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Debito pubblico, il gioco s’è rotto

Lo scorso agosto la crisi ha preteso la sua resa dei conti: oggi paghiamo caro le conseguenze di una finanza incontrollata. Ribellarsi è possibile e doveroso.


di Francesco Gesualdi - 10 novembre 2011
TRATTO DA

Il Centro nuovo modello di sviluppo ha pubblicato il documento "Il debito e come uscirne con equità in 12 punti", consultabile a questo link

Il bubbone del debito pubblico è esploso all’improvviso perché qualche furbetto ha deciso che era giunto il momento di farci sopra dei soldi. Inutile cercare di capire in che modo: la speculazione è un gioco d’azzardo intricato, costruito sulla compravendita di tutto ciò che esprime valore: case, francobolli, quadri, azioni, obbligazioni e ogni altro genere di titolo finanziario. La bravura sta nel saper prevedere l’andamento del prezzo futuro e sfruttarlo a proprio vantaggio attraverso mosse così cervellotiche che a volte si annodano anche per quegli stessi che le hanno pensate. Ma bravura e fortuna valgono solo per i piccoli pesci. Per i grandi speculatori valgono piuttosto le regole della psicologia: quando puoi muovere miliardi di euro, tutti d’un botto, il mercato lo orienti tu stesso, generando ottimismo o paura. In ogni caso la speculazione è un gioco a somma zero. Qualcuno vince, qualcuno perde, ma solo fra chi siede attorno al tavolo della partita. Eppure la finanza ci viene imposto come un tema di interesse collettivo e non si capisce perché. Perché dobbiamo sorbirci l’andamento di Borsa a ogni telegiornale? Perché dobbiamo strapparci le vesti se scende e gioire se sale? Perché dobbiamo preoccuparci se il debito pubblico entra nell’occhio della speculazione, ossia viene usato come esca dagli speculatori per spillare soldi ad altri giocatori che cadono nella loro trappola?
Le risposte sono molteplici, forse più culturali che economiche.
È chiaro, ad esempio, che c’è l’intento di sottoporci tutti a un trapianto d’organo, fare in modo che nel  petto di ciascuno di noi non pulsi più un cuore di lavoratore, di donna, di padre, di insegnante, ma un cuore di capitalista che vibra solo per i soldi. Ridurci a tanti robot che ragionano da capitalisti pur appartenendo a un’altra classe sociale. Questo è il progetto perseguito dal sistema.
Ma è anche vero che in certi casi la finanza deborda, con ripercussioni per l’intera economia. Un assaggio l’abbiamo avuto nel 2008 quando molte banche di tutto il mondo rischiarono il fallimento perché si erano riempite le tasche di titoli accalappiacitrulli, cambiali emesse da banditi cialtroni confezionate così bene che nessuno si era accorto che non davano nessuna garanzia di pagamento. Ma quando il gioco è stato scoperto hanno perso tutto il loro valore ed è stato il tracollo perché se il capitale di una banca non vale più niente come farà a far cassa per rispondere alle richieste dei suoi correntisti o per restituire i prestiti ottenuti per le proprie esigenze? Ecco un caso concreto in cui il gioco della finanza esce dai confini dei botteghini e coinvolge l’intero sistema, specie se lo Stato decide di intervenire per comprare lui i titoli spazzatura affinché le banche possano rimettersi in sesto. Come dire che usa i soldi di tutti per tappare le falle delle banche private dovute a scelte spericolate dei loro dirigenti che naturalmente non vanno mai in galera. Detto fatto, fra il 2008 e il 2010, i governi di Usa, Irlanda, Inghilterra, insomma di tutti i Paesi industrializzati, Italia compresa, hanno regalato alle banche 13mila miliardi di dollari, trasformando la stessa cifra in debito pubblico, perché neanche gli Stati trovano i soldi sotto ai sassi.
Un altro caso concreto riguarda lo stesso debito pubblico.
Quando diventa oggetto di speculazione al ribasso, il valore di smercio dei buoni del tesoro in circolazione scende. E fin lì poco male. Ma i problemi vengono quando lo Stato deve piazzare nuovi buoni del Tesoro, magari per incassare i soldi necessari a ripagare quelli in scadenza. Se si sparge la voce che i titoli pubblici non li vuole nessuno, quando lo Stato si presenta sul mercato per piazzare nuove emissioni, le banche ne approfittano per alzare la posta: comprano, ma a interessi più alti. Così la speculazione si trasforma in un ulteriore elemento di dissesto della finanza pubblica perché fa aumentare il peso degli interessi, e di conseguenza del debito stesso perché lo Stato si trova costretto a chiedere ulteriori prestiti per pagare  interessi più alti.
In agosto il debito pubblico italiano è stato oggetto di attacco speculativo e il governo aveva di fronte a sé due strade: reagire da Stato sovrano o piegarsi da servo sottomesso. Purtroppo ha fatto la seconda scelta e illudendosi di poter fermare la speculazione dimostrando ai mercati di voler intraprendere la strada del risanamento della finanza pubblica, ha ceduto al ricatto. Ha messo a punto una manovra lacrime e sangue che taglia ulteriormente servizi pubblici e previdenza. Certo, avrebbe potuto cercare il risanamento agendo sul lato delle entrate invece che su quello delle uscite, ossia incassando di più tramite la tassazione delle grandi ricchezze. Ma ormai si sa, né destra né sinistra sono disposti a fare scelte sgradite ai ricchi e quasi quasi ringraziano gli speculatori per aver fornito la scusa per attuare ciò che l’intero arco parlamentare progetta da tempo: smantellare del tutto la sicurezza sociale e privatizzare tutto il privatizzabile con somma gioia dei signori della finanza che non vedono l’ora di arricchirsi ulteriormente mettendo le mani su ogni sorta di bene comune e di servizio pubblico. Così scopriamo che locuste della finanza e iene della politica sono strette fra loro da un patto di ferro per incastrare tutti pur di salvare se stessi. L’alternativa a questo atteggiamento servile e classista poteva essere il congelamento del debito. L’annuncio che lo Stato sospendeva tutto, pagamento del capitale e degli interessi, in attesa che il polverone si diradasse. Una mossa a sorpresa che avrebbe messo a tacere lo schiamazzo degli speculatori e avrebbe evitato la necessità di qualsiasi manovra, perché la sospensione del pagamento degli interessi vale da sola 80 miliardi di euro. Così arriviamo alla questione centrale, ossia per quanti secoli ancora vogliamo portarci dietro una zavorra che ci salassa o se non sia, invece, arrivato il momento di trovare una soluzione radicale al problema.
Soluzione che non può essere nessun’altra se non la sospensione dei pagamenti in attesa che una commissione d’inchiesta faccia luce sulla formazione del debito per stabilire quale parte è socialmente e politicamente corretto ripagare e quale, invece, è da ripudiare perché già strapagata o perché andata a beneficio di categorie sociali che hanno le spalle abbastanza larghe da poter fare delle rinunce.
Un luogo comune, orchestrato ad arte dal potere, continua ad addossare la colpa del debito ad un eccesso di spesa previdenziale e sociale, ma l’analisi dei conti dice che la spesa per queste voci è sempre stata sotto la media europea. La vera spesa che negli anni Ottanta fece impennare il debito pubblico, fino a raggiungere il 120% del Pil nel 1993, è stata il pagamento degli interessi. Nel 1982 i tassi di interesse passarono dal 12 al 24% e per tutto il decennio rimasero su valori attorno al 20%. Tant’è la spesa a questo scopo passò dai 20mila miliardi di lire del 1980 ai 127mila miliardi di lire nel 1990.
E come dimenticare la responsabilità dell’evasione fiscale e della riduzione costante delle aliquote fiscali sui redditi alti che sono passate dal 72% nel 1980 al  43% di oggi? Così lo Stato ha gravato solo sulle spalle dei lavoratori ed ha funzionato come una macchina alla rovescia: ha preso ai poveri per redistribuire ai ricchi proprio attraverso il debito.
È arrivato il tempo di dire basta. Ma potremo farlo solo se ci sarà una grande riscossa popolare. La capacità di scrollarsi di dosso il modello berlusconiano, della ricchezza individuale costruita sull’arraffo, sulla truffa, sull’inganno a spese di tutti, per ritrovare il valore del rispetto, dell’equità, del bene comune. Ce la faremo? Non so. Un primo passo è avere il coraggio di cominciare a dire le cose come stanno.

Francesco Gesualdi, Centro nuovo modello di sviluppo

Piccolo glossario del debito
Debito pubblico estero: è l’ammontare del debito di un Paese (Stato, imprese, famiglie) verso soggetti stranieri. Si distingue dal debito pubblico e dal debito puramente privato.
Debito pubblico interno: è l’ammontare del debito di uno Stato sottoscritto da soggetti nazionali (famiglie e imprese) e finanziato attraverso il risparmio interno del Paese.
Debito pubblico totale: è l’ammontare dei debiti di uno Stato verso creditori nazionali (famiglie e imprese) e stranieri.
Debito pubblico nascosto: è il debito o impegno dello Stato che non compare nei conti pubblici. Si tratta di garanzie implicite, debito che proviene da transazioni effettuate sui mercati dei prodotti derivati, debiti della previdenza sociale, impegni relativi alle pensioni, partenariati fra pubblico e privato, obblighi di riparazione di infrastrutture.
Il Buono ordinario del Tesoro (Bot) è un titolo di durata inferiore o uguale ai 12 mesi, emesso dal governo italiano allo scopo di finanziarne il debito pubblico. Lo Stato emette i Bot tramite aste, dette “aste competitive”, cui possono partecipare solo gli intermediari finanziari, che operano per conto dei loro clienti.
Il Buono del Tesoro poliennale (Btp) rappresenta un certificato di debito con scadenza superiore all’anno. Le emissioni avvengono due volte al mese con asta. Come per tutti gli altri titoli di Stato italiani, il taglio minimo è di 1.000 euro. Le operazioni di collocamento sono affidate alla Banca d’Italia.
 

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