Altre Economie

Dove sono le mele di una volta

La produzione intensiva ha cambiato la Val di Non, inTrentino. Resistono tuttavia produzioni di varietà antiche, attente alla biodiversità Mia nonna guarda i lunghi filari di piccoli meli, alti poco più di lei e stracolmi di grossi frutti. Ai primi…

Tratto da Altreconomia 120 — Ottobre 2010

La produzione intensiva ha cambiato la Val di Non, inTrentino. Resistono tuttavia produzioni di varietà antiche, attente alla biodiversità

Mia nonna guarda i lunghi filari di piccoli meli, alti poco più di lei e stracolmi di grossi frutti. Ai primi di ottobre la raccolta è a pieno regime. Lei guarda gli alberi con ammirazione geometrica, ma ricorda com’era diversa la struttura del territorio quando era giovane. Mia nonna è originaria della Val di Non, in Trentino, provincia seconda solo all’Alto Adige per la produzione di mele in Italia. Sugli alberi di mele lei si arrampicava. Ora la maggior parte delle piante che si incontrano in questa valle sono costituiti da un sottile tronco alto massimo un paio di metri, distante qualche decina di centimetri uno dall’altro, con pochi rami laterali tagliati in maniera regolare.
Molti frutteti sono ricoperti da una rete bianca o nera, che serve a proteggerli dalla frequente grandine nonesa. Nulla a che vedere con il paesaggio che mia nonna deve aver visto da piccola.
Per ritrovarlo, dobbiamo spostarci in Alta Val di Non. All’inizio del ‘900 lo scrittore Lev Tolstoj salì espressamente quassù a prendere alcune antiche varietà di melo per arricchire il suo giardino in Russia. E ancora oggi questa zona resiste all’avanzata inesorabile della frutticultura intensiva, che dal secondo dopoguerra è qui, come in tutto il Trentino-Alto Adige, in continua espansione.
L’Alta Anaunia -come amano chiamarla gli abitanti- è un altopiano di 9 Comuni, che conta circa 6mila abitanti, dove ancora resiste un tipo di agricoltura tradizionale. “Ma anche qui vorrebbero trasformarla in industriale” precisa Luciano Covi dell’associazione Futuro Sostenibile (www.altavaldinon-futurosostenibile.it), che ha sede a Sarnonico ed è nata all’inizio del 2009. “Cerchiamo di promuovere un tipo di agricoltura che sia sostenibile da un punto di vista ambientale, ma anche economico e sociale -prosegue Covi-. È necessario sostenere aziende agricole che coltivino in maniera biologica estensiva, in modo da non deturpare anche esteticamente l’ambiente, in compatibilità con il turismo che in questa zona è una delle principali attività economiche”. L’associazione ha raccolto le firme di metà della popolazione per una petizione che contiene la proposta di un regolamento da inserire nel piano regolatore di ciascun Comune, per impedire la coltivazione di tipo intensivo. È sostenuta anche da tutti i Comuni della zona. Due si sono già attivati.
Alberto Larcher, il vicesindaco di Sarnonico, spiega che l’obiettivo del loro progetto “Ambiente Prezioso” è di “tutelare le antiche piante da frutto ancora presenti sul territorio comunale e di conseguenza salvaguardare la biodiversità”. Nel 2006 sono stati censiti 833 alberi da frutto, di cui 335 meli di almeno 26 varietà diverse, tutti di età superiore ai 50 anni. È stato poi creato un percorso, con una segnaletica ad hoc, per toccare gli esemplari più significativi. Ora sono state create circa 210 nuove piante, da portainnesto “franco” (vedi box a p. 19), che stanno ripopolando tutto il territorio dell’Alta Val di Non con giovani alberi da frutto di antiche varietà. Due associazioni sono attive anche a Ronzone, l’Agripark e l’Associazione Spadona. “Dal punto di vista strutturale -spiega Federico Bigaran, responsabile dell’Ufficio per le produzioni biologiche della Provincia di Trento- anche la frutticultura biologica trentina è prevalentemente di tipo intensivo, con una densità di 2600-2800 piante per ettaro”, contro le 100-200 della coltivazione tradizionale.
Il biologico, se concepito come una monocultura, è un’alternativa che non può risolvere tutti i problemi causati da un’agricoltura di tipo industriale. “È raro trovare in Val di Non meleti coltivati in maniera estensiva -ammette Marco Osti, coltivatore biologico della bassa Val di Non a Spormaggiore-. Io stesso ho preferito un impianto di tipo semi-intensivo”. In mezzo ai filari ogni tanto spunta una vecchia pianta quasi centenaria: “Le tengo come memoria storica” spiega Marco Osti, che si è convertito al biologico nel 1989, dopo alcuni anni di convenzionale. Produce dieci varietà di mele antiche, ma da alcuni anni ha deciso comunque di non piantarne più: “Preferisco differenziare la mia produzione. La monocultura è un sistema agricolo fragile”. Perciò ha anche pere, albicocche, noci, prugne, mele cotogne e miele. “Lungi da me la grande distribuzione, priva di etica e di possibilità di dialogo -dichiara netto-. Io vendo direttamente o ai gruppi di acquisto solidali. Sono pochi ma buoni, e mi basta quasi a saturare le vendite”.
A parte le esperienze di queste associazioni e di pochi produttori, la Val di Non è di fatto una monocultura industriale intensiva specializzata in poche varietà di mela. Qui un abitante su 14 (contro il rapporto di 1 a 58 del resto del Trentino) ha un’impresa agricola. Su 2800 contadini, 2500 sono frutticultori, concentrati al 90% sulle mele. Il caso di questa valle è emblematico in quanto a concentrazione di meli a parità di superficie coltivabile, ma non è l’unico in Italia. La densità di alberi di mele in Alto Adige ha dei numeri ancora più elevati, fino a 8-10.000 meli per ettaro.
La monocoltura di mele rappresenta un enorme indotto economico per la valle e garantisce lavoro a molte famiglie nonese e anche a numerosi stranieri che vengono in Val di Non esclusivamente per il tempo della raccolta. Il 75% delle assunzioni stagionali in agricoltura -secondo i dati forniti dall’Osservatorio dell’Agenzia del lavoro della Provincia di Trento- è costituita da lavoratori stranieri, per contratti che vanno da un mese a un mese e mezzo, per la raccolta di mele, uva e altra frutta. La maggior parte provengono dall’Est Europa, oltre il 40% dalla Romania.
Dal punto di vista economico e sociale la monocultura di mele è senz’altro una scelta fortunata per chi ha scelto di dedicarvisi, ma da un punto di vista ambientale il costo ricade su tutto un territorio. Anche in Val di Non, dove nonostante un’agricoltura a lotta integrata, cioè con un numero regimentato di trattamenti chimici (mediamente 25 annui), i problemi non mancano. È il risultato di una somma di fattori: la coltivazione è sempre più intensiva ma la produzione è stabile; la superficie occupa dagli alberti diminuisce, le piante sono quindi sempre più concentrate e gli impianti sempre più giovani.
Il paesaggio diventa più monotono e degradato, con la perdita di siepi, muri a secco, boschi di fondovalle e prati (vedi box). Ma è l’elevato uso di pesticidi e fitofarmaci a creare il maggiore dibattito in valle. Secondo il sesto Rapporto sullo stato dell’Ambiente della Provincia di Trento del 2008 la Regione Trentino-Alto Adige usa una quantità di fitofarmaci 6 volte superiore alla media nazionale. Nel 2007 è nato il “Comitato per il diritto alla salute in Val di Non in Trentino” (www.nonpesticidi.com). Tra le altre cose, chiede di vietare l’uso di pesticidi a meno di 100 metri da abitazioni e campi adibiti a biologico. Uno studio sullo stato dell’ambiente e della salute degli abitanti della Val di Non, commissionato dal Comitato stesso, ha riscontrato nei campioni di urina di alcuni bambini residenti valori di un pericoloso insetticida sei volte maggiori rispetto a quelli di riferimento. A maggio 2010, però, una delibera della Giunta provinciale ha previsto la possibilità -in 18 sui 32 Comuni nonesi- di diminuire da 50-60 metri a 30 di distanza dalle abitazioni la fascia entro la quale non è possibile spruzzare pesticidi. Una sconfitta per il comitato, controbilanciata il 3 settembre 2010 dall’approvazione, da parte della stessa Giunta, della delibera che avvia un nuovo studio sugli effetti delle irrorazioni di fitofarmaci sulla popolazione, affidato all’Azienda provinciale per i Servizi sanitari.

Una mela al mondo
Secondo i dati della “World Apple Review 2009 edition”, relativi al 2008, la produzione mondiale di mele è di circa 65 milioni di tonnellate, circa il 13% dell’intera produzione ortofrutticola mondiale, leggermente inferiore a quella di banane. La Cina sforna quasi la metà delle mele, anche se è molto limitata la quantità esportata. L’Italia è al sesto posto per produzione a livello mondiale, con poco più di 2 milioni di t. Ha conteso per anni alla Francia il primato per la produzione di mele in Europa, ma la Polonia ha ormai superato entrambe, arrivando quasi a 3 milioni di t nel 2008.
In Europa sono arrivate nel 2009 quasi 180mila tonnellate di mele dal Cile, seguite da quelle di Nuova Zelanda e Sud Africa, per un totale di quasi 630mila tonnellate di mele importate, di cui quasi 17mila in Italia.
Le esportazioni extra comunitarie nel 2009 sono ammontate a quasi 900mila tonnellate, in prevalenza verso la Russia. L’Italia il primo esportatore di mele all’interno dell’Europa (soprattutto in Germania), con circa 340mila tonnellate: la percentuale di mele prodotte in Italia destinata all’export è del 33%.
Secondo dati Istat, del 2008 il Trentino-Alto Adige è di gran lunga la regione italiana con la più alta produzione annuale di mele, con circa 1,4 milioni di tonnellate, più o meno il 70% del totale nazionale. La Provincia di Trento ne produce 430mila tonnellate, di cui circa 300mila concentrate solo in Val di Non.

Melinda, il consorzio “pigliatutto”
Il 98% della produzione di mele nonese è nelle mani del consorzio Melinda, che raggruppa 16 cooperative distribuite in Val di Non e nella vicina Val di Sole.
È Melinda che detta le regole a cui tutti i soci produttori devono sottostare: sono solo cinque le varietà di mela prodotte (tre delle quali hanno ottenuto la Dop nel 2003), dalle dimensioni tutte uguali e dalle colorazioni uniformi. Ognuna “indossa” il caratteristico bollino blu, che dal 1989 distingue la produzione nonesa da quella del resto del mondo.
È la Provincia stessa che spinge a favore dell’associazionismo in agricoltura, sostenendo economicamente in particolare le strutture cooperative.
Melinda è un colosso che rappresenta il 15% dell’intera produzione italiana di mele, con un fatturato medio annuo di 200 milioni di euro. Paola Zanella, la responsabile marketing e comunicazione di Melinda, sottolinea come tutto il sistema di produzione e stoccaggio è interno alla valle, gestito direttamente dal consorzio. Ciò che non è immediatamente venduto, viene conservato nelle celle di refrigerazione -con temperature attorno agli 1-2°- e in atmosfera controllata (a bassa concentrazione di ossigeno, progressivamente sostituito dall’anidride carbonica prodotta dalle mele). Le mele si mantengono così fino a 10 mesi, senza l’uso di conservanti e senza alcuna variazione significativa delle loro caratteristiche.

Il regno della Golden
Una volta il paesaggio noneso era molto più vario, ricco in biodiversità, con campi di segale, frumento e mais, alternati da grano saraceno, patate e varie colture ortive, distese azzurre di lino, prati di fieno per il bestiame, gelsi per il baco da seta, alveari e ovunque, sparsi nei prati, grandi alberi da frutto solitari.
La frutticoltura nasce in Val di Non a metà del 1800, inizialmente diffusa negli appezzamenti vicino alle case, con diverse varietà di mele e pere, quelle che oggi consideriamo “antiche”. È dagli anni ‘60, con l’arrivo della mela Golden, dall’alta produttività e conservabilità, che si è progressivamente diffusa l’agricoltura intensiva. Secondo Massimo Prantil, consulente agronomo dell’Istituto Agrario di San Michele all’Adige (www.iasma.it) “alla fine del 1800 erano presenti in Trentino oltre 150 varietà di mele”. Stando al “Rapporto agricoltura 2007-2009” della Provincia Autonoma di Trento, nel 2009 il 64,7% della produzione di mele trentine è invece oggi costituito da Golden Delicious. Le vecchie mele sono state progressivamente sostituite a causa della loro alternanza di produzione, scarsa produttività e difficoltà di raccolta.
I meli di antiche varietà sono però particolarmente vigorosi e resistenti, anche perché frutto di una lunga selezione dei contadini locali e perché si ottengono tuttora prevalentemente con un portainnesto chiamato “franco”. Sono alberi che possono vivere fino oltre i cento anni. Nulla a che vedere con le esigenti piante da agricoltura intensiva, che si ottengono da portainnesti “clonali”, da piante madri selezionate geneticamente, in modo da garantire un’elevata uniformità. Hanno radici deboli, che necessitano di sostegni per poter crescere e di un elevato apporto di fertilizzanti e pesticidi.

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