Altre Economie

La “lotta di classe all’incontrario” e l’appuntamento del 15 ottobre

Il 27 settembre 2011 siamo finiti in default. Come Pianeta. Simbolicamente quel giorno, definito da molti "overshoot day", è come se l’umanità avesse consumato tutte le risorse naturali che la Terra ci ha offerto per tutto il 2011. È così,…

Il 27 settembre 2011 siamo finiti in default. Come Pianeta. Simbolicamente quel giorno, definito da molti "overshoot day", è come se l’umanità avesse consumato tutte le risorse naturali che la Terra ci ha offerto per tutto il 2011. È così, da quel momento di fine settembre fino alla fine dell’anno, noi attingeremo dalle riserve accantonate per i nostri figli per poter continuare a dare ossigeno al nostro insensato modello di sviluppo.

Questo è l’unico debito, o meglio l’unico default, realmente importante oggi. Perchè non tocca i destini delle grandi banche che hanno scelto di giocare alla roulette con la finanza internazionale, ma le basi stesse della nostra convivenza civile e della stessa sostenibilità degli ecosistemi.
Di questo debito, come di quello finanziario, ci sono chiare responsabilità. Così come ci sono evidenti connivenze con la creazione della crisi e la sua gestione. Sono oramai in molti tra studiosi e giornalisti che vedono la gestione delle crisi economiche e finanziarie, e il loro modo di comunicarle e farle percepire, come una nuova occasione per le poche élite di redistribuire al contrario la ricchezza.

Perché il momento che stiamo vivendo oggi è il punto di arrivo di un percorso molto più lungo, che inizia nelle intenzioni più di 60 anni fa ma si vede applicato nella pratica solo alla fine degli anni ’70. E’ quella che, con un termine un po’ fuori moda potremmo definire "lotta di classe all’incontrario", fatta di strategie e politiche in cui le élite economiche e finanziarie, con la connivenza e la facilitazione di Governi anche autorevoli, hanno permesso una netta redistribuzione di risorse dalla maggioranza più povera alla minoranza più ricca. Nel corso degli ultimi venti anni la maggior parte dell’incremento di produttività, e quindi di ricchezza, è finito in profitti piuttosto che in salari e la forbice tra i due si è ulteriormente allargata. Un flusso di denaro immenso e continuo, che ha risalito la corrente come i salmoni che, invece di cadere nella bocca di un orso, sono stati dirottati nei grandi fondi di investimento, nella speculazione finanziaria ed immobiliare se non in veri e propri paradisi fiscali.

Il grande gioco della roulette della finanza aveva giocatori e croupier consapevoli dell’insostenibilità di quel casinò. Il problema è che il disastro che ne è seguito vuole essere messo sulle spalle dei soliti noti e le misure di austerità in Grecia, come quelle in arrivo in Italia, dimostrano una lotta per la difesa dei propri privilegi che ha dello scandaloso.
E non è solo teoria politica. Ma pratica quotidiana. In Italia l’attacco ai diritti del lavoro porta il nome dell’Amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, che portando fuori la multinazionale italiana da Confindustria si libera le mani dagli accordi nazionali con i sindacati: più flessibilità, meno costi, più profitti. L’alternativa è togliere le tende dall’Italia, prendere o lasciare. Ma anche la lotta per la successione ad Emma Marcegaglia, attuale presidente di Confidustria, vede la discesa in campo di Alberto Bombassei, attuale vicepresidente e falco delle relazioni sindacali. In recenti interviste ha dichiarato come sia necessario aumentare la flessibilità (dei lavoratori) e mettere un freno al sindacato. Roba da preistoria delle relazioni industriali, ma è l’esempio più banale di come si cerchi di scaricare sui ceti più deboli una crisi che è nata altrove, tra i cultori della deregolamentazione dei mercati e del neoliberismo, e che vorrebbe con le manovre finanziarie dei Governi, non ultimo quello Berlusconi,  tagliare servizi sociali per pagare il debito con grandi investitori e mercati finanziari.

C’è un mondo che ha parlato per anni di condizioni di lavoro eque, di trasparenza di filiera, di prezzo equo. Il commercio equo ma ancor più le economie solidali hanno provato a costruire qualcosa di diverso, a dargli gambe economicamente, a proporre l’alternativa. Un approccio necessario ma oramai non più sufficiente.
Viene chiesto ad ognuno di noi un passo avanti deciso nel nostro essere cittadini responsabili, che non si può ridurre più oramai al semplice acquisto "buono, pulito e giusto". Le reti dell’economia solidale in Argentina nel 2002 hanno avuto un ruolo importante all’interno dei movimenti sociali, come strategia di contrasto alle politiche del Fondo Monetario e dei mercati finanziari. Crearono reti sociali di sostegno alla cittadinanza, costruirono legami con la società civile in movimento, diventarono spesso forza trainante in proposte radicali, come l’occupazione delle fabbriche. Aldilà dei modi e delle forme si percepirono comunque come un "soggetto sociale" e non solo come fornitore di prodotti equi, magari per gli enti locali.

Siamo alle porte di un evento importante. Il 15 ottobre milioni di persone scenderanno in piazza per opporsi a questo modello di sviluppo e a questa crisi. Da Madrid a New York, fino a Roma e a Bruxelles quel momento vorrà essere qualcosa di più di un semplice rituale di piazza, è il punto di arrivo di un lavoro di cucitura di relazioni tra movimenti ed organizzazioni, con l’obiettivo di mettere in campo forze ed intelligenze per costruire un’opposizione sociale all’altezza del momento che stiamo vivendo.
Le economie solidali hanno una grande opportunità, quella di riconsolidare rapporti e collaborazioni, di ritornare ad essere soggetto sociale capace di unire proposta concreta e reale con la pratica del conflitto. E’ un tema non risolto, ancora aperto. Ma che coinvolge direttamente ognuno di noi, perchè il rischio è che finita questa crisi noi e soprattutto i nostri figli ci troveremo a vivere in una società ancora più diseguale, conflittuale ed insostenibile di come l’abbiamo conosciuta.

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