Opinioni

Economia, società e l’illusione delle regole

Il gioco delle tre regole è la sfida del sistema economico alla società. I funzionari del sistema, con destrezza, giocano con tre diversi tipi di norme che, a seconda della loro validità, definiscono il quadro della convivenza nella società attuale.

Tratto da Altreconomia 136 — Marzo 2012

Ma mentre nel gioco delle tre carte bisogna capire dov’è l’asso, nel gioco delle tre regole bisogna respingere l’illusione creata dal banco e saper scegliere politicamente le due regole che farebbero vincere i giocatori, scartando la terza. Per ora i giocatori perdono e il banco riesce a far sì che non capiscano neanche in quale trappola sono capitati.
La prima regola da scegliere è, anzi sarebbe, quella per disciplinare il capitale e il capitalismo. È strano che in questa desinenza -ismo, a differenza di quanto si è denunciato per altri -ismi come il nazionalismo, il razzismo e così via, non si avverta un eccesso pericoloso, una passione malata. Il capitalismo non è solo un sistema economico, è una passione smodata, illimitata per il denaro. Passione nel duplice significato: amore viscerale e profonda sofferenza. La regola che dovrebbe riportare questo eccesso entro sane regole etiche e democratiche è messa da parte. Non esiste.
La seconda regola è, anzi sarebbe, quella che deve disciplinare l’organizzazione del lavoro dal versante dei diritti, delle tutele, dei principi costituzionali, in modo da difendere il valore del lavoro stesso e anzitutto delle persone che lo svolgono. Essa dovrebbe dare attuazione al rispetto sia per i bisogni legati alla possibilità di lavorare, sia, aspetto di solito ignorato, per gli umanissimi sogni che dipendono da questa possibilità: riuscire a esprimere le proprie doti, contribuire al bene comune, farsi una famiglia, poter crescere dei figli. Questa regola è in via di abolizione. Qualsiasi vincolo all’arbitrio dei datori di lavoro è visto come un ostacolo alla crescita.
La terza regola è, ed è sempre di più, quella che serve a disciplinare e a riformare il mercato del lavoro. Subito si prova un sentimento di meraviglia: ecco, per la prima volta, una regola che vale davvero. La meraviglia sorge spontanea nell’ascoltare l’espressione “riformare il mercato del lavoro”: ma come, i funzionari del sistema capitalista non hanno da sempre sancito che il mercato come tale deve essere libero e dunque si sottrae per principio a qualsiasi riforma? Ebbene, esiste un mercato che si può regolamentare e riformare: il mercato del lavoro. Le norme servono a far avanzare la libertà del capitale in modo che gli esseri umani -lavoratori, sindacalisti, legislatori, cittadini- non possano più limitarne i movimenti. La fine dei contratti nazionali, la legislazione pensata appositamente per parcellizzare indebolire e precarizzare le condizioni del lavoro, le astute trovate per togliere garanzie a chi lavora, le procedure per escludere una volta per tutte dalla contrattazione e dalla vita delle imprese i sindacati più critici: tutta questa creatività normativa e disciplinare conferisce alla terza regola una forza non solo giuridica, ma culturale.
Il tipo di percezione che fa apparire corretto il gioco delle tre regole è quello per cui sembra che costino solo il lavoro, i diritti, lo Stato, la democrazia, mentre il mercato porterebbe ricchezza. In realtà, il costo più grande è quello del sistema capitalista, ma questo viene occultato. Le sue pretese (mancanza di un sistema fiscale proporzionale, mancanza di tassazione sulle transazioni finanziarie, appoggio alle banche e tagli alla vita della popolazione, senza contare la deformazione delle qualità umane che questo sistema causa) non sono viste come costi, anche se sacrificano l’umanità e la natura. Le esigenze di queste ultime invece sembrano eccessive e illegittime.
Esemplare in questo senso è la contrapposizione, fatta dal governo Monti, tra gli “iper-garantiti” e i precari, per cui anziché aiutare i secondi si attaccano i primi per precarizzare tutti.
Questo governo, di professori ma non di saggi, svolge l’opera di adattare l’Italia al gioco delle tre regole del capitalismo. Senza vedere che bisogna ridurre sempre più il potere del banco, invertendo il movimento del gioco: si tratta di dare validità alle prime due regole e di scartare la terza. Non è cosa che si possa fare presto e da soli. Però un governo saggio dovrebbe porre le premesse per la transizione che porta alla trasformazione del gioco. E dovrebbe battersi per introdurre provvedimenti che in Italia e in Europa promuovano, gradualmente ma nella direzione giusta, il passaggio a un gioco molto più sano e senza vittime: il gioco della democrazia economica. —

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