, dove collabora alle attività di ricerca promosse da LaPolis, il Laboratorio di studi politici e sociali diretto da Ilvo Diamanti. Si occupa di mutamento generazionale, partiti e movimenti sociali, forme emergenti di partecipazione politica. Ha appena pubblicato il libro “La triste gioventù: ritratto politico di una generazione”.
“Non solo precarietà: anche quando lavorano hanno salari inferiori rispetto ai più anziani, e il gap è andato crescendo nel corso degli ultimi decenni. Mentre il sistema di welfare non riesce e rispondere alle esigenze di lavoratori con contratti ‘atipici’ come spesso sono quelli dei giovani. Da qui si giunge ad un paradosso: non è un Paese per giovani, ma al tempo stesso l’Italia è un Paese di giovani per sempre. Da una parte, gli adulti esibiscono una gioventù perenne; mentre chi è giovane davvero fa fatica a oltrepassare quelle soglie che definiscono la crescita. Non riescono ad andare a vivere da soli, fanno fatica a costruirsi una famiglia. I giovani si rendono conto di tutto questo e, anzi, sono convinti di avere di fronte a sé una realtà povera di opportunità. La loro è la prima generazione convinta di andare incontro a un futuro non migliore, ma peggiore del presente. Si può essere d’accordo o meno, ma il punto è che loro ne sono convinti. Di fronte a una realtà poco promettente, alcuni -sempre di più- cercano fortuna all’estero. Ma tra gli altri, cioè la maggioranza, prevale una risposta volta al ridimensionamento di sogni e aspettative. Credo che a questo, cioè alle conseguenze su più fronti di una generazione che si sente costretta a decurtare i propri sogni, non si sia ancora dedicata la giusta attenzione.

Chi sono dunque i giovani?
Alcuni importanti istituti di ricerca hanno innalzato la soglia dell’età adulta anche fino a 37 anni. Eppure c’è una differenza netta tra quelli che definisco “giovani veri”, ovvero chi ha oggi tra 18 e 30 anni, e i “giovani adulti”, fino a 40-42 anni circa. Ed è una differenza di non poco conto. Sono infatti generazioni che hanno vissuto le proprie fasi formative in due momenti molto differenti. I giovani adulti hanno formato la loro personalità nel corso degli anni ‘80 e ‘90, in un periodo caratterizzato da sostanziale ottimismo, magari tradotto nella spinta a consumare e divertirsi propria di quel tempo. Un periodo in cui ancora si pensava al benessere come ad un modello acquisito e destinato a riprodursi all’infinito. Il sistema già scricchiolava, ma la rappresentazione era ancora ottimista. Ecco perché è una generazione che ha potuto anche sognare, salvo poi rimanere spesso delusa, all’incontro con un mercato del lavoro profondamente cambiato.
I giovani “veri” invece hanno vissuto la loro adolescenza, e vivono la loro giovinezza, dalla fine degli anni 90 a oggi. Il quadro e il senso comune sono cambiati profondamente. C’è la crisi, c’è la retorica del debito. Hanno visto i giovani-adulti cozzare contro il muro della precarietà e della sotto-occupazione e ritardare scelte di genitorialità e autonomia. Si sentono pressati dagli adulti, che li hanno esortati a studiare e impegnarsi non per desiderio di futuro, per seguire i propri sogni, bensì per arrivare preparati (bene armati) ad un futuro difficile. Studia o non troverai lavoro, non studiare filosofia, non fare il giornalista: rischi di rimanere disoccupato. In un loro fortunato volume, Miguel Benasayag e Gérard Schmit la chiamano“l’epoca delle passioni tristi”: c’è stata un’inversione di segno del futuro, da promessa a minaccia. In tale clima di allarmismo, occorre scegliere “bene” le priorità, e sacrificare tutto ciò che possa apparire “inutile”: non ci si può permettere il lusso di coltivare sogni, ambizioni, fare esperienze solo per il gusto di farle, senza un tornaconto quantificabile.

Come si è svolta la vostra ricerca?
Ci siamo basati su dati quantitativi -sondaggi condotti su campioni rappresentativi della popolazione- e su una cinquantina di interviste rivolte a giovani. Abbiamo fatto riferimento a più ricerche e incrociato diversi profili sociali, cercando di includere punti di vista differenti.

C’è una tendenza comune dei giovani verso la politica?
Partiamo da qui: la realtà sociale appare, agli occhi dei giovani, più triste e scarna di quella percepita dagli adulti. Più convinti (degli adulti) di non potersi fidare degli altri, certi che il merito serva a poco rispetto alle conoscenze per farsi strada nella vita, i giovani sembrano guardare il mondo circostante guidati dalla principale preoccupazione di evitare di farsi illusioni. Eppure, anche di fronte a una realtà poco soddisfacente, sono convinti che le cose non possano cambiare. Il loro scetticismo nei confronti dell’idea di cambiamento appare in tutta la sua portata in ambito politico: sono quasi ostili verso quei soggetti che ambiscono a disegnare scenari futuri differenti, come se li volessero prendere in giro, perché tanto cambiare non si può. Al più la politica può apportare piccoli aggiustamenti, dare qualche risposta alle emergenze del momento: ma non parli di ideali o valori -mere illusioni a cui come si può ancora credere, al giorno d’oggi-. Si deve tenere conto di questo per capire il paradosso di una generazione precaria che però non si rende protagonista di mobilitazioni collettive a difesa dei propri interessi.
Alcuni osservatori si stupiscono del silenzio dei giovani rispetto allo stile politico del premier Matteo Renzi, improntato a una disintermediazione, ovvero a stabilire un rapporto diretto, carismatico, tra leader e popolo che sembra mettere ai margini le voci dissonanti, considerando i dibattiti e i processi rappresentativi come intralci all’efficacia dell’azione di governo. Il punto è che i giovani si riconoscono molto bene in una politica di questo tipo: siccome la politica al massimo può produrre risposte minimali, che non intaccano lo status quo, allora non solo non ha più senso parlare di ideali, di destra e sinistra, ma addirittura la stessa architettura istituzionale complessa -che garantisce rappresentanza e partecipazione dei diversi punti di vista, valori e opzioni ideologiche- perde di senso. Non ha senso quell’assetto istituzionale, fatto di iter complessi e tempi lunghi (che però concede il tempo per il confronto e la ricerca del compromesso) che costituisce la dimensione formale della democrazia, senza la quale tuttavia viene meno anche la sua dimensione sostanziale. La parola chiave per i giovani è semplificazione: scopo della politica è dare risposte ad emergenze frammentarie e “oggettive”, dunque ciò che conta è che lo si possa fare con poco dispendio di risorse e tempo, e possibilmente con competenza: questo è ciò che i giovani si accontentano di chiedere alla politica.

Come si vedono i giovani?
Abbiamo notato, chiedendo ai giovani di descriversi, che si vedono in modo negativo: distaccati, poco interessati, superficiali, disorientati, senza ideali e valori, incapaci di dare valore alle cose e di esserne soddisfatti. Sfiduciati. Però poi abbiamo notato che, quando parlano di se stessi e dei loro amici più stretti, non si riconoscono nella descrizione generale che hanno appena fatto: hanno, anzi, ben chiari quali siano i propri valori e obiettivi.
Non è vero, dunque, che i giovani sono senza valori o interessi. Questa, piuttosto, è la diagnosi che il senso comune tende ad attribuire loro, sull’onda di certa cronaca giornalistica che, se parla di giovani, lo fa a partire quasi sempre da eventi negativi (bullismo, esibizionismo mediatico, prostituzione, abuso di sostanze…). 
La ricerca ci ha fatto capire che la realtà è diversa. I giovani sembrano piuttosto (fin troppo?) adulti, se guardiamo ai loro obiettivi: una famiglia, dei figli, un lavoro solido, ben retribuito e prestigioso. Obiettivi concreti e tradizionali anche nelle scelte morali. Si richiamano al modello, per come viene da loro percepito (e idealizzato), della vita dei loro genitori. Non più protesi verso il futuro, guardano indietro, al passato. Spaesati da adulti che vogliono essere sempre giovani, e da giovani-adulti costretti, loro malgrado, a biografie irregolari ed acrobatiche, invocano piuttosto un ritorno dell’ordine. Del resto, appaiono nei valori e nelle visioni del mondo molto vicini alle generazioni precedenti, tanto da non intravedere segni di ribellione intergenerazionale.

Che ruolo hanno avuto le istituzioni e le norme?

La domanda andrebbe rigirata: come fare? quali risposte potrebbero dare le istituzioni? Di quali norme c’è bisogno? La questione è complessa, mi limito a indicare tre punti. Il primo è un welfare attento alle esigenze dei lavoratori atipici, politiche redistributive che permettano ai giovani di guardare con fiducia al futuro. Il secondo versante riguarda la pedagogia, e coinvolge tutti i soggetti che a vario titolo (scuola, famiglie, associazioni…) hanno a che fare con l’educazione dei più giovani: il desiderio del futuro, e non la minaccia del peggio, dovrebbe tornare ad essere il motore dell’apprendimento. È urgente che permettiamo, che esortiamo anzi, i giovani a sognare. Perché il grande soggetto mancante per i giovani, oggi, è proprio il desiderio, semmai sostituito dalla sua versione consumistica: le voglie. Infine c’è la politica: non dovrebbe forzatamente inseguire tutte le domande dei giovani ai fini di intercettarne il consenso, soprattutto là dove la semplificazione e la disintermediazione finiscono per erodere le basi della democrazia. Però si tratta di scalfire la convinzione che non si possano cambiare le cose. Di uscire dal vicolo cieco della mancanza di alternative e di un preteso approccio non-ideologico: in politica non c’è (quasi) nulla di oggettivo. La politica dovrebbe piuttosto tornare a parlare onestamente, riprendendo Zagrebelski, di fini, o a confrontarsi, in altre parole, su quale futuro desideriamo costruire. —

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