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Commenti Volpi: "Ancora una volta le sorti italiane dipendono dalle regole europee"
L'Europa, le regole e le banche

La crisi degli istituti di credito dell'inverno 2015-2016 è legata alle "sofferenze", crediti difficilmente recuperabili, così come lo era stata nell'estate 2007, l'anno dei mutui subprime, cioè spacchettati e cartolarizzati. La rigidità della regolamentazione oggi imposta in Europa dalla BCE e dalla direttiva Basilea IV, però, potrebbe portare a impatti negativi sul debito pubblico dei Paesi più esposti, come l'Italia


di Alessandro Volpi* - 17 febbraio 2016

Nella calda estate del 2007 prese fuoco la crisi dei mutui subprime che incendiò con estrema rapidità il sistema bancario mondiale. Nel giro di pochi mesi si diffuse una letale ondata di panico motivata dalla colossale incertezza su quale fosse la reale mole di mutui in pancia agli istituti di credito di vari Paesi, che erano diventati carta straccia perché non restituibili da parte dei mutuatari e soprattutto perché “cartolarizzati”. Erano stati cioè trasformati in titoli e venduti sui mercati internazionali così come agli sportelli delle banche. In quella fase infatti si era affermata l’idea, largamente condivisa, che la soluzione di ogni problema fosse possibile ricorrendo all’ingegneria finanziaria e alla distribuzione del rischio; se volevi comprare una casa, ma non avevi i soldi, contraevi un mutuo che veniva concesso dalla banca anche in presenza di debolissime garanzie perché quel mutuo veniva poi spacchettato, diviso in titoli -cartolarizzato appunto- e venduto sul mercato finanziario in maniera che il rischio non rimanesse in capo a un solo creditore ma a tanti creditori costituiti, appunto, dagli acquirenti dei “pezzettini” del mutuo originario. 
Così un mutuo erogato a mister Lopez in Florida veniva venduto sotto forma di titoli da una banca inglese a Liverpool. 


Quando una larga parte dei mutui divennero insolventi, il contagio si espanse velocemente in più aree del mondo, favorito dalla assoluta opacità dei sistemi bancari; in estrema sintesi, la più grave crisi di sempre nacque da un’eccessiva permissività delle regole e dei controlli, che avrebbero dovuto presiedere alle attività finanziarie, e da una eccessiva dose di ottimismo sulla capacità della finanza di sopperire ai ritardi dell’economia reale. Nel caldo inverno 2015-2016, è scoppiata una nuova crisi, ancora una volta originata dalle banche, come nel 2007, e ancora una volta legata al tema delle “sofferenze”, dei crediti difficilmente recuperabili, come era accaduto per i mutui.

Rispetto al 2007, tuttavia, il quadro attuale presenta una profonda differenza: la crisi sembra non derivare le proprie motivazioni dall’assenza di regole, ma al contrario, soprattutto nel caso europeo, da un eccesso di regole, fin troppo dettagliate e certamente oltre misura rigide. 
La recentissima direttiva sui salvataggi bancari, insieme alle linee guida di Basilea IV, ha contribuito ad alimentare una paura, per molti versi irrazionale, sulle capacità di tenuta del sistema bancario europeo, provocando una diffusa fuga di capitali e un crollo dei titoli di vari istituti di credito che hanno investito anche le realtà più solide, a cominciare dalle banche tedesche. Sancire in maniera perentoria il divieto di ogni forma di salvataggio, persino qualora venisse realizzato utilizzando risorse delle banche stesse, come è avvenuto con il diniego rivolto all’Italia di impiegare a sostegno di alcuni istituti il Fondo interbancario, ha esposto diverse banche alla speculazione al ribasso. A ciò si è aggiunta la paura degli obbligazionisti di veder completamente cancellato il valore dei loro titoli, con conseguenze pesanti per una fascia di risparmiatori che certo non possiede i tratti dell'operatore professionale, essendo spesso costituita, in particolare in Italia, da famiglie monoreddito.

Con le ulteriori regole in materia bancaria contenute in Basilea IV, poi, sembra emergere l’ipotesi di un ulteriore vincolo per gli istituti di credito, che sarebbero obbligati ad accantonare risorse per coprire i rischi assegnati ai titoli del debito pubblico posseduti. Questo potrebbe avere conseguenze devastanti, obbligandoli a costi difficilmente sostenibili. 
Se inoltre venisse fissato un limite massimo del 25% alla presenza nel bilancio delle banche di titoli del debito pubblico, allora gli effetti potrebbero davvero risultare destabilizzanti. È evidente che questo eccesso di regolazione può trasferire, quasi inevitabilmente, sul debito pubblico le tensioni che stanno accumulandosi sulle banche, secondo una dinamica già esplosa nel 2008 quando furono gli Stati ad aumentare il loro debito per operare i salvataggi bancari. Così si capisce anche il rapido e insidioso rialzo dello spread sui titoli del debito italiano che non dipende dalla debolezza dell’euro -anzi in chiaro rafforzamento- né dal rischio-Paese in quanto tale, ma piuttosto dal timore derivante dall’impossibilità per le banche di continuare ad acquistare titoli di Stato, se non in quantità molto limitate. Verrebbe meno in tal modo la capacità esercitata dalla Bce di svolgere funzioni di calmiere per gli intessi sul collocamento dei titoli di Stato, con ricadute molto negative sui bilanci pubblici. Ancora una volta le sorti italiane dipendono dalle regole europee.

Foto tratta da https://www.ecb.europa.eu/ecb/premises/intro/description/html/imagegallery1.html
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