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Ambiente In anteprima un ricordo del presidente della coop Bruno Sebastianelli sulle origini del movimento
Biologico etico

“L’agricoltura vissuta con riguardo rappresenta il contrario della finanza: la prima dà da vivere, la seconda toglie il necessario per vivere" scrive Roberto Mancini, editorialista di Altreconomia, nell'intervento raccolto all'interno del libro "Biologico etico", che a partire dai 35 anni di storia della cooperativa La Terra e il Cielo racconta la storia di una "contadinanza felice", di uno stile di vita che è anche un modello economico e di relazione tra le persone e la terra. In uscita il 12 ottobre, può essere pre-ordinato qui


di Massimo Acanfora, Bruno Sebastianelli - 1 ottobre 2015
EXTRA

Ci sono cose -valori, pratiche, relazioni- che non si possono certificare: lo mette nero su bianco “Biologico etico”, un libro in uscita per Altreconomia edizioni. Il “bio” non è -non solo- un bollino, un disciplinare, la scelta di un concime organico, una strategia commerciale, una suggestione di marketing. È stile di vita, modello economico, relazione etica tra le persone e la terra, è cura della Terra e della terra, è un filo verde che unisce l’agricoltura “biologica etica” alle altre economie a misura d’uomo: “L’agricoltura biologica è il grembo di un’economia liberata e posta al servizio dell’umanità”, scrive Roberto Mancini, professore di Filosofia teoretica all'Università di Macerata ed editorialista di Altreconomia, in uno dei preziosi contributi che costellano il libro.

Ma il vero fulcro di “Biologico etico” sono le storie dei contadini, le “filiere umane” della cooperativa agricola “La Terra e il Cielo”, narrazioni che tracciano -nell'arco di 35 anni di lavoro cooperativo- il solco di un’agricoltura differente da quella industriale, raccontato dal suo fondatore Bruno Sebastianelli e dai suoi soci contadini. Per riaffermare, con la forza della collettività e un po’ dell’originario spirito “carbonaro", l'identità del “biologico etico”, i suoi contenuti e i suoi obiettivi: unire il valore del cibo e la qualità della vita, cucire il lavoro dei contadini con le famiglie dei gruppi di acquisto solidali, collegare gli amministratori consapevoli del bene comune con la società civile.

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Proprio in un momento -come paventa l'articolo “Il biologico va al super” (Ae 174)- in cui la grande distribuzione organizzata e l’industria agroalimentare cercano di ridurre anche il “bio” a mero prodotto.
C’è anche, però, il rigore delle norme: la “contadinanza”, infatti -scarpe grosse e cervello fino- ha colmato il vuoto istituzionale e le omissioni burocratiche scrivendo motu proprio, le linee guida per leggi e regolamenti attuativi necessari all’agricoltura contadina familiare. Una chicca è il primo “regolamento del biologico”, datato 1985, auto-prodotto dalla commissione “Cos'è biologico”. Infine tutti con le gambe sotto la tavola, con le rare ricette contadine -i “mangiari di casa”- dell’Archivio Varnelli.

A questo racconto sono degna cornice gli interventi di Roberto Mancini, di Maurizio Pallante, fondatore del Movimento per la Decrescita, di Fabio Taffetani, dell’Università Politecnica delle Marche e di Andrea Bomprezzi, sindaco di Arcevia che spiegano il “biologico etico” sotto la specie dell’analisi filosofica, economica, botanico-fitoambientale, amministrativo.
Chiosa Mancini: “L’agricoltura vissuta con riguardo rappresenta il contrario della finanza: la prima dà da vivere, la seconda toglie il necessario per vivere. Se davvero consideriamo l’opera del coltivare biologicamente non come una variante marginale entro il processo globale della produzione industriale di qualsiasi bene, bensì come l’impulso esemplare per la trasformazione della logica e del sistema dell’economia, non si può non riconoscerne il valore etico. L’etica è molto più che una lista di principi e di regole morali, poiché è l’arte e il dovere di abitare il mondo senza distruggerlo e senza distruggerci. È la coscienza risvegliata eticamente a ricordarci che la vita va accolta, intensificata e condivisa e questo è precisamente ciò che fa l’agricoltura biologica”.

Le origini: un ricordo di Bruno Sebastianelli
“Dal 1974-75 sorsero spontaneamente i primi gruppi che andavano informandosi sull’agricoltura non convenzionale, la biodinamica, spesso grazie alla frequentazione dei primissimi e rari negozi del settore, i cui spazi fungevano anche da luogo di incontro tra persone con le medesime curiosità ed attitudini: erano laureati, diplomati, disoccupati, operai, qualcuno figlio o discendente di contadini; la gran parte provenienti da esperienze di politica non partitica, di attivo impegno sociale, altri disamorati da lavori di cui non comprendevano o accettavano il senso, estranei ad un mondo recepito come artificiale.
Nel 1978 partecipai così al 1° corso italiano di agricoltura biodinamica che si teneva alle Cascine Orsine di Bereguardo, vicino a Pavia. Approcciare la biodinamica non comporta saper replicare una ricetta appresa, ma comprendere anche interiormente ‘modi armonici’ di coltivazione che hanno ragioni e fondamenti spirituali secondo gli insegnamenti del suo creatore Rudolf Steiner, padre della Antroposofia.
Nel 1980 con alcuni che avrebbero voluto diventare ‘zappatori senza padroni’ fu fondata la cooperativa La Terra e il Cielo.
La scelta della cooperativa non fu dovuta a motivi fiscali o giuridici, da commercialista. Volevamo un modello organizzativo orizzontale non gerarchico, una filiera umana portatrice e attuatrice dei medesimi valori, delle stesse pratiche senza distinzioni tra come si lavora e che cosa si fa nel tempo libero. Essere coltivatori diretti ed etici anche della propria vita e delle sue relazioni, ove il superfluo non sia più necessario, in una rete che rispetti l’individualità e la libertà del singolo valorizzandole nella riscoperta della cooperazione, della comunità, mirando alla felicità dell’essere ben prima che al possesso degli oggetti: in fondo come potrebbe e dovrebbe essere il divenire della società umana.
Attenzione, negli anni Ottanta [...] tutti i ‘coltivatori’ praticavano l’agricoltura detta convenzionale, che prevede l’esclusivo impiego di diserbanti, disseccanti, erbicidi, insetticidi, fertilizzanti, stabilizzanti e compagnia... assorbiti tutti dal terreno e dalle acque, dalle piante ortive e da frutta che poi ingeriamo. Nessuno pensava di riprendere i metodi della agricoltura tradizionale: anzi era credenza e vulgata che senza l’ausilio della chimica la terra, reputata materia morta, non avrebbe potuto far crescere la frutta e la verdura, o il grano. Si era completamente persa la memoria del fare contadino, di come si coltivava il cibo da secoli, nei millenni. Per meglio comprendere questo sedimento ‘culturale’ si noti come la giurisprudenza odierna preveda unicamente la figura dell’imprenditore agricolo e non più quella del coltivatore diretto. È la scomparsa dei contadini?
L’ultimo censimento nazionale ISTAT all’opposto documenta aziende agricole con meno di un addetto (dipendente) in numero di circa 1.100.000 (un milione e centomila): l’agricoltura contadina familiare è viva e vegeta. L’agricoltura, per antonomasia identificata in quella convenzionale, è proposta quale mera pratica imprenditoriale ed industriale: una fabbrica del cibo pari ad altre che producono le automobili, le scarpe, la plastica.
Noi non potevamo essere più sprovveduti dal punto di vista pratico: seguirono infatti anni di studio, ricerca, documentazione ed apprendistato duro poiché ‘la terra è bassa’ e nei primi anni dell’avviamento nessuno ricevette uno stipendio regolare. Abbiamo dovuto imparare tutto… sul campo, chiedendo ai coltivatori vicini e scettici, ai pastori sardi transumanti: prima fummo ‘impiegati che vangavano’, ‘laureati che mungevano le pecore’, poi contadini e pastori, divenuti soci, così come le famiglie sorte con gli anni anch’esse partecipi e solidali”.
 

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