Ambiente

Acqua ancora sotto attacco

A un anno dal referendum, i tentativi di privatizzazione il servizio idrico integrato continuano. A partire da Roma, dove il Comune vorrebbe vendere un ulteriore 21% di Acea. Il 2 giugno scorso, a Roma, la manifestazione del Forum italiano dei movimenti per l’acqua. Lo slogan scelto è "La Repubblica siamo noi" (foto di Massimo Lupo)

Tratto da Altreconomia 139 — Giugno 2012

“La Repubblica siamo noi”, cioè i 26 milioni di italiani che il 12 e 13 giugno 2011 hanno votato “2 sì per l’acqua bene comune”. Per questo sabato 2 giugno -in occasione della festa della Repubblica- il Forum italiano dei movimenti per l’acqua (www.acquabenecomune.org) è sceso in piazza, a Roma. La manifestazione nazionale, convocata a un anno dai referendum sui servizi pubblici locali, ha denunciato “il tentativo di imporre definitivamente il dominio delle ‘esigenze dei mercati’ sulla democrazia, ovvero il diritto di tutte e di tutti a decidere collettivamente sul proprio presente e futuro”. Invece di attuare il referendum, gli enti locali discutono ulteriori privatizzazioni o fusioni tra società di gestione del servizio idrico integrato; il governo “tecnico” guidato da Mario Monti, intanto, ha approvato nell’ambito del cosiddetto decreto “liberalizzazioni” un articolo che rischia di mettere in ginocchio ogni possibile gestione pubblica, bloccando di fatto gli investimenti (vedi box in basso a destra).
Qui Roma. Uno dei fronti aperti è nella Capitale. Per il Comune di Roma, con in testa il sindaco Gianni Alemanno, il decreto “Ronchi” -oggetto del primo quesito referendario e abrogato nel luglio del 2011 con decreto del presidente della Repubblica- è ancora in vigore.  Per questo, Alemanno vorrebbe cedere il 21% delle azioni della multiutility quotata Acea, di cui oggi Roma Capitale detiene il 51%. La legge cancellata dal referendum, infatti, imponeva ai Comuni di scendere (entro giugno 2015) al 30% nel capitale delle società quotate. L’unica spiegazione plausibile del comportamento di Alemanno è l’esigenza di far cassa, a fronte di un indebitamento monstre del Comune certificato a 12,14 miliardi di euro (dicembre 2011), anche se negli ultimi dodici mesi il titolo di Acea è crollato del 52%. Perciò, denunciano i movimenti romani che ad Alemanno hanno indirizzato una lettera aperta tramite il sito www.dilloadalemanno.it, la vendita si trasforma in una “svendita”. Il sindaco prova a minimizzare e spiega: “Non si sta vendendo l’acqua di Roma ma semmai si sta parzialmente privatizzando il sistema idraulico”. Intanto, la situazione d’incertezza -che deprime ulteriormente il valore di un’azione Acea- mette agitazione ai maggiori soci privati della società, i francesi di Gdf-Suez e il gruppo Caltagirone. Il Coordinamento romano per l’acqua pubblica (craproma.blogspot.it) ha convocato una partecipata manifestazione, che il 5 maggio ha attraversato le strade della capitale.
Tutti insieme appassionatamente. L’ulteriore privatizzazione di Acea (3,53 miliardi di euro di fatturato e 86 milioni di euro di utile netto nel 2011,) “riguarda” il futuro di 9,5 milioni di italiani, i cui acquedotti -a Roma, nel Lazio, in Toscana e in Campania- dipendono da società partecipate o controllate dalla multiutility romana. Cambiamenti significativi, però, sono in corso anche nell’area della Pianura padana e in tutto il Nord Italia.
I confini del progetto di una maxi-utility del Nord (vedi Ae 137), che avrebbe dovuto nascere da una fusione tra le due società quotate Iren (tra i soci i Comuni di Torino, Genova, Piacenza, Parma e Reggio Emilia) e A2a (Milano e Brescia), si allargano. Il 22 marzo scorso Equiter, fondo del gruppo Intesa Sanpaolo “azionista di 4 delle 10 utility quotate”, cioè Acque Potabili, Acegas-Aps, Iren ed Hera ha promosso a Torino un dibattito su “Quale futuro per le grandi multiutility?”, nel quale si è discussa un’integrazione che arrivi a toccare anche i Comuni di Padova e Trieste, che sono appunto gli azionisti di riferimento di Acegas-Aps. La società veneto-giuliana (585 milioni di euro di fatturato nel 2011), che potrebbe “fondersi” con Iren o con Hera, interpellata da Altreconomia ha spiegato che “preferisce evitare di alimentare il dibattito in corso, attendendo l’evoluzione dello scenario”. Quel che è certo, è che ogni eventuale integrazione risponderebbe a logiche finanziarie e non industriali.
Nel convegno promosso da Equiter lo ha spiegato Sandro Baraggioli, ricercatore dell’Università del Piemonte Orientale, che ha presentato uno studio (inedito) nel quale spiega che “i vantaggi della maxi-fusione deriverebbero più a livello finanziario che a livello industriale; a questo proposito è giusto interrogarsi sulla possibilità per l’aggregato di fare ricorso ad una maggiore leva finanziaria. I dubbi non mancano anche in questo caso, perché la situazione debitoria di ognuna delle local multiutility leader (A2a, Hera, Iren, ndr) è già oggi tesa e il quadro internazionale evidenzia, al contrario, una tendenza alla riduzione dell’esposizione”.
Qui Torino, il Comune “blindi” la Smat. Una maxi aggregazione sarebbe, cioè, il frutto dell’esigenza di “spalmare” i debiti delle tre utility, che complessivamente ammonta a 8-9 miliardi di euro, ma non appare una risposta alle esigenze dei cittadini. Non esistono “economie di scala”, cioè. Per questo, il Comitato acqua pubblica di Torino (www.acquapubblicatorino.org) sta raccogliendo firme per una delibera d’iniziativa popolare da sottoporre al Comune di Torino (che è il principale azionista di Smat, Società metropolitana acque Torino, con il 65,31%; gli altri soci sono  268 enti locali) e alla Provincia di Torino, per chiedere “dal basso” la trasformazione della società per azioni a totale capitale pubblico, che è una società di diritto privato, in un’azienda speciale, società di diritto pubblico. Dando così piena attuazione alla “volontà” espressa dagli estensori dei quesiti referendari, e prevenendo una paventata inclusione della stessa Smat nel perimetro di Iren.
Una tariffa inadeguata. Intanto, da gennaio 2012 in 12 regioni è in corso la campagna di “Obbedienza civile” (vedi Ae 134), per l’attuazione del secondo quesito referendario, che ha “abrogato” una delle tre componenti della tariffa, ovvero la remunerazione del capitale investito. Si tratta, in pratica, di un ricalcolo della tariffa, con una riduzione per gli utenti che oscilla fra il 10% e il 20%. E sulla tariffa è intervenuta anche una recente sentenza del Tar della Campania, su ricorso di Federconsumatori, Comune di Visciano (Na) e cittadini appartenenti al Comitato acqua pubblica contro l’Ente d’Ambito Sarnese-Vesuviano, che il 2 agosto 2011 (dopo i referendum) aveva determinato un adeguamento tariffario -a favore del gestore Gori spa, partecipata da Acea-per l’anno già in corso. “Al di là della dubbia legittimità dell’inserimento di singole voci (quale il costo di gestione della struttura e la remunerazione del capitale investito) -ha scritto il giudice nella sentenza che accoglie il ricorso-, il quadro motivazionale a supporto dell’adeguamento tariffario, costituendo il frutto di una istruttoria sommaria e incongruente, non appare soddisfacente”. La tariffa, insomma, cresceva solo nell’interesse del gestore. —
 
Il colmo del comma
Un comma del “decreto liberalizzazioni” (dl 1/2012, convertito in legge a fine marzo) rischia di minare il futuro delle gestioni pubbliche del servizio idrico integrato, e la qualità del servizio. Stabilisce, infatti, che “le società affidatarie in house sono assoggettate al patto di stabilità interno”. Lo stesso meccanismo che oggi limita la capacità di spesa degli enti locali, potrebbe -di fatto- bloccare gli investimenti sulla rete, compresi quelli urgenti per quanto riguarda fognature e depurazione. “Abbiamo affrontato il tema il 10 maggio nel corso dell’ultima riunione con l’Upi (Unione province italiane) -spiega Paolo Carsetti, già presidente del Comitato referendario “2 sì per l’acqua bene comune”-. In attesa del decreto attuativo, che deve emanare il ministero dell’Economia entro fine ottobre, c’è preoccupazione: il regolamento definirà le modalità di assoggettamento, e potrebbe tradursi in un ‘nulla di fatto’ o in un atto molto grave”.

Ai francesci l’acqua non piace più
“Acqua sporca”, è il nome scelto dalla Procura di Vibo Valentia per l’inchiesta che ha portato -a metà maggio 2012- al sequestro della diga dell’Alaco, un invaso che dalle Serre vibonesi portava acqua nelle case di circa 400mila cittadini calabresi. L’inchiesta è stata avviata nel 2010, e nasce dalle numerose segnalazioni di cittadini sul colore, il sapore e l’odore dell’acqua potabile (l’avevamo raccontato nel maggio 2011, su Ae 127). L’impianto è gestito da Sorical, società partecipata dalla Regione Calabria e dalla multinazionale francese Veolia, che nelle ultime settimane ha annunciato di voler lasciare la Calabria. Il sequestro è solo l’ultima tegola: a marzo, 3 funzionari Sorical e uno della Provincia di Reggio erano stati arrestati dalla Guardia di finanza.

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