Solo i desti

Solo i desti hanno un mondo comune. In questo monito dell’antica saggezza dei Greci c’è una traccia preziosa oggi per noi, perché ci indica la strada per uscire insieme dalla crisi di civiltà che sta moltiplicando le sofferenze e i…

Tratto da Altreconomia 126 — Aprile 2011

Solo i desti hanno un mondo comune.

In questo monito dell’antica saggezza dei Greci c’è una traccia preziosa oggi per noi, perché ci indica la strada per uscire insieme dalla crisi di civiltà che sta moltiplicando le sofferenze e i lutti per tanta parte dell’umanità. I “desti” sono quanti riescono a vedere la realtà non secondo la paura, l’odio, i pregiudizi, gli interessi individuali, ma secondo la ragione. Nelle vicende del nostro Paese manca da molti anni questa compagna indispensabile. La ragione non è una pura capacità di calcolo, né è solo lo strumento che rapporta i mezzi ai fini. E nemmeno si risolve nell’abilità di argomentare qualsiasi tesi, confondendo il vero e il falso, il bene e il male, pur di vincere sull’avversario. La ragione, piuttosto, è la meravigliosa facoltà di riconoscere la realtà e la vita, il valore degli altri e di noi stessi. Ed è nel contempo la facoltà di riferirsi al bene -al bene comune, al bene per chiunque- come criterio che orienta valutazioni, scelte e comportamenti al di sopra dell’interesse privato o dei gusti individuali. 

Per questo la ragione, quando la si ascolta, ci riporta ai dati reali e delinea un orizzonte entro cui tutti, se sono disposti, possono incontrarsi. È la ragione a farci vedere i problemi e i pericoli, per giungere a soluzioni che, come minimo, non devono essere rimedi peggiori del male che si voleva scongiurare. E se la nostra Costituzione afferma, all’articolo 11, che l’Italia ripudia la guerra, noi invece ogni giorno siamo costretti a subire gli effetti del vizio di ripudiare la ragione. È un vizio dei potenti e, purtroppo, anche di quei cittadini che, lasciatisi ridurre a massa di telespettatori, si identificano con l’arroganza al potere giustificandola sempre e comunque. A quel punto l’evidenza, il buon senso, il peso delle conseguenze negative non contano nulla. È una vera e propria negazione della realtà. 
Qualche esempio? Credere di poter uscire dalla crisi economica esasperando la stessa logica di competizione e profitto a tutti i costi che ha causato la crisi. Trascinare l’Italia nel ritorno al nucleare mentre tutto il mondo si avvede, a caro prezzo, del fatto che questa è una scelta sciagurata. Rivendicare il rilancio di scuola e università mentre di fatto le si distrugge. Coltivare il degrado morale e il maschilismo più volgare presentandosi come difensori della famiglia e dei “valori cristiani”. Essere rappresentanti ufficiali della religione e sostenere simili difensori dei “valori”. Dirigere un’azienda costringendo gli operai a condizioni che li penalizzano, per dichiarare subito dopo che il nucleo dell’azienda si sposterà altrove nel mondo. Dirigere un sindacato e concordare con questa politica industriale. E soprattutto: trovare tutto questo normale e giusto. Quando uno si trova a rinnovare il proprio convinto consenso a chi gli fa del male, è qualcuno che -prima ancora di aver perso l’amor proprio e il senso dell’etica- ha ripudiato la ragione.
 
Come affrontare il diffondersi della stupidità? Come detronizzare l’ignoranza, messa al posto della ragione, della conoscenza e dell’etica? Bisogna rafforzare la coltivazione del pensiero critico e dedicare le migliori energie ai processi educativi. Poi è necessario avere il coraggio del dialogo. Esso permette la critica, la ricerca di soluzioni nuove e, nel contrasto di idee, fa capire a tutti che dobbiamo avere cura della vita comune. Serve inoltre un’opera di autentica informazione, che faccia luce su contraddizioni e iniquità e che soprattutto faccia percepire qual è il ruolo positivo che ognuno può svolgere per dare una risposta adeguata. Infine, il ritorno alla ragione richiede buoni esempi. Penso alle anticipazioni qui e ora di un modo di vivere che sia sensato, armonioso, rispettoso. Un modo più felice di quello indotto dall’economia, dalla politica, dall’informazione e dalla tecnologia fondate sulla sragione e sul delirio. L’anticipazione concreta di un altro modo di essere e di fare è vitale: se è vero che noi vediamo la realtà con il cuore, a seconda dei sentimenti oscuri o luminosi che lo orientano, è anche vero che sentiamo con il cuore e pensiamo a seconda di quello che vediamo intorno a noi. Quando incontro un’alternativa reale, per quanto piccola, alla sragione dominante, capisco che davvero si può cambiare. Perciò chi promuove l’altreconomia è un buon servitore dell’umanità e della natura. E un leale testimone del valore insostituibile della ragione.

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