Opinioni

Una scuola per l’altra economia

Un organismo di approfondimento culturale e cognitivo che mi sembra indispensabile per consentire alla cultura della democrazia economica e dell’armonizzazione con la natura di mettere radici.

Tratto da Altreconomia 137 — Aprile 2012

L’attuale fase di gestione “tecnica” della strategia di risposta alla crisi, se comporta sicuramente un progresso morale e istituzionale rispetto all’era berlusconiama, non rappresenta di per sé un passo avanti nel modo di concepire l’economia. Il carattere “tecnico” della gestione attuale del governo e in particolare del profilo economico della vita pubblica si sta rivelando come “iper-politico”. Infatti i criteri ritenuti “tecnici” non sono affatto neutri, sono sovraordinati alla normale dialettica politica perché sono congruenti con le esigenze del mercato finanziario.
Si sceglie il rafforzamento della democrazia, oppure la sua riduzione a vantaggio dei mercati? Si tutelano le persone che lavorano e la dignità del lavoro stesso, oppure si chiede loro di adattarsi per dare più garanzie alle grandi imprese e agli investitori? Si sostiene lo Stato sociale o lo si ridimensiona secondo il criterio esclusivo della drastica diminuzione del suo peso nel bilancio statale? Tutte queste scelte sono date per scontate e tutte nel senso della seconda possibilità indicata in queste alternative. La tecnica è l’opera che dà esecuzione a questo tipo di orientamento. In tal modo si risana il bilancio dal punto di vista contabile ma si aggrava la patologia tipica di un modello culturale e politico che preferisce il mercato alla società.
Evidenzio tale situazione complessiva non per fare profezie di sventura; al contrario, penso che la coscienza della tendenza sistemica e ideologica al momento prevalente nello spazio pubblico sia una condizione indispensabile per costruire vere risposte alla crisi e per dare vita a un progetto alternativo nel modo di concepire il rapporto tra economia e società. Questo impegno è tanto più urgente in quanto non solo la logica dell’élite al potere è quella che ho descritto, ma anche la mentalità spesso diffusa nella società italiana non è ancora così affezionata alla democrazia, segnata com’è da confusione, individualismo e qualunquismo. Bisogna ammettere, senza cedere alla retorica dell’autorassicurazione, che i risultati della recente consultazione referendaria e le vicende elettorali di Napoli, Milano o Cagliari non bastano a sradicare una tenace tradizione di distanza dalla cultura democratica. Abbiamo bisogno della crescita della partecipazione dei cittadini e anche dello sviluppo sistematico dell’azione dell’educazione civile nella scuola ma anche nelle famiglie. Nel contempo è urgente la formulazione di un chiaro progetto politico alternativo.
Oltre a questi fattori di cambiamento, resta la necessità di avvalersi della conoscenza. Ogni dimensione della vita democratica implica infatti l’accesso ai frutti migliori della ricerca e dell’apprendimento. Proprio per questa ragione, l’altra economia non può restare disseminata in una miriade di esperienze che, sebbene significative, non riescono a costituire una tradizione radicata nel Paese. È necessario che ci siano dei luoghi di formazione, di ricerca, di socializzazione del nucleo di conoscenze maturate grazie alle esperienze di economia alternativa.
Le facoltà universitarie di economia in Italia non riescono a soddisfare questa esigenza, anche perché in molti casi non fanno altro che formare i giovani ai dogmi dell’ortodossia neoliberista. Il contributo dei docenti e degli studiosi critici è imprescindibile, ma occorre dare qualche punto di riferimento, dove chi desideri approfondire la sapienza dell’economia umanizzata possa trovare una fonte attendibile. Un tempo erano sorte molte “scuole di politica”, spesso rimaste poco rilevanti per il loro carattere teorico, distante dalle dinamiche della vita pubblica e dall’azione dei movimenti per un’altra politica. Una scuola di altra economia dovrebbe evitare questo errore e dovrebbe alimentarsi dell’apporto di quanti, in questi anni, hanno saputo fare della loro testimonianza una ricerca veramente feconda. I gruppi e gli organismi più consolidati in Italia potrebbero ormai chiedersi se sono in grado di dare vita ad almeno un centro nazionale che promuova l’acquisizione dei saperi più adeguati per costruire un modello economico inedito, dato che non ci viene molto dagli esempi del passato e, piuttosto, dobbiamo guardare avanti.

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