Approfondimento

La rivoluzione della lattuga

Una rivoluzione è in corso. A condurla sono milioni di persone in tutto il mondo. Dalle grandi e piccole città europee e statunitensi alle periferie delle megalopoli del Sud. L’obiettivo? Sfamare le 9 miliardi di persone che nel 2050 abiteranno il pianeta, di cui il 68% vivrà nelle aree urbane, attraverso una produzione alimentare sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale.

Come? Riscrivendo le regole  dell’economia e dell’ecologia del cibo. “La rivoluzione della lattuga.  Si può riscrivere l’economia del cibo? (Edizioni EGEA, 2011, pp. 204, 20€) – il nuovo interessantissimo lavoro di Franca Roiatti – ci racconta proprio questa rivoluzione  in corso che prende la forma di  esperienze di “democrazia alimentare urbana” e di nuove modalità di relazione tra città e campagne. Contadini custodi dell’ambiente  e consumatori  che diventano “coproduttori”, ovvero scelgono di eliminare  la distanza tra produzione e consumo che – come sostiene la Roiatti –  a causa dell’affermazione di un modello di produzione globalizzato “ha demandato ad altri la scelta ed il controllo sulla qualità ed il tipo di cose che mangiamo”. 

Una rivoluzione che poggia su due pilastri fondamentali. Il primo, la riforma dei mercati che il mantra liberista ha trasformato in un fine anziché un mezzo per garantire l’incontro tra domanda ed offerta, riducendo il cibo a merce il cui prezzo è definito dal potere di mercato dei grandi attori di filiera – trader, trasformatori, grande distribuzione – e dalla dinamica di investimenti speculativi sui mercati finanziari. Il secondo è il modello di produzione, assolutamente centrale per risolvere quello che Franca Roiatti chiama “l’odioso rompicapo”, vale a dire che  “produrre di più per sfamare tutti significa accelerare la distruzione di risorse finite e contribuire ad aggravare  la febbre del pianeta, ma proprio il surriscaldamento della terra potrebbe inaridire o spazzare via intere zone oggi coltivate”.  Insomma il punto è come produrre – con ciò intendiamo l’intera filiera, dal campo alla spazzatura –  prima di quanto e l’obiettivo è la transizione verso un modello di produzione sostenibile non più centrato sul ricorso alla monocoltura e l’utilizzo di petrolio e suoi derivati, che ha allontanato la natura dall’agricoltura facendo di quest’ultima una causa importante di inquinamento e impoverimento degli ecosistemi.

La riscrittura delle regole passa attraverso l’esperienza di buone pratiche che la l’autrice ha raccolto in modo non esaustivo perché così tante e diffuse sui territori da non poter essere contenute in una sola pubblicazione. Ma in ogni modo sufficienti per definire una tendenza  e trarre un primo bilancio. Ed è questo, forse, il contributo più importante del lavoro della Roiatti, ovvero il riuscire ad inserire tutte queste pratiche all’interno di una riflessione necessaria sul cambiamento, riflettendo sulla strada percorsa e, soprattutto, su quella ancora da percorrere.

Il lavoro propone infatti  una prospettiva storica, utile per rendersi conto che molte di queste esperienze arrivano davvero da lontano essendo la riproposizione di antichi saperi adattati in modo originale a nuovi contesti. Inoltre la riflessione si inserisce all’interno di un contesto di crisi profonda del modello di sviluppo capitalista che prima ha determinato un esodo dalle campagne,  relegando l’agricoltura a settore marginale per lo sviluppo economico, e poi trasformato le città  in inferni  abitativi o in deserti, dove un esercito sempre più grande di disoccupati vittime della crisi di sovrapproduzione non ha non solo i mezzi economici  per procurarsi il cibo, ma nemmeno la possibilità di produrselo.  “Una crisi [che] a partire da quella ambientale per finire a quella economica – scrive la Roiatti –   [ha però ] spinto molte persone a recuperare sensazioni e saperi perduti, e tentare di riscrivere regole che non convincono più”. Esperienze di resistenza e di vie di uscita che propongono un modello di sviluppo alternativo che ridà centralità alle persone,  e con esse all’ambiente in cui vivono, quest’ultimo inteso non solo come ecosistema ambientale ma anche sociale.

Dai deserto sociale e alimentare di Detroit, ai tetti di New York; dai Community Garden  statunitensi  agli orti urbani Italiani dove le persone stanno mesi in lista di attesa per un pezzo di terra o uno spazio per coltivare. Dall’esperienza cubana di agricoltura senza petrolio, ai Food Council per governare la transizione ad un sistema alimentare locale. Dai Gruppi di Acquisto  ai Distretti di economia solidale. Il viaggio che compie Franca Roiatti racconta che è possibile costruire un nuovo rapporto con il cibo  e che sempre più persone direttamente ed indirettamente  hanno scelto di farlo, così  costruendo nuovi legami di solidarietà, nuove forme di cooperazione e di economia. L’obiettivo  è quello della  Sovranità alimentare delle città,  ovvero, come viene, ad esempio, ribadito in ordinanze comunali di alcuni centri del Maine negli Stati Uniti: “il diritto di produrre, trasformare, vendere, comprare e consumare cibo locale, promuovendo in questo modo l’auto sostentamento, la protezione dell’agricoltura familiare e delle tradizioni culinarie locali”. Ma il successo che queste nuove forme di produzione e consumo stanno assumendo,  non solo sociale o culturale ma anche economico – a dimostrazione del fatto che c’è uno spazio di crescita e di opportunità –  non rispondono ancora a quella che la Roiatti definisce la “grande domanda”: “le fattorie urbane sono un’alternativa economica percorribile per produrre cibo vicino al luogo del consumo?”. A tale domanda l’autrice risponde affermando che “la chiave di lettura è considerare gli esperimenti di agricoltura urbana  come semi, gettati per coltivare una nuova coscienza alimentare, ambientale e sociale. Un modo per far crescere consumatori consapevoli, cittadini migliori animati dal desiderio di ricostruire le comunità ed il mondo. […] Alcuni di questi semi si disperderanno, spazzati via dal tramonto di un fenomeno, che è anche una moda, altri sapranno trasformarsi in nuovi modelli di impresa creando reddito e occupazione”.  Esperienze sulle quali  in  ogni caso  gli Enti locali dovrebbero avere l’interesse ad investire. Ed invece, ad esempio,  in Italia sono proprio le istituzioni e le politiche pubbliche  le grandi assenti. “Non ci sono politiche – afferma Andrea Calori di URGENCI intervistato dalla Roiatti –  né di aiuto né di regolamentazione, ma direi che manca perfino una corretta percezione del fenomeno”.

 “Da tempo – conclude la Roiatti –  i movimenti contadini reclamano la necessità di riportare l’alimentazione al centro delle scelte politiche, di dare alle comunità il diritto di decidere su una parte così importante della loro vita. Alla loro voce si è unita quella dei coltivatori dei tetti di New York, dei consumatori consapevoli, dei GAS di Milano. Il messaggio è unico: il cibo non è una merce, perché racchiude relazioni, cultura, bisogni e saperi antichi. Qualcuno ascolterà questo appello?”. Ma intanto la “Rivoluzione della lattuga” è cominciata….
 

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