Ambiente

La lunga notte di Durban

Nelle stanze e nei corridoi dell’ICC di Durban si sono fatte le ore piccole. Molti delegati hanno trovato posto sulle poltrone per passare la nottata, altri si sono trovati impigliati in estenuanti negoziati. L’Assemblea plenaria della COP17 ha scelto di non fare il bis della sua precedente versione messicana: sospensione a tarda notte e ripresa alle 10 del mattino di sabato. Ed i testi usciti dagli Indaba lasciano spazio a molte interpretazioni, ma anche ad alcune preoccupazioni. Con una domanda: il multilateralismo val bene una messa?

Era stata convocata per le 20.00, l’Assemblea Plenaria di questa COP17. E’iniziata con più di mezz’ora di ritardo, tra incontri informali ancora in corso e osservatori che ciondolano tra un corridoio ed una sala riunioni. Si è aperta con un colpo di martelletto, uguale che tante volte abbiamo visto nei film americani di avvocati, quando il giudice dichiara aperto il dibattimento, dall’alto del suo scranno legale. La differenza con questa COP è che in questo caso chi usa il martelletto rischia di essere giudicato colpevole, perchè per troppi anni la comunità mondiale ha aspettato serietà e determinazione da una leadership politica a corto di visione.
La prima parte dell’Assemblea è, al solito, procedurale. Agenda, emendamenti, tempi. E’ la formalità classica delle Nazioni Unite, ma va ricordato che la forma è sostanza e che con queste procedure si mantiene un minimo di legalità in un processo che troppe volte ha visto scivolate nell’uso delle green room. Ma anche questa è strategia negoziale soprattutto se consideriamo che al centro del negoziato sul clima, qui in Sudafrica, l’ha fatta da padrone l’Indaba, l’incontro informale da cui sono usciti documenti che sono diventati oggetto di confronto.
Nella mattina di venerdì ne sono usciti due, uno dei quali emendato alle 23 del giorno stesso, nella lunga pausa dell’Assemblea che ha concesso alle Parti di ritornare a negoziare. Nel documento "the bigger picture", proposto dal Presidente, si parla di nuova cornice legale, ma gli estensori si dimenticano di aggiungere la parolina magica "binding" (vincolante). Questo accordo dovrebbe vedere la luce durante la 21a COP, quindi nel 2015, che dovrebbe adottarlo, che non vuol dire renderlo operativo perchè potrebbe volerci una ratifica e se ricordiamo i tempi che normalmente ci vogliono, spesso fino a cinque anni se non di più, arriviamo alla data fatidica del 2020. E nel frattempo? Un secondo periodo di impegni provvisorio, collegato a Kyoto? Vedremo cosa uscirà come numeri sia per i tagli di emissioni che per i tempi, sempre che su questa strada si trovi l’accordo.
E su Green Fund, la sua operatività e la presenza della Banca Mondiale? Il negoziato REDD+ e le foreste? Il CCS (il Carbon Sequestration and Storage, cioè lo stoccaggio della CO2 sotto terra) meriterà di essere inserito nei CDM? Sono tutte domande a risposta multipla, fino a quando non si troverà una quadra, che si proverà a trovare stamattina a partire dalle 10.
Ma una prima riflessione va fatta, per sgomberare il campo a facili entusiasmi o, al contrario, ad ingenue rivendicazioni. La COP è, appunto, la Conferenza delle Parti di cui sono membri i Governi eletti (almeno per la maggior parte) del pianeta. Come ogni processo multilaterale che si rispetti i passi avanti si fanno quando c’è il consenso, quindi è un percorso lento, faticoso e a rischio di essere condizionato dai poteri forti. Ma l’alternativa si chiama bilateralismo, e chi segue il commercio internazionale lo sa bene, dove si impongono i Paesi più forti senza sottostare alle pressioni, o a volte alle regole, della comunità internazionale. Ecco perchè gli Stati Uniti si oppongono, radicalmente, ad ogni forma di multilateralismo che li condizioni.
 
Il testo dell’Indaba sulla bigger picture diffuso alle 23.00

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