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Il golpe infinito

di Luca Martinelli - 27 gennaio 2010
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Tratto da AE111

Le elezioni di fine novembre non hanno ristabilito la democrazia in Honduras. Le parole di Betty Matamoros, del “Fronte contro il colpo di Stato”

La democrazia in Honduras esiste solo sulla carta. Non credete ai grandi media, che hanno salutato le elezioni di fine novembre come la fine di un dramma collettivo, il colpo di Stato del 28 giugno scorso che aveva allontanato dal Paese il presidente Manuel “Mel” Zelaya.
I loro inviati non erano a Tegucigalpa, la capitale, o nei dipartimenti periferici. Chi si limita a ribattere agenzie di stampa non sa che le elezioni erano falsate, giostrate dall’esecutivo golpista di Roberto Micheletti. Il perché lo ha spiegato il “Fronte nazionale contro il colpo di Stato”, che riunisce le organizzazioni sociali, gli intellettuali e i partiti che da sei mesi manifestano per ristabilire “l’ordine costituzionale e istituzionale” nel Paese centroamericano: le elezioni “convocate da un regime di fatto che viola i diritti umani e politici di cittadini e cittadine -scrivono in un comunicato del 6 novembre-, sarebbero solo una forma di validazione della dittatura a livello nazionale e internazionale”. Del Fronte fa parte Betty Matamoros, che per spiegare le ragioni della resistenza pacifica contro il colpo di Stato cita la costituzione: “L’articolo 3 non ci ‘permette’ di ubbidire a un governo usurpatore -racconta-. Invita, anzi, all’insurrezione. Per questo non siamo delinquenti”. Parla sempre al plurale Betty, usa il nosotros questa donna arrivata in Italia per raccontare la realtà vissuta dal popolo honduregno, “per rompere l’accerchiamento mediatico, per dare una visione corretta di ciò che sta accadendo nel nostro Paese. I golpisti violentano il diritto all’informazione”. In Italia i quotidiani hanno parlato poco e male del colpo di Stato in Honduras. E l’analisi (identica) degli inviati di Corriere delle Sera e Repubblica ha semplificato assai la realtà: Zelaya è stato deposto perché voleva modificare la Costituzione, che non permette la rielezione del presidente, e chiedere un secondo mandato alle elezioni di fine novembre.
Betty, davvero è andata così? 
“No. Si è trattato di un colpo di Stato. Zelaya è stato caricato su un aereo e portato in Costa Rica, con l’uso delle armi e della violenza. La Corte suprema di giustizia non ha preso le distanze dal colpo di Stato, che è stato appoggiato dalle oligarchie economiche e dalla gerarchia ecclesiastica”.
Quali sono le cause di questo golpe?
“Zelaya, che è un uomo di destra, ha riconosciuto la sofferenza del popolo honduregno, e in un Paese dove l’80 per cento della popolazione vive in povertà ne ha saputo cogliere le necessità. Con un’asta pubblica per l’acquisto di combustibili, ad esempio, ha ottenuto un prezzo più basso, intaccando gli interessi di oligarchi nazionali. Ha bloccato la privatizzazione dei servizi pubblici e nuove concessioni minerarie, ha aumentato del 60% il salario minimo. Sotto la pressione delle organizzazioni indigene, contadine e sindacali, riunite nella Coordinadora Nacional de Resistencia Popular, nell’agosto del 2008 è entrato nel’Alba (l’Alternativa Bolivariana para las Americas, ndr). La goccia che ha fatto traboccare il vaso, però, è stata la scelta di indire una consultazione popolare per il 28 giugno 2009, che non si è mai tenuta perché all’alba di quel giorno  Zelaya venne sequestrato e deposto.
A quale quesito avrebbe dovuto rispondere il popolo honduregno?
“La gente avrebbe dovuto dire se voleva, o meno, installare una quarta urna elettorale durante la tornata delle presidenziali. Insieme alle schede per l’elezione diretta del capo dello Stato, dei membri del Congresso e dei sindaci, i cittadini sarebbero stati chiamati così ad esprimere la propria preferenza per la convocazione di un’Assemblea costituente. È stata promossa una campagna terribile contro Zelaya, accusato di ‘abuso di potere’, anche se non avrebbe mai potuto ricandidarsi. Purtroppo, nel nostro Paese il 90 per cento dei mezzi di comunicazione è in mano all’oligarchia che è contraria al presidente. Per questo siamo scesi in piazza a difesa della consultazione, di un momento di partecipazione. Non di un presidente, ma di un processo. Chiediamo un’Assemblea costituente dal 2005, da quando il governo ratificò il Cafta, l’accordo di libero scambio con gli Stati Uniti d’America, che ha acuito le disuguaglianze nel Paese e limitato la sovranità nazionale. Il nostro obiettivo è rifondare l’Honduras”.             
Chi paga, in prima persona, le conseguenza del colpo di Stato?
“La repressione è costata 21 morti e quasi 600 feriti, e sono circa 2mila coloro che restano detenuti illegalmente. In carcere, ci sono 39 persone accusate di sedizione. Sono contadini, e sono stati fermati negli ufficio dell’Instituto Nacional Agrario, dov’erano riuniti per difendere certificati di titolazione di una terra comunitaria. Altri 12 indigeni hanno chiesto asilo all’ambasciata del Guatemala. E, dal 21 settembre, il presidente Zeleya è rientrato nel Paese ed è rinchiuso nell’ambasciata brasiliana”.  
Come giudichi l’impegno della comunità internazionale?
“Sono tutti molto timidi. A partire dagli Usa, che insieme ai governi della regione ci hanno imposto un accordo che viola il diritto del popolo alla resistenza. Dell’agenda approvata, condividiamo solo un punto, il primo, che chiede il ritorno dell’ordine costituzionale. C’è anche, però, un invito all’amnistia, cioè all’impunità per i golpisti. Ciò crea un precedente grave, non solo per l’Honduras ma per tutta l’America latina. A queste condizioni, il prossimo presidente sarà molto vulnerabile. Inoltre, storicamente tutti i colpi di Stato nella storia del Paese si sono conclusi con la convocazione di un’Assemblea costituente. È per questo che non vogliono riconoscere il colpo di Stato. Legalmente, il presidente può decadere dall’incarico solo in caso di morte o di pazzia. A non farci sentire soli è la solidarietà popolare. In America latina, molti urlano lo slogan ‘Todos somos Honduras’ (tutti siamo Honduras, ndr). Sentono che se non fermiamo oggi questo processo, l’onda travolgerà tutti. Ci sarà un’escalation. Questo colpo di Stato non è contro un presidente né contro un popolo. È contro un intero continente”.

Sei mesi di silenzio mediatico
Il 28 giugno 2009 il presidente Manuel “Mel” Zelaya (nella foto di sinistra) viene deposto ed espulso dal Paese. Prende il suo posto Roberto Micheletti (nella foto di destra), già presidente del Congresso, figlio di immigrati bergamaschi. Quel giorno avrebbe dovuto tenersi una consultazione popolare: in vista delle elezioni presidenziali, in programma a novembre, i cittadini dovevano esprimersi sull’installazione di una quarta urna elettorale, per un referendum che avrebbe sancito la convocazione (o meno) di un’Assemblea costituente.
Il 21 settembre, a quasi tre mesi dal colpo di Stato, “Mel” Zeleya è rientrato in Honduras. Si è rifugiato nell’ambasciata brasiliana, assediata dai militari.
Il 30 ottobre è stato firmato l’“accordo di Tegucigalpa-San José”, tra governo di fatto e governo legittimo, con la mediazione dell’Organizzazione degli Stati americani e del presidente del Costa Rica Oscar Arias. In base all’accordo, Zelaya avrebbe dovuto tornare al proprio incarico in vista delle elezioni presidenziali. Ma il Congresso e il governo golpista di Micheletti hanno bloccato l’applicazione dell’accordo.
Il 29 novembre 2009 si sono svolte le elezioni presidenziali e per il rinnovo del Congresso. Alla tornata avrebbe dovuto partecipare, per la prima volta nella storia del Paese, un candidato indipendente dai partiti, Carlos Humberto Reyes. La Candidatura Independiente Popular, espressione delle organizzazioni sociali, che hanno raccolto oltre 60mila firme per permettere a Reyes di partecipare alla contesa elettorale, si è ritirata a inizio novembre, contestando la legittimità istituzionale e costituzionale delle elezioni.
Il 27 gennaio 2010 entrerà in carica il nuovo presidente eletto. Sarà uno tra Elvin Santos, del Partido Liberal, lo stesso di Zeleya e Micheletti, e Porfirio Lobo, del Partido Nacional, già sconfitto da Zeleya nel novembre 2005.

Pirati italiani all'arrembaggio
Il colpo di Stato non frena le relazioni commerciali tra Italia e Honduras. Dal 25 al 27 febbraio 2010, a Tegucigalpa è in programma la terza edizione di “Expo-Italia”, la fiera commerciale di prodotti e servizi italiani promossa dalla Camera industria e commercio italo-honduregna (Cicih, www.cicih.com). Nel direttivo dell’istituto siede Marco Polo Micheletti, fratello del presidente golpista. All’invito nel Salón de Convenciones del Hotel Honduras Maya, a Tegucigalpa, risponderanno nomi blasonati del capitalismo italiano, attivi in Honduras. Da Acea ad Eurocantera (gruppo Colacem), da Henry Morgan Alpitour ad Astaldi. Proprio la filiale honduregna della seconda impresa italiana di costruzioni (vedi Ae 107) sta realizzando le prime opere del mega-progetto eco-etno-turistico “Los Micos Beach and Resort Centre”, nell’area della Baia di Tela (Ae 78). Il progetto è osteggiato dalle popolazioni locali afro-discendenti di etnia garifuna, perché -come racconta Piratas al resort-Il saccheggio di Bahìa de Tela, il documentario di Maribel Arial Perez- gli hotel a 5 stelle (quattro), le ville di lusso (256), il club ippico e il campo da golf dovrebbero sorgere all’interno delle terre di proprietà collettiva dei garifuna (per info sul documentario, che dura 23 minuti e costa 10 euro, potete scrivere a 3gatosproducciones@gmail.com)

Info: www.puchica.org è il sito dell’associazione Collettivo Italia Centro America (Cica); resistehondurasita.blogspot.com è il blog che raccoglie le notizie in italiano sulla resistenza honduregna; contraelgolpedeestadohn.blogspot.com è il blog ufficiale del Frente Nacional Contra el Golpe de Estado; candidaturasindependienteshonduras.blogspot.com è il blog della candidatura indipendente alle elezioni presidenziali


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