Opinioni

Idee eretiche

La coscienza degli indignati e la stupidità dei violenti. Tra questi due poli sussiste una differenza radicale che va colta con lucidità. Sono due modi opposti di stare al mondo. C’è il modo di chi approfitta della dittatura del capitale…

Tratto da Altreconomia 132 — Novembre 2011

La coscienza degli indignati e la stupidità dei violenti. Tra questi due poli sussiste una differenza radicale che va colta con lucidità. Sono due modi opposti di stare al mondo. C’è il modo di chi approfitta della dittatura del capitale per godere di stolti vantaggi e poteri vuoti, riversando sugli altri miseria e sofferenza. Speculatori, banchieri, manager senza scrupoli, politici profittatori. Questi sono i violenti dissimulati nei ruoli propri del funzionamento “automatico” dell’economia. Accanto a loro, ma certo molto più in basso nella piramide sociale, si collocano quanti vanno a rovinare le manifestazioni del movimento per la giustizia, com’è accaduto a Roma il 15 ottobre scorso. La stupidità dei loro gesti brutali è, in piccolo, esattamente la stessa del sistema che sta soffocando la vita dell’umanità e della natura.
Come sempre, la violenza mette in scena il suo spettacolo e il suo riconoscibilissimo gioco di specchi: da un lato diventa struttura e “ordine” della società e dall’altro si ripresenta nel teppismo miserabile di chi dice di opporsi al sistema e invece lo rafforza. Il cerchio si chiude poi con la voce degli ipocriti che, nel denunciare la violenza di piazza, identificano quanti desiderano cambiare il mondo con i violenti.
Ma d’altra parte, con ben altre credibilità e fecondità, c’è il modo di stare al mondo di quelli che vogliono costruire la giustizia pacificamente. Dalle manifestazioni degli indignati che in tutto il mondo dicono “no” all’economia disumana sale una protesta che è nonviolenta perché cerca di superare la violenza di questo sistema economico senza produrne altra. E perché sorge da un impulso che Erich Fromm avrebbe chiamato biofilo contro la necrofilia che pervade la logica del capitalismo globale.
A chi, in nome del “realismo”, fosse tentato di credere alla menzogna secondo cui per essere incisivi contro il sistema sarebbe necessaria la violenza, bisogna ricordare che queste due violenze sono la duplicazione dello stesso male. C’è altro da fare che abbandonarsi alla stupidità. Bisogna dare seguito e concretezza all’indignazione generando forme democratiche di convivenza, di politica, di economia, di informazione fondate sull’equità, sulla solidarietà, sulla mitezza. Quella che oggi viene chiamata indignazione è la sana spinta emotiva da cui si sta sviluppando il movimento per la giustizia e per la democrazia economica. Non si può non capire che la condizione della giustizia, in ognuno di noi, è la scelta della nonviolenza. Quella nonviolenza nasce dal senso della propria e dell’altrui dignità. Dal sentire degradante ogni concessione alla brutalità, allo scontro fisico, alla prepotenza. La scelta di agire in modo nonviolento nasce dal sapersi chiamati a una vita vera.
Ora cerchiamo di resistere all’impatto del capitalismo disumano, diciamo “no” a tutta l’iniquità e alla sofferenza che causa. Ma bisogna vedere che questa resistenza, questa ricerca di un altro modo di costruire la società, si fonda su un “sì” profondissimo, sull’adesione a un invito che chiede di credere in una vita mite, giusta, bella, dove le persone sanno affrontare insieme la sofferenza, dove l’economia sia la scienza e l’arte di organizzare il lavoro, i servizi, la produzione e la distribuzione di beni in modo che nessuno abbia a soffrire la miseria, la precarietà, la schiavitù o l’umiliazione.
Se mi chiedo che senso abbia la vita, se provo a ricordare le presenze, le esperienze e gli eventi più luminosi, se cerco una speranza credibile, sempre mi si presenta un invito. L’invito a uscire dall’indifferenza, dai calcoli meschini, dalla paura, dalla disperazione. Sperare non è mai inventarsi un ottimismo, è rispondere a questo invito, è credere in qualcuno che sento e riconosco come la fonte di questo appello. La speranza che ascolta l’invito e lo segue è la forza che mette in cammino l’umanità. Non serve che io dica: l’invito viene da Dio, o dalla vita, o dall’affetto per le persone care, o dalla bellezza dell’esistenza quando diviene armonia, o dall’umanità comune a tutti. Ognuno potrà cercare da dove venga l’invito. Ma la sua realtà è innegabile. Chi insiste a ignorarla si fa solo del male. L’essenziale è sapere che esiste un futuro profondamente diverso. Un futuro che non solo ci attende, ma anche ci attrae e chiede di essere coltivato onestamente, rigorosamente, con mezzi congruenti rispetto al fine della liberazione da ogni violenza.

ROBERTO MANCINI insegna Filosofia teoretica all’Università di Macerata Tra i suoi ultimi libri: Visione e verità (Cittadella editrice, 2011), La logica del dono (Edizioni Messaggero, 2011) e Idee eretiche (Altreconomia, 2010)

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