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Commenti I "non performing loans" sono pari a circa 200 miliardi di euro
Banche, l'ennesima cartolarizzazione

La soluzione immaginata dal governo e dalla Banca centrale europea per affrontare il problema dei crediti in sofferenza degli istituti di credito italiani prevede la creazione di nuovi titoli di debito: obbligazioni da vendere sul mercato, ma garantite dallo Stato. Un meccanismo complesso e articolato, che presenta alcuni rischi. L'analisi di Alessandro Volpi   


di Alessandro Volpi* - 2 febbraio 2016

Il governo italiano e la Commissione europea hanno raggiunto un accordo importante in materia di banche, ritenuto l’unico vero strumento necessario per risollevare un sistema in affanno. 
In estrema sintesi i temi della discussione erano sostanzialmente due: la possibilità di creare una “bad bank” in cui far affluire i crediti deteriorati delle banche italiane e l’ammissibilità di garanzie pubbliche per rendere tali crediti più “vendibili”. 


L’accordo raggiunto consente di dar vita non ad una sola bad bank ma a tanti “veicoli” finanziari a cui le singole banche cederanno i loro crediti deteriorati, a partire dai mutui e dai  prestiti al consumo. Simili veicoli potranno procedere poi a pagare le banche dalle quali ricevono questi crediti tramite l’emissione di obbligazioni, garantite dal possibile recupero dei crediti stessi e da coperture pubbliche provenienti dal Tesoro. Viene così accolta la richiesta del governo italiano di poter fornire un sostegno alla “ripulitura” delle banche per liberare nuove risorse creditizie, necessarie all’economia reale. Queste garanzie dovranno però essere pagate in base ai prezzi di mercato, per non assumere il carattere degli aiuti di Stato. Si tratta nel complesso, dunque, di un buon accordo. 


Tuttavia i mercati lo hanno accolto con estrema freddezza, dando luogo ad un ulteriore tonfo dei titoli bancari. Quali sono, allora, le cause di una reazione così aspra? Le ragioni possono essere molteplici, alcune delle quali neppure troppo chiare. Due elementi emergono però con maggiore evidenza. 


1) L’intero percorso di salvataggio avallato dall’accordo appare troppo complesso e soprattutto sembra far dipendere la sua sorte dall’ennesima cartolarizzazione. Ancora una volta per ridurre la massa dei crediti divenuti quasi carta straccia si fa ricorso ad altri titoli che dovrebbero permettere alle banche di riprendersi: l’idea che mettendo sul mercato nuovi titoli si possa sanare una montagna di 200 miliardi di euro di sofferenze risulta davvero ardua da accettare. Il rischio è che per trovare i compratori di tali titoli sia necessario procedere ad una loro vendita a prezzi stracciati, con conseguente aumento di valore delle stesse sofferenze che si vorrebbero ridurre proprio con l’emissione dei titoli medesimi. In altre parole, i mercati e gli investitori temono di trovarsi di fronte l’ennesima operazione di cartolarizzazione che invece di ridurre il problema finisce per ingigantirlo. 


2) Il secondo elemento di criticità è rappresentato dal prezzo delle garanzie pubbliche rese davvero indispensabili proprio dalle incertezze della citata cartolarizzazione. Se i titoli che i veicoli dovranno vendere per dare fiato alle banche stesse sono assai traballanti, l’unico sistema per renderli credibili proviene dalla garanzia pubblica, che deve essere pagata, in base all’accordo, a prezzi di mercato. È evidente così che quanto meno valgono i titoli da vendere, tanto più costano le garanzie. I dubbi dei mercati riguardano pertanto la capacità delle singole banche italiane, afflitte dai crediti deteriorati, di pagare simili prezzi per approvvigionarsi di garanzie. Nel caso del Monte dei Paschi, pur in condizioni e forme diverse, il costo delle garanzie pubbliche è stato oltremodo oneroso, tanto da non riuscire certo a migliorare le condizioni dell’istituto toscano. Queste due ragioni stanno pesando decisamente molto sull’efficacia dell’accordo che può essere rilanciato forse solo da una soluzione, già in parte ipotizzata.

Per rassicurare i mercati può intervenire la BCE procedendo ad acquistare i titoli cartolarizzati emessi dai veicoli delle banche, con l’effetto di calmierare i prezzi e di “garantirne” la solvibilità. Sarà Mario Draghi ad avere in mano, ancora una volta, la regia del gioco in uno scenario sempre più paradossale in cui l’Europa politica corre il rischio di disfarsi erigendo nuovi muri e la BCE, espressione dell’Europa finanziaria, rappresenta invece il solo argine per difendere la tenuta di pezzi importanti del sistema economico del Vecchio Continente.

* Alessandro volpi, Università di Pisa

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