Ambiente / Varie

La prescrizione senza tempo

Dopo la sentenza Eternit era stato promesso un intervento sulla decorrenza dei termini, che non è mai arrivato. E anche il caso della discarica di Bussi (PE) dimostra l’esigenza di depotenziare un istituto che "continua a proiettare la sua efficacia pure nel corso del processo, dopo l’avvenuto esercizio dell’azione penale o addirittura dopo che è stata pronunciata la sentenza di condanna di primo grado", come ha ricordato il primo presidente della Corte di Cassazione, Giovanni Canzio, aprendo l’anno giudiziario 2016
 

Tratto da Altreconomia 177 — Dicembre 2015
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Tra qualche mese, ma solo prestando attenzione, noterete sui quotidiani un trafiletto. Riporterà la notizia della fine del processo ad Angelo Dario Scotti. Il presidente e amministratore delegato di Riso Scotti era stato arrestato -nel 2011- per l’inchiesta che ha coinvolto la Riso Scotti Energia spa: secondo l’accusa, nella centrale a biomasse venivano bruciati rifiuti, anche pericolosi. Scotti è stato rinviato a giudizio, ma le udienze procedono a rilento e così la prescrizione è -oggi- dietro l’angolo. Il “caso Scotti” è uno di quelli segnalati da Legambiente nell’ambito del dossier “Disastri impuniti”, che evidenzia -a partire da casi concreti- come sia molto difficile che un processo relativo a tematiche ambientali arrivi fino al terzo grado di giudizio. “In questi ambiti, laddove devono essere anche accertati i danni, è necessario procedere attraverso perizie, contraddittori, scambi di pareri, e quando un processo riguarda le violazioni del limiti tabellari le aziende coinvolte intervengono con i propri uffici legali, per diluirne i tempi” spiega Antonio Pergolizzi, coordinatore dell’Osservatorio nazionale ambiente e legalità di Legambiente.

“Con la legge sugli ‘ecoreati’, le prescrizioni sono state raddoppiate per le due fattispecie di disastro e inquinamento ambientale” riprende Pergolizzi. Ciò significa che se in futuro verranno riconosciute queste nuove fattispecie di reato, cambierà qualcosa, ma per il momento gli esempi di “giustizia negata” -come la definisce Legambiente- continuano a sommarsi. L’ultima prescrizione in ordine di tempo, a luglio 2015, ha “salvato” l’imprenditore Luigi Zunino, che era stato rinviato a giudizio insieme ad altre 9 persone per presunte irregolarità nella bonifica dell’area Montecity, nei pressi della stazione Fs di Milano Rogoredo. I capi d’accusa riguardavano gestione, miscelazione e smaltimento dei rifiuti. L’area che avrebbe dovuto ospitare la “città satellite” di Milano Santa Giulia, un progetto di Risanamento spa, società quotata in Borsa e allora controllata da Zunino, era stata posta sotto sequestro il 19 luglio 2010. Il provvedimento è stato annullato solo nel luglio del 2015, il giorno dopo la sentenza di proscioglimento per Zunino. E gli azionisti -oltre allo stesso Zunino, che oggi detiene l’11% della società, ci sono Intesa Sanpaolo, al 48,8%, a Unicredit, al 19,5%- puntano adesso a sviluppare quello che sui documenti aziendali definiscono “comparto Nord”. Come se niente fosse successo.

Parlando di reati ambientali Giorgio Santacroce, primo presidente della Corte di cassazione, nella “Relazione sull’amministrazione della giustizia nell’anno 2014” con cui ha inaugurato l’ultimo anno giudiziario, ha fatto esplicito riferimento a “all’estrema complessità di indagini iniziate a distanza di anni dai fatti, in relazione a reati spesso destinati a estinguersi per prescrizione in appello o in cassazione”. Anche la Relazione annuale 2015 della Direzione nazionale antimafia parlando di inchieste per traffico e sversamento di rifiuti, suggerisce che “a rendere problematiche tali investigazioni, più che la loro complessità, è il rischio di prescrizione”.
Ciò accade perché “in alcuni casi l’emersione del reato può richiedere anni” come spiega Giuseppe Bellelli, Procuratore a Sulmona (AQ). È stato uno dei due pm del processo in Corte d’Assise per il caso della megadiscarica illegale di rifiuti scoperta nel 2007 a Bussi sul Tirino, in provincia di Pescara: “La discarica era occultata, e sono passati lustri prima che venisse scoperta. Anche se non c’è l’accertamento del reato, il tempo della prescrizione decorre, incidendo così sull’aspetto sostanziale dell’accertamento penale. E questo riguarda tutti quei reati che non emergono subito”. Dopo un rinvio a giudizio per 19 imputati, nel dicembre del 2014 è arrivata la prescrizione. C’è un paradosso: è in corso un processo “Bussi bis”, che vede indagati i vertici dell’azienda che gestisce il servizio idrico integrato, accusati di aver somministrato l’acqua contaminata da una discarica illegale ma impunita.

Pochi mesi prima, il tema della prescrizione aveva avuto ampio risalto sui media: il 19 novembre del 2014, infatti, la prima sezione penale della Cassazione annullò -considerando prescritto il reato- la condanna a 18 anni di reclusione per disastro doloso a carico Stephan Schmidheiny, nell’ambito del processo Eternit. Solo a Casale Monferrato, nell’alessandrino, dalla fine degli anni Ottanta si sarebbero contati oltre 250 morti. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi affermò -ai microfoni di Rtl 102.5- “bisogna cambiare le regole del gioco sulla prescrizione”, e scrisse -su Twitter- “non possiamo cedere davanti alla prescrizione”.
È passato un anno, ma le “regole del gioco” restano le stesse, e l’iter della legge che apporta “modifiche al codice penale in materia di prescrizione del reato” (quelli ambientali, ma non solo) è impantanato al Senato della Repubblica. Come intervenire? “La prescrizione potrebbe fermarsi dopo un rinvio a giudizio, o dopo una condanna di primo grado -sostiene Bellelli-. In tal modo si porrebbe anche un forte disincentivo ai moltissimi ricorsi in appello e in cassazione strumentali, presentati solo per far trascorrere il tempo della prescrizione”. Le statistiche della Suprema corte confermano: in dieci anni -tra il 2004 e il 2013- i casi in cui un reato si è estinto per prescrizione si sono notevolmente ridotti, da 219.146 a 123.078 (meno 43,9%), ma nel contempo è aumentata significativamente l’incidenza di prescrizioni dopo una sentenza di condanna nel primo e nel secondo grado di giudizio, passati dal 12% al 34% del totale.   
 
Enrico Zucca
è sostituto procuratore a Genova ed editorialista di Altreconomia. Negli ultimi anni ha trattato il tema della prescrizione in più interventi. Quelli in discussione al Senato, nel testo già approvato nel marzo scorso alla Camera, sono -a suo avviso- “un po’ ricuciti: manca una disciplina generale; si interviene un pochino per limitare gli effetti più deleteri, o più denunciati, allargando le ipotesi di interruzione o sospensione, ma senza un intervento radicale. Come previsto nella maggior parte degli ordinamenti, la prescrizione non ha più senso se viene celebrato il giudizio. Dopo il giudizio, o la sentenza di primo grado, non ha ragione di esistere” spiega. “E se nel nostro ordinamento con diversi gradi di giudizio v’è un problema di durata ragionevole del processo, allora -sostiene- che s’intervenga sulla abnormità del ricorso all’impugnazione, disciplinandone i limiti di ammissibilità”.

Per evidenziare la “confusione giuridica” della norma, Zucca guarda a un elemento, che come abbiamo visto riguarda in particolare i reati ambientali. È prevista, infatti, una sospensione dei termini della prescrizione per effettuare perizia, “ma per non più di tre mesi, un vero e proprio pannicello caldo,  a maggior ragione se il presupposto è che la perizia sia di particolare complessità”. —

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