Altreconomia :: L’agricoltura in catene
Equo e solidale L'effetto "imbuto" anche sui mercati di zucchero e caffè
L’agricoltura in catene

"Chi detiene il potere nella filiera agro alimentare?". Un'analisi del Fair Trade Advocacy Office evidenzia l'elevatissima concentrazione del numero dei compratori, sempre più forti. Il caso del mercato della banana, che vede oggi 500mila produttori e solo 5 mediatori e 5 “maturatori”, con questi ultimi -insieme ai rivenditori- che cumulano l'85% dei ricavi totali


di Duccio Facchini - 21 novembre 2014

La filiera agricola mondiale è in catene. Chi la tiene costretta, gravando sull’approvvigionamento alimentare del pianeta, sono pochi soggetti, ben identificabili, accomodati sul collo di quell’imbuto che collega gli oltre 2,5 miliardi di contadini, produttori o lavoratori delle terre e i 7 miliardi di consumatori urbani.

Secondo lo studio “Who’s got the power? Tackling imbalances in agricultural supply chains” commissionato da Fair Trade Advocacy Offic (http://www.fairtrade-advocacy.org/) e, PFCE (Plate-Forme Française du Commerce Equitable), Traidcraft, e Fairtrade Deutschland, infatti, gli “input suppliers”, e cioè le grandi multinazionali della chimica e delle sementi (Monsanto, Synenta, Basf, Du Pont), i mediatori (Bunge, Cargill, LouisDreyfus), i grandi marchi manifatturieri (Mondelez, Nestlé, Mars, Danone, Pepsico) e i rivenditori (Tesco, Lidl, Metro Group) hanno creato dei “canali stretti” entro i quali i beni sono obbligati a transitare per poter raggiungere l’ultimo anello. Un “potere d’acquisto” che -si legge nel report- “gli conferisce un’enorme capacità d’influenza produttiva e di stabilimento dei prezzi”.

Non è una notizia. L’imbuto del resto risale ai tempi dell’Europa colonialista, com’è riconosciuto nel rapporto; l’elemento “innovativo” è dato però dall’estrema concentrazione verificatasi negli ultimi decenni. “Questo studio -scrive nella prefazione Olivier De Schutter, co-presidente del Panel internazionale degli esperti sulla sostenibilità alimentare e Special Rapporteur Onu sul diritto al cibo- dimostra come i compratori sono più forti e concentrati di prima”.
Tra le filiere “tipiche” del modello gerarchico sono descritte quelle della canna da zucchero, del caffè, del cacao, dell’olio di palma, della soia, della frutta e verdura fuori stagione e della frutta tropicale.
Il “mercato” della banana vede oggi 500mila produttori e solo 5 mediatori e 5 “maturatori”. Questi ultimi però -Fyffes, Chiquita, Dole, Del Monte, Bonita e pochi altri- raggranellano con i rivenditori oltre l’85% del valore della transazione, lasciando alla maggioranza numerica le briciole.



È lo stesso nella canna da zucchero, dove rivenditori, raffinatori (Copersucar, Tereos, ABSugar), mercanti (Cargill, Bunge, ED&F MAN) e proprietari degli stabilimenti lasciano al primo gradino meno del 20% del valore della produzione.
E così il caffè, con l’enorme e sistematico potere dei “tostatori” di Nestlé, Mondelez, SaraLee, P&G -cui spetta oltre il 40% del valore- e mediatori di ECOM, VOLCAFE e Neumann Kaffee Gruppe.
È un imbuto che produce diseguaglianze, spopolamento delle comunità rurali, sfruttamento e volatilità dei prezzi. Un sistema che non funziona e che necessita di un approccio equo e solidale, come studi indipendenti citati nel report dimostrano. Un cambio di paradigma che l’Unione europea, però, stenta a fare proprio, incentivando “competitività” e UTPs, ovvero pratiche commerciali scorrette, magari anche dal punto di vista fiscale -come peraltro ben mostrato dal report sui “capitali nascosti” curato dalla rete Eurodad.

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