Economia

Il diritto alla vita è negli alberi – Ae 55

Numero 55, novembre 2004Dove la foresta viene distrutta la povertà aumenta, come in Honduras. Il colpo di grazia: la vendita del Paese con 372 concessioni minerarie. Un prete guida la resistenza. Ecco la sua storia e quella della sua gente“Difendiamo…

Tratto da Altreconomia 55 — Novembre 2004

Numero 55, novembre 2004
Dove la foresta viene distrutta la povertà aumenta, come in Honduras. Il colpo di grazia: la vendita del Paese con 372 concessioni minerarie. Un prete guida la resistenza.
Ecco la sua storia e quella della sua gente

“Difendiamo il bosco, perché vogliamo difendere la nostra vita”. Ripete spesso queste parole padre Andrés Tamayo, 47 anni, sacerdote di origine salvadoregna ma da oltre un ventennio in Honduras. E dietro queste parole c’è la storia drammatica e tormentata di un sacerdote, di un popolo e di cinque persone che sono state uccise proprio perché volevano difendere il bosco.

Circa 20 anni fa padre Tamayo decide che vuole vivere nei villaggi, vuole condividere la vita dei campesinos. Il vescovo lo nomina parroco di Salamà, un villaggio nella regione dell’Olancho, nel Nord dell’Honduras e inizia a dedicarsi alla formazione di un gruppo di catechisti-educatori popolari. Ed è attraverso questi catechisti che inizia, nei villaggi della sua parrocchia, un’opera di educazione e coscientizzazione popolare. La gente si ritrova per ascoltare la Parola di Dio, ma poi discute anche dei problemi che incontra nella vita quotidiana. E comincia a capire. “Capisce”, racconta padre Tamayo, “che molte questioni possono essere risolte se si lavora insieme, se ci si oppone ai soprusi, se si è consapevoli dei propri diritti”.

È da questo lavoro di base che pian piano nasce nel corso degli anni il movimento a difesa della foresta e delle sue risorse, dal 2000 denominato Mao (Movimento ambientalista dell’Olancho). La gente, e insieme a loro padre Tamayo, comprende che una della cause della crescente povertà è da ricercare proprio nello sfruttamento selvaggio della foresta. “Un saccheggio che, a fine anni novanta, ha divorato ben oltre cinque milioni di ettari di bosco rispetto ai sette milioni originari”, ricorda. Con conseguenze devastanti anche per la vita degli abitanti della regione. Inaridimento dei suoli, innalzamento delle temperature, dispersione delle falde acquifere, maggior esposizione dei terreni a frane e smottamenti. La grave carenza di acqua penalizza il consumo delle comunità locali e l’irrigazione delle colture.

Il Mao denuncia che, nell’ultimo decennio, sia stato disperso il 62,3% delle risorse di acqua dolce della regione, i raccolti si siano ridotti della metà, il 50% della popolazione sia stata costretta ad andarsene e l’80% si sia ulteriormente impoverita.

La strategia adottata, anche prima della nascita del Mao, è quella della disobbedienza civile: blocchi delle strade per fermare i camion carichi di legname, occupazione delle imprese da taglio, sit in di fronte alle sedi della varie istituzioni. “Spesso non ci resta che il nostro corpo per difendere gli alberi della foresta. E così ci leghiamo ai tronchi per impedire alle motoseghe di continuare il saccheggio”. Sempre con metodi pacifici, senza mai ricorrere alla violenza. “Il problema è che nell’Olancho il taglio del legname”, spiega, “è in mano a cinque imprese che, grazie a complicità politiche sia locali che nazionali, fanno un po’ quello che vogliono”. Il legname viene poi esportato negli Usa, in Europa e in altri Paesi caraibici. !!pagebreak!!

Per padre Tamayo e per gli attivisti del Mao ben presto sono arrivate anche minacce e piccoli attentati, di fronte ai quali non hanno desistito. Dal 1998 però la lotta per difendere il bosco è diventata pericolosa: cinque attivisti del Mao sono stati uccisi. Anche padre Tamayo è sulla lista nera dei sicari. L’anno scorso è dovuto fuggire per un mese dall’Honduras e, grazie alla Caritas italiana, è stato in Italia dove ha potuto raccontare in numerosi incontri la sua lotta. Anche quest’anno è tornato in Italia, non più per le minacce, ma per ampliare la rete di rapporti con associazioni e università che sosterranno il Mao. “Se per noi i pericoli sono diminuiti”, aggiunge, “è anche grazie al fatto che abbiamo un ampio sostegno internazionale: chi ci vuole fermare sa che ha gli occhi del mondo puntati addosso”.

Nella storia del Mao si è avuta una svolta nel giugno del 2003. Forte del consenso popolare che registra quotidianamente tra la popolazione, il Movimento decide di organizzare una Marcia per la vita, con l’obiettivo di portare la protesta fuori dall’Olancho e farla diventare una questione nazionale. Per sette giorni circa 25 mila persone hanno camminato da Juticalpa, capoluogo dell’Olancho, a Tegucitalpa, capitale dell’Honduras (in totale circa 170 chilometri). Al termine della marcia Tamayo ha detto ai partecipanti: “Il diritto alla vita è un valore inalienabile (citando la Costituzione della Repubblica dell’Honduras), non è quantificabile a nessun prezzo. Pertanto esigiamo rispetto per la nostra vita. Dopo aver esaurito tutte le istanze di dialogo, essendosi negati sia i governi precedenti che quello attuale, non avendo incontrato porte aperte e orecchie che ci ascoltassero, abbiamo esposto il nostro corpo alla fatica di questa marcia”.

“Per più di trent’anni hanno saccheggiato la nostra regione e il Paese intero. Non si può tacere questo furto. E come colpo di grazia hanno venduto il Paese con 372 concessioni minerarie che abbracciano 35 mila chilometri quadrati”.

Quest’anno, sempre in giugno, il Mao, insieme a decine di associazioni, cooperative, ong, ha organizzato una nuova Marcia per la vita, che è partita da quattro punti diversi dell’Honduras, proprio per rimarcare il fatto che alcuni problemi sono comuni a tutto il Paese. Vi hanno partecipato almeno 42 mila persone.

“Durante la marcia”, racconta padre Tamayo, “hanno cercato di fermarci in vari modi. Hanno prima cercato di creare divisioni al nostro interno, poi ufficialmente ci hanno chiesto di tornare indietro perché eravamo pericolosi per la sicurezza nazionale visto che era anche il periodo della campagna elettorale. Infine, il presidente ha detto che era disposto ad incontrarci, ma abbiamo rifiutato perché era chiaro il suo intento di voler fare solo un incontro di facciata ad uso di Tv e giornali con tante promesse senza impegni precisi. Arrivati nella capitale abbiamo portato in Parlamento le nostre proposte: moratoria delle concessioni di taglio e di quelle minerarie, un nuovo ordinamento territoriale che definisca regole precise sull’uso dei terreni, monitoraggio indipendente sulla situazione ambientale”.

“Il lavoro di questi anni”, commenta padre Tamayo, “ha permesso alla gente di prendere coscienza che la tutela dell’ambiente è fondamentale per poter vivere. Le incognite sono però molte, visto l’obiettivo dei governi dei Paesi del Nord e del Sud America di stipulare accordi di libero commercio. Temo che sarà ancora più difficile difendere le nostre risorse, difendere i nostri boschi. E quindi difendere la nostra vita”. !!pagebreak!!


La banda dei 5 taglialegna
Sono 5 le imprese che stanno saccheggiando le foreste dell'Olancho e di altre zone dell'Honduras: Aserraderas Sansoni, Playwood, Yodeco, Lamas e Lardizaval. Anche se compaiono nel registro delle imprese honduregne, secondo padre Tamayo sono in mano a industriali stranieri. Il loro legname viene esportato in Usa, in Europa, in Messico, in Giappone.

L'Honduras è un Paese ricco di foreste. Più del 70% del territorio è dichiarato a vocazione forestale. Secondo un rapporto del 2001 della Cooperazione Honduregna dello Sviluppo Forestale (Codhefor) ogni anno vengono distrutti tra i 100 e i 120 mila ettari di bosco dagli incendi e dal taglio illegale. Una delle denunce del Mao riguarda anche la corruzione . Lo stesso Cohdefor, che dovrebbe controllare lo stato di salute delle foreste, è finanziato dalle imprese di taglio. L'ambiente è minacciato anche dalle concessioni minerarie. Nel giugno 2003 erano 300, un anno dopo erano salite a 800. Solo grazie alla Marcia per la vita del giugno scorso si è ottenuto una moratoria in attesa di definire criteri più chiari per le concessioni.

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