Campagne El Quimbo e Palo Viejo i nomi dei due impianti
Le grandi dighe all'assemblea di Enel

Attivisti e accademici, arrivati a Roma dalla Colombia e dal Guatemala, hanno posto in luce i rischi ambientali degli interventi promossi dalla multinazionale dell'energia in America Latina. La denuncia: sono mancati i processi di consultazione delle comunità locali


di Luca Manes - 3 maggio 2012

Una enorme diga gonfiabile e una folta delegazione di rappresentanti di comunità italiane e straniere impattate dai progetti dell’Enel hanno accolto lo scorso 30 aprile gli azionisti della compagnia giunti presso la sede di viale Margherita, a Roma, per il loro incontro annuale.
Le centrali a carbone, gli impianti nucleari ma anche le grandi dighe sono le tipologie di opere contro cui gli esponenti della società civile globale hanno puntato il dito. In particolare fanno molto discutere alcuni progetti in America Latina, in parte ereditati dall’Enel nel 2009 con l’acquisizione della società elettrica spagnola Endesa. 
Su Altreconomia abbiamo parlato spesso di cinque sbarramenti giganti che dovrebbero sorgere nel cuore della Patagonia cilena -ma che per il momento rimangono solo sulla carta-. Ci sono altri impianti che sono in fase di realizzazione o di completamento. 

È il caso della diga di El Quimbo, nella regione colombiana di Huila.
Le comunità della zona sono convinte che la diga rappresenterà una catastrofe per la sua economia. Denunciano che una volta completata la centrale, la conseguente inondazione di 8.500 ettari di territorio provocherà l’allagamento di più di 2000 ettari di terre fertili nei municipi di Gigante, Garzón e Agrado, la cancellazione delle vie di comunicazione che collegano le comunità, lo sfollamento di 1466 persone e la perdita di almeno 2mila posti di lavoro, di produzione agricola e della sicurezza alimentare per circa 3000 persone. Come se non bastasse finiranno sott’acqua 842 ettari di foresta amazzonica, mentre l’istituto colombiano di geologia ha dichiarato ad altissimo rischio sismico l’intera zona.
“La mia università ha stimato che nel corso dei 50 anni di produttività dell’impianto idroelettrico di El Quimbo, tramite la sua controllata locale l'Enel verserà al Dipartimento di Huila circa 135 milioni di euro, contro i 480 milioni di euro che la regione perderà per la cessata produzione agricola dell’area inondata” ha dichiarato Miller Armin Dussan Calderon, professore dell’università SurColombiana, intervenuto all’assemblea degli azionisti dell’Enel.
Nella regione le proteste non sono mancate, sebbene purtroppo siano spesso represse con violenza dalle forze antisommossa. Su You Tube oltre un milione di utenti hanno potuto vedere le raccapriccianti immagini di un video girato dall’attivista italiano Bruno Federico lo scorso febbraio in cui sono documentate le violenze della polizia su contadini e pescatori della zona. “Dal 19 al 26 giugno è stata indetta un’altra settimana di mobilitazione, mentre il 20 luglio oltre 30mila persone circonderanno con un enorme anello umano l’invaso che dovrà essere inondato dalla diga. Non abbiamo intenzione di desistere e la solidarietà internazionale ricevuta a Roma in questi giorni per noi rappresenta un grande stimolo” ci ha spiegato Calderon.

Un’ulteriore problematica è la mancanza di processi di consultazione, denunciata dalle comunità colombiane ma anche da quelle del gruppo etnico Maya-Ixeles in merito alla realizzazione della centrale idroelettrica di Palo Viejo, in prossimità della cittadina guatemalteca di San Juan Cotzal.
“Il mio Paese ha ratificato la Convenzione 169 dell’Organizzazione del Lavoro delle Nazioni Unite, che riconosce i diritti alla terra dei popoli tribali e specifica che debbono essere consultati prima dell’approvazione di qualsiasi progetto sulle loro terre” ha precisato il vescovo Alvaro Ramazzini, già presidente della Conferenza Episcopale guatemalteca e ora “testimone d'onore” delle comunità nel dialogo con l'Enel. “La Corte Costituzionale ha stabilito che tutti i diritti sanciti nella convenzione hanno status costituzionale, il che significa che lo Stato deve consultare i popoli indigeni prima di approvare qualsiasi licenza mineraria o idroelettrica nei loro territori, ma nel caso di Palo Viejo ciò non è stato fatto” ha aggiunto il prelato, anche lui giunto a Roma per l’assemblea dell’Enel insieme a Concepcion Santay Gomez, sindaco della comunità indigena di Cotzal.
“Da quando sono iniziati i lavori per la diga le acque del fiume Cotzal, che prima erano limpide e costituivano un elemento indispensabile per l’economia locale, sono perennemente inquinate, mentre l’ecosistema della regione è stato stravolto -spiega Gomez-. Noi eravamo contrari a questo progetto, ma visto che ormai è quasi finito chiediamo all’Enel che almeno ci riconosca delle giuste compensazioni per i danni subiti dai fiumi e dalle montagne che noi abitiamo da migliaia di anni, accordandoci almeno il 20 per cento dei profitti derivanti da Palo Viejo”.

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