Altre Economie

Una storia corale

Monica Di Sisto racconta la nascita, il presente e le prospettive del fair trade attraverso la voce di alcuni dei suoi protagonisti più autorevoli

Tratto da Altreconomia 134 — Gennaio 2012

Commercio equo è un ossimoro: lo spirito solidale contrapposto alle pratiche commerciali, i produttori nel Sud e i consumatori del Nord, le piccole dimensioni e la Grande distribuzione. E così via. Ma proprio la tensione a superare queste contraddizioni ha sprigionato, in questi 50 anni, un’energia capace di ribaltare -almeno in parte- il mondo.
Il fair trade fattura a livello globale 4 miliardi di euro e occupa un milione di lavoratori; in Italia un italiano su tre ha comprato un prodotto di commercio equo nel 2009. Questo orgoglioso “un per cento” del Pil mondiale lo racconta Monica Di Sisto nel libro Un commercio più equo (vedi box a p. 17), un ritratto del commercio equo e solidale, attuale e rigoroso quanto appassionato. Un libro per chi vuole capire fino in fondo quale fervore di ideali, scelte, azioni in prima persona intreccino un cesto di vimini o impastino gli spaghetti di quinoa. Ma il suo valore aggiunto sono le voci dei protagonisti, testimoni straordinari di questo percorso: padri fondatori come Francisco Van Der Hoff ma anche “giovani di bottega”, che parola per parola offrono al lettore una simbiosi di pensiero e pratica equosolidale, di epica pionieristica e lucida analisi economica.Gli elementi di quel “piccolo potere da prendere sul serio” -come lo definiva Alex Langer- che, ossimoro o no, è la sostanza del commercio equo. Per questo anticipiamo qui -insieme ai numeri di cui il testo è corredato- alcuni brani degli interventi che troverete nel libro. Una storia che inizia negli anni 50 negli Stati Uniti, “scopre” l’Europa pochi anni dopo, e tra il  1976 e gli anni 80 si dipana in Italia.

L’entusiasmo dei pionieri nella versione di Rudi. “C’era molto idealismo all’inizio -ricorda Rudi-: non c’era nulla da guadagnare e molto da lavorare, e quello che non ci si riusciva a retribuire lo si faceva per puro volontariato, anche a livelli alti. Facevamo i presidenti, gli amministratori e i magazzinieri, e tutto questo per molti, molti anni, per un milione circa di vecchie lire a testa, quando c’erano. Molti progetti, alcuni dei più importanti, sono partiti nell’assoluta ignoranza delle regole base del commercio e delle regole base della buona amministrazione. Da bravi incoscienti siamo andati avanti e, confesso, sono convinto che alcune delle cose migliori che abbiamo fatto probabilmente non sarebbero mai state intraprese da un buon direttore amministrativo o commerciale”.
Rudi Dalvai, co-fondatore, nel 1987, di Ctm. Attuale presidente di Wfto (World fair trade organization)

La scelta di condivisione, per Francisco un nuovo ordine sociale, politico e culturale.
“Sono stato fortunato a condividere questa esperienza insieme alle comunità -racconta padre Francisco-. Ho vissuto e resistito con loro per oltre 25 anni, lavorando tutti i giorni come contadino. Nelle piantagioni le mie credenziali accademiche non hanno fatto la differenza. Nell’accademia della terra, e con i coltivatori di caffè come docenti, ho imparato molto di più che in tutte le università in cui mi è capitato di aver studiato e pensato. Più di tutto, ho imparato a vivere in questo momento godendo di ogni momento”.
Francisco Van Der Hoff, fondatore di Max Havelaar

La forma cooperativa, anche secondo Stefano, non è stata scelta a caso. “Scegliendo la forma cooperativa abbiamo preso una decisione chiara fin dall’inizio, noi di Chico: essere una realtà economica nell’economia reale, sostenibile, produttiva, che dimostrasse che l’economia solidale può creare benessere senza rinunciare a promuovere i propri valori, che sono poi quelli universali dell’uomo e della natura”.
Stefano Magnoni, cooperativa Chico Mendes

Gli interessi di bottega appartengono a tutti, sostiene Alessandra. “La bottega (…) è essenziale perché costituisce, fisicamente, uno spazio pubblico e di azione (politico, quindi), dove si lavora per la costruzione di nuovi linguaggi, dove si elaborano progetti di azione politica e dove si sperimentano forme democratiche di decisione. La bottega è un soggetto prettamente politico, perché riempie lo spazio vuoto che la società impone alle persone, e tesse una nuova rete di relazioni, presupposto necessario all’azione politica”.
Alessandra Parravicini, Chicco di Senape (Pisa)

Il marketing nell’equo: una necessità, ammette Rudi, ma le cose funzionavano anche prima. “(Ora) hai la responsabilità dei grandi numeri. Ne girano decine di professionisti, dall’amministrazione al marketing, dalle strategie commerciali a quelle generali, e gestiscono un sistema decisamente più complesso (di un tempo ndr) in cui qualche pezzo di ideale deve necessariamente far posto a un’efficacia dei numeri. Mi sorprendo a pensare a volte, però, che negli anni 90, con (…) un’amministrazione molto più semplice le cose funzionavano bene lo stesso (…). Non dico che fosse meglio, semplicemente diverso”.
Rudi Dalvai

L’allarme di Emilio: guai a omologarsi al mercato. “La progressiva trasformazione del mercato equosolidale in una nicchia del mercato competitivo ci ha incastrato, nei fatti, nelle sue dinamiche e portato su terreni, come quelli della competizione, che non ci sono propri. (Ad esempio) oggi nel commercio equo le politiche di prezzo sono sempre più utilizzate come incentivo all’acquisto, declinandosi in tutti gli strumenti tipici del marketing: (…): ma non erano quelle le dinamiche di selezione del mercato che volevamo cambiare utilizzando prezzi equi e trasparenti? Se una parte del movimento vira verso una visione omologa a qualunque altro operatore di mercato, dov’è la nostra differenza?”
Emilio Novati, presidente di Equo Mercato

Il commercio equo è l’avanguardia dell’economia solidale, Leonardo lo dà per certo. “L’economia solidale, ma il commercio equo in particolare, sono un ‘già e un non ancora’. Già realizzano dei risultati importanti ma il loro potenziale è molto superiore. Se i cittadini si svegliassero e decidessero di prendere in mano il loro destino col voto nel portafoglio, il sistema cambierebbe e la ‘prossima economia’ sarebbe migliore”.
Leonardo Becchetti, docente di Economia Politica all’Università di Roma

Le conclusioni di Monica. “Il commercio equo e solidale, insomma, ha ancora un compito importante da svolgere nel cambiare il sistema dominante. Il mercato alternativo, avvantaggiandosi della capacità di scelta dei cittadini critici, responsabili, deve introdurre e integrare pratiche, valori e contenuti e sociali ed ecologici all’interno delle politiche del commercio locale, regionale e mondiale. Ai cittadini viene data la possibilità di scegliere prodotti i cui prezzi riflettono il vero valore della loro produzione.
La pratica del commercio equo dimostra (quindi) concretamente che il mercato può e deve essere diverso”.
Monica Di Sisto, giornalista, autrice di “Un commercio più equo” —

 

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