Diritti

Il crollo del gigante

Le difficoltà di Finmeccanica non sono solamente colpa di comportamenti personali che sfiorano l’illegalità ma hanno basi strutturali. L’industria della Difesa è tra le più corrotte e meno trasparenti del mondo, con ritorni economici generati da commesse garantite politicamente e favoriti da un’inesistente concorrenza.

È sempre antipatico dire "lo avevamo detto" e cercare di accreditarsi doti di preveggenza. Ma rileggendo oggi, giorno in cui le nubi nere dei giorni scorsi sui cieli di Finmeccanica sono diventate tempesta (con tanto di coinvolgimento della politica gridati ai quattro venti), l’articolo scritto a luglio dello scorso anno qualche impressione che non si tratti di un crollo improvviso forse si fa più robusta. "Fuga da Finmeccanica" titolavamo, cercando di spiegare come nonostante utili e ricavi da capogiro la holding industriale italiana con i suoi interessi massimi nel campo della Difesa fosse un gigante dai piedi d’argilla.

Con le banche d’affari posizionate stabilmente su consigli di vendita del titolo, alcuni "buchi" imprevisti su ordini strategici e le dinamiche finanziarie non troppo limpide, tanto da ipotizzare l’arrivo di capitali libici freschi (quando ancora Gheddafi era ancora considerato un rispettato investitore, non era difficile per un osservatore attento cogliere segnali di preoccupazione nei confronti dell’azienda. Senza contare, poi, le prime notizie di inchieste e coinvolgimenti di top manager o di consulenti strategici (su tutti, Lorenzo Cola) in questioni di rilevanza penale e legate a mazzette, tangenti o fondi neri.

Il crollo del valore azionario di questi giorni e i conti della trimestrale di settembre, in rosso per quasi un miliardo, sono impietosamente lì a dimostrarlo. Il 23 novembre del 2006 un’azione di Finmeccanica (che per legge, lo ricordiamo, deve essere detenuta almeno per il 30% dal Ministero del Tesoro) valeva oltre 17 euro; oggi, a distanza di cinque anni, viene scambiata a poco più di 3€.

È comunque innegabile che la parabola discendente abbia iniziato ad assumere proporzioni decisive con l’intensificarsi di inchieste, interrogatori ed anche arresti disposti della Magistratura su diversi filoni di indagine legati in diverse maniere a Finmeccanica e ai suoi dirigenti. A parte gli scandali di natura "rosa" riguardanti modelle divenute consulenti d’azienda strapagate, la vicenda che pare centrale sia per la sua rilevanza si aper l’impatto sugli sviluppi successivi è stata quella riguardante il "superconsulente" Lorenzo Cola indicato fin dal principio come l’uomo del presidente Guarguaglini per gli affari più delicati. Dalla sua condanna, in seguito a patteggiamento, per la questione Digint (in cui risultavano coinvolti anche il faccendiere Mokbel e l’ex-senatore Di Girolamo) sono scaturiti i nuovi filone di indagine dei magistrati che hanno portato allo scoperchiarsi della vicenda che vede coinvolti anche i vertici di Enav e diversi politici, oltre ovviamente al capo indiscusso della Finmeccanica degli ultimi anni Pierfrancesco Guarguaglini e sua moglie Marina Grossi, presidente di Selex. Una serie di scandali ininterrotta che ha davvero minato alla base qualsiasi credibilità del colosso armiero.

Non deve stupire che il comparto dell’industria a produzione militare, anche per questi casi particolari italiani, sia tra i più flagellati dal fenomeno delle tangenti e dei fondi occulti. La corruzione nel mercato mondiale delle armi – quello che praticamente è l’unico settore industriale al mondo senza un meccanismo efficace di contrasto a questa piaga – costa oltre 22 miliardi di euro l’anno secondo i dati elaborati da Transparency International. Un problema non solo di natura legale e con ovvie ricadute pericolose sulla sicurezza mondiale, ma anche un freno del corretto sviluppo economico tanto che 21 investitori globali (dal portafoglio complessivo di 1300 miliardi di dollari) hanno preso posizione affinché il prossimo Trattato Internazionale sui Trasferimenti di armi sia forte e comprensivo al massimo grado per tenere sotto controllo al meglio proprio la corruzione.

Anche le recenti analisi del SIPRI sottolineano come la corruzione nel commercio delle armi contribuisce a circa il 40 per cento a tutta la corruzione mondiale globale. Un pesante tributo per tutti i paesi (sia chi acquista sia chi vende) che va in special modo a minare le istituzioni democratiche dirottando risorse preziose dai bisogni sociali più importanti a vantaggio di fini sicuramente illegali e particolaristici. Questi alti tassi di tangenti non derivano da una bizzarra maggior concentrazione di farabutti in questo campo, quando da diverse caratteristiche sistemiche della produzione e del commercio di armamenti, tra le quali due sono particolarmente importanti. In primo luogo, il legame profondo e costante di questo comparto con le questioni di sicurezza nazionale nasconde quasi automaticamente molti contratti da una  supervisione realmente trasparente. Secondariamente, il quadro bloccato e le particolari esigenze della sicurezza nazionale facilitano l’emergere di un piccolo gruppo di mediatori, commercianti e funzionari con speciali autorizzazioni e capacità di movimento. Questi rapporti stretti fanno sfumare i confini tra lo Stato e i suoi funzionari e l’industria, favorendo un atteggiamento di assoluta noncuranza rispetto a preoccupazioni o limiti legali. E in questo senso il caso dell’Italia con Finmeccanica (e il suo ferreo controllo da parte del Tesoro) sono un esempio lampante.

Il degenerare della situazione di Finmeccanca non deve quindi essere visto come il negativo risultato di sfortunate scelte di management o, a propria volta, di selezioni di personale non accurate condotte dello stesso gruppo dirigente. Ma di una conseguenza quasi automatica della natura degli affari scelti per questo gruppo di aziende che, va ricordato, ha nel corso degli ultimi anni sempre aumentato la propria quota di produzione militare scegliendola come effettivo core business. Tanto è vero che, di fronte ai primi problemi sui conti, le immediate ipotesi di risposta hanno riguardato quasi unicamente possibili dismissioni delle controllate di natura "civile" (come la ferroviaria AnsaldoBreda).

La dimostrazione che i problemi non sono comunque dipendenti da casi personali quanto piuttosto da un quadro più generale vengono poi anche dall’altro aspetto di debolezza di questi ultimi mesi della holding di via Monte Grappa: le scelte industriali.
Dall’analisi della chiusura del bilancio 2010 emergeva già chiaramente l’obiettivo vero della dirigenza: noeconomia armatan certo impostare una strategia economica ed industriale seria e stabile quanto proteggere i capitale degli azionisti, confermando lo stesso dividendo per azione (che ha poi stimolato acquisti e vendite di vari fondi e varie banche). Nel 2010 Finmeccanica si è comunque confermata una macchina da utili, raggiunti anche con la pratica delle società controllate estere, capace di mettere a grande reddito le diverse commesse raccolte in tutto il mondo. Ma senza avere un criterio generale consolidato e sfruttando soprattutto i programmi messi in pista dai consorzi europei come Eurofighter e MBDA; al contrario si sono iniziati a pagare – e ora la conferma è ancora più evidente – i sogni di grandezza incarnati soprattutto nell’avventura dell’acquisto dell’americana DRS Technologies.
Un’acquisizione di mercato che ha costretto ad un aumento di capitale e ad un forte indebitamento sul medio-lungo periodo, e che ha richiesto inoltre l’accettazione di una particolare forma di governance che – di fatto – avrebbe escluso i nuovi padroni italiani dal controllo non appena DRS avesse iniziato a lavorare a progetti top-secret dell’Amministrazione USA. (L’analisi approfondita ed esemplare di questa acquisizione viene fatta nello studio "Finanza e armamenti. Istituti di credito e industria militare tra mercato e responsabilità sociale" ora trasposto in una versione aggiornata nel libro di Altreconomia "L’Economia armata"). Tutto questo per poter entrare dalla porta principale sul mercato militare statunitense, il più ricco del mondo vista la cifra astronomica del bilancio della Difesa a stelle e strisce, senza dover lavorare troppo su progetti e innovazione. Il passo si è forse rivelato "più lungo della gamba" anche perché DRS non pare quel gioiello di azienda di cui si era favoleggiato e si sono addirittura prospettate dismissioni di alcuni suoi rami all’insorgere dei gravi problemi di Finmeccanica, ora definitivamente esplosi.
Un errore, quindi, di natura strategica ed industriale coperto finora dagli utili di gruppo ma che si è accompagnato ad altri fallimenti, soprattutto sui tentativi di penetrazione nord-americani. Come per Fincantierifremm Fincantieri, l’azienda del gruppo che si occupa di cantieristica navale, che tra il 2009 e il 2010 ha acquisito direttamente due costruttori navali locali (la statunitense Manitowoc Marine Group e la canadese Davie Yards) per poter entrare nei lucrosi contratti di quell’area tra cui spicca la costruzione di una Littoral Combat Ships della Marina degli Stati Uniti. Mosse commentate dalla stampa specializzata con frasi del tenore "If you can’t beat them, buy them". Eppure Fincantieri è la stessa azienda che ha chiuso il 2010 in perdita e che ha sperimentato per prima le difficoltà della holding con ipotesi di robusti esuberi – almeno 2500 – subito contestate da lavoratori e sindacati (ricordiamo tutti le violente manifestazioni in Liguria) e precipitosamente rimessi nel cassetto a metà 2011. Dinamiche che si sono riproposte anche per Alenia Aeronautica (qui i posti di lavoro da cancellare sarebbero 1200), in questo caso unite alla polemica sullo spostamento di stabilimenti e produzioni dalle regioni meridionali al Nord. Con il sospetto che la nomina del nuovo Amministratore Delegato Giuseppe Orsi avvenuta con pieno sostegno della Lega Nord abbia contribuito a prendere questo tipo di strada per gestire la "crisi".

Ma si può veramente parlare di crisi e di tagli al personale da "lacrime e sangue" per un’azienda che negli ultimi due bilanci ha portato a casa 1,2 miliardi di utili complessivi dopo le tasse? Non si potrebbero trovare altre forme di sostegno ai lavoratori tenendo comunque d’occhio i conti aziendali? La realtà è che l’investimento di fondi nel comparto militare e della Difesa è una forma poco o sicura e conveniente a livello economico e occupazionale, mentre lo spostamento al civile di produzione e fatturato avrebbe sicuramente un ritorno molto più positivo. Ma ciò non si può fare se i Consigli di Amministrazione o i posti da consulente di aziende pubbliche così importanti vengono considerati un dorato parcheggio di mogli (come Marina Grossi), politici (come Dario Galli), ex-militari (come Giulio Fraticelli) e soubrette varie come Debbie Castaneda.

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