Ambiente

Se il G20 non va in paradiso

Arrivare al Principato di Monaco non è mai stato così complicato. Dalla strada vista mare che porta dal micropaese di Cap d’Ail ad uno dei paradisi fiscali più cinematografici del mondo il 3 novembre il passaggio era off limits

Arrivare al Principato di Monaco non è mai stato così complicato. Dalla strada vista mare che porta dal micropaese di Cap d’Ail ad uno dei paradisi fiscali più cinematografici del mondo il 3 novembre il passaggio era off limits, ma non per i milioni di euro che convergono verso l’anonimato ed i privilegi di Montecarlo, ma per gli oltre 500 manifestanti che in mattinata hanno provato ad avvicinarsi ai confini virtuali della città stato monegasca.
Un gruppo di clown ed un sound system con un pallone gigante precedevano una manifestazione che sottolineava come sia necessario tassare le transazioni finanziarie, un dejà vu dei primi public forum del secolo quando si cominciava a parlare di Tobin tax facendo sorridere frotte di presuntuosi economisti.
Dieci anni dopo ed una crisi mondiale sulla testa hanno spento quei sorrisi, ma la questione rimane aperta soprattutto nel momento in cui gli effetti della finanziarizzazione dell’economia hanno metastatizzato ogni angolo del vivente. Un sistema così onnivoro, come ogni animale selvatico non ha solo bisogno di crescere e di andare a caccia di opportunità, ma anche di nascondersi. Ed è quello che succede negli oltre 40 Paesi (dato Ocse, il Financial Stability Board parla di oltre 60) che hanno scelto di diventare rifugio per la finanza impazzita. Parliamo di oltre 11 mila miliardi di dollari nascosti al fisco e custoditi da prestanome e società fantasma, una cifra che corrisponde ad un quinto del Prodotto interno lordo mondiale e al doppio della cifra stanziata in questi anni per affrontare l’attuale crisi economica.
Quando parliamo di finanza offshore non stiamo però parlando solamente di Paesi esotici, ma zone franche all’interno del sistema finanziario globale, come la city di Londra o il centro finanziario di New York, o ancora la conosciutissima Svizzera e il minuscolo principato di Monaco.
Con alcune di queste, vedi la Svizzera, si stanno imbastendo accordi bilaterali per risolvere una situazione insostenibile. Ma per alcuni di questi, vedi l’Italia, il problema dell’anonimato rimarrà probabilmente intonso. Ma la questione più scandalosa rimane la lista nera dei tax heavens, rimasta praticamente vuota. Paesi come le British Virgin Islands, le Isole Cayman, Gibilterra e il Lichtenstein sono stati addirittura promossi perchè collaborativi. Ma la totale inconsistenza di un G20 che solo che due anni fa aveva dichiarato guerra alla finanza off shore di tutto il mondo dimostra l’inutilità di questi vertici. E tutto questo mentre gli scandali continuano, l’ultimo in ordine di tempo sono le dimissioni di Tsuyoshi Kikukawa dalla presidenza dell’Olympus, la nota multinazionale leader in dispositivi medici e fotografici in seguito all’accusa di aver dirottato fondi in paradisi fiscali per evadere le tasse. E mentre i Paesi, e l’ecosistema, hanno bisogno di centinaia di miliardi di dollari per rimettersi in piedi.

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