Diritti

Il sistema delle armi, dall’Italia al mondo

Il Passaparola di Francesco Vignarca, coordinatore nazionale della Rete italiana per il disarmo, che cura per "Altreconomia" il blog "I signori delle guerre"

Per un pacifista e disarmista come me non va bene mai che ci sia un’arma in giro, ma credo che anche per un semplice cittadino italiano che ha a cuore il controllo del suo territorio e in generale delle situazioni del mondo, un controllo degli armamenti sia necessario, sennò finirà come è successo che migliaia di pistole italiane finiscono in Libia e vengono poi utilizzate nella guerra civile, finiscono in Iraq, come è successo, e vengono utilizzate sparando contro i nostri militari.
Questo non può più succedere, deve essere controllato, ma il business di questo sistema e di questi soldi oscuri che vengono fatti girare in giro per il mondo, non lo permette.

 

Nobel per la pace all’Unione Europea
"Buongiorno a tutti, un saluto agli amici del Blog di Beppe Grillo, io sono Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo e collaboratore e redattore di Altra Economia.
Oggi parliamo di armi.
Ne parliamo nei giorni in cui all’Unione Europea è stato concesso il Nobel per la pace, anche se a noi piace l’idea di Europa unita e che non ci siano più le nazioni europee che si massacrano in guerre, non possiamo fare a meno di notare come la stessa Europa, per bocca dei suoi Stati più forti, la Francia, Germania e spalleggiata dalle organizzazioni internazionali, abbia imposto alla Grecia in questi ultimi due anni dei pesanti tagli sociali per rientrare nei parametri di debito eppure le stesse nazioni non hanno imposto alla Grecia un taglio fondamentale, cioè quello delle spese militari.
La Grecia è il Paese europeo che spende di più in armi, ha storicamente speso di più in questo, circa il 4% del proprio prodotto interno lordo, eppure nel momento stesso in cui si chiedeva di tagliare li stipendi, ridurre le spese per la sanità, quelle per il welfare, Germania Francia in primis hanno preteso che le commesse militari già in corso, in particolare per alcuni sottomarini tedeschi, continuassero, per svariate centinaia di milioni di Euro.
Perché succede questo? Perché i governi non riescono a dire no agli armamenti? Agli interessi delle industrie delle armi? Perché le armi sono veramente un affare di Stato, chi spende per queste cose, sono proprio i governi, le spese militari mondiali l’anno scorso hanno superato i mille e 700 miliardi di dollari! In un anno vuole dire più del doppio di quello che è il budget delle Nazioni Unite per esempio.
I governi però non solo spendono e quindi sono i principali acquirenti di armi e forniscono quindi la ricchezza per queste industrie, spesso le controllano, le controllano direttamente, come nel caso italiano di Finmeccanica, che è una azienda controllata dal ministero del Tesoro a oltre il trenta per cento del suo capitale, o le controllano indirettamente, perché ne decidono le politiche industriali, le scelte strategiche in termini produttivi, proprio perché chiedono armi e sempre più armi.
I Paesi protagonisti di questo business sono sempre gli stessi, in particolare dal lato produttori abbiamo i principali Paesi del mondo e quelli che siedono nel consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, come gli Stati Uniti, la Russia, la Gran Bretagna, la Francia, il consorzio europeo EADS, che prende Gran Bretagna, Germania e Spagna e oltre ovviamente all’Italia.
Sono loro quelli che producono e vendono armamenti, sempre di più però quelli che comprano non sono i Paesi più ricchi, ma i luoghi dove ci sono i conflitti, i paesi del medio oriente, l’India, che ha tensioni ataviche con il Pakistan, la Cina.
E quindi quello che succede è che le industrie europee e statunitensi, oltre a sfruttare fino all’osso i bilanci degli Stati dell’Occidente, cercano sempre di più di trovare mercato in giro per il mondo e utilizzano le funzioni della politica per questo.
Non fanno il loro lavoro commerciale come qualsiasi altra azienda, ma cercano di sfruttare quelle che sono le strutture politiche, tanto è vero che, se pensiamo al momento in cui è partito il bombardamento alla Libia nel 2011 e anche i nostri connazionali venivano evacuati da Tripoli, il nostro ministro della Difesa La Russa, si trovava in una fiera in Medio oriente di armamenti.
Numerose sono le dichiarazioni dei nostri politici che puntano a spingere la vendita degli armamenti, considerandola strategica, quando invece si tratta di un comparto molto piccolo, che porta pochissimi ritorni industriali, pochissimi tecnologici e soprattutto non preserva i posti di lavoro, che sarebbero meglio preservati, lo dimostrano numerosi studi, investendo gli stessi soldi nel civile, scuola, educazione, nelle energie sostenibili.
Invece purtroppo spesso si ripete il rrefrain che abbiamo sentito anche da Berlusconi quando ha visitato Airmacchi, io voglio fare il commesso viaggiatore per le nostre armi in giro per il mondo.
Credo che il tema che avete sentito negli ultimi mesi è quello del caccia F35, il caccia bombardiere alla cui produzione partecipa l’Italia e al cui acquisto soprattutto partecipa anche l’Italia. Si tratta della produzione militare più costosa della Storia, un caccia di quinta generazione, che dovrebbe sbaragliare gli avversari, anche se alcuni test dimostrano che non sia così, che ha visto lievitare tantissimo i tempi di produzione e i costi, se fino all’anno scorso, quando la nostra Difesa ha abbassato la previsione dei caccia che servono, si trattava di una fattura di 15 miliardi per il solo acquisto. Ancora oggi se si portasse avanti lo stesso progetto, noi avremmo per il nostro paese una spesa per il solo acquisto di 12 miliardi di Euro, che va triplicata per tutta la vita del progetto, perché appunto nei programmi industriali e militari, soprattutto, legati al mondo aeronautica, il costo vero è quello del mantenimento, per che cosa? Per avere una superiorità aerea di bombardamento, per poter portare missili a testate nucleari, come gli F35 potranno fare, tutto questo non ci sembra che serva alla difesa del nostro paese, la difesa delle persone, oggi, della vita delle persone in Italia è una difesa del sostegno al welfare, alla sanità, non certo passa per bombe, missili o caccia bombardieri.
Su questo oltretutto il nostro ministero non ha mai fornito, non solo a noi, ma neanche al Parlamento, i dati definitivi, i dati più precisi, e siamo dovuti essere noi a dimostrare che non esistono penali, se non si acquisteranno questi aerei e che i costi sono molto maggiori di quelli che sono sempre stati dichiarati.
Andando alla fonte dei dati, che è quella statunitense, perché quasi tutti gli aerei saranno ovviamente targati a stelle e strisce, solo pochi verranno assemblati e prodotti in Italia, e la ricaduta occupazionale minima si parla di poche centinaia di posti di lavoro e non garantisce certo e non giustifica una spesa del genere.

La legge italiana sull’export di armi, carta straccia
Eppure sembra che il nostro Paese voglia continuare a lavorare in questo senso e il problema attuale, perché non ci sono solo questi aerei, è quello degli addestratori italiani. Gli M346 prodotti in provincia di Varese, Venegono, dalla Aermacchi che verranno venduti in trenta esemplari a Israele, facendo carta straccia di quella che è la legge italiana sull’export di armi, che prevede che le armi non possano essere esportati a Paesi in conflitto,dove ci siano gravi violazioni dei diritti umani, eppure noi, solamente per avere in cambio altre armi, perché si tratta di un baratto, non di soldi, venderemo questi addestratori, targati come civili a Israele. in realtà all’ultima fiera di Farnborough in Gran Bretagna, la stessa Finmeccanica ha fatto vedere che sotto questi addestratori ci possono stare tranquillamente delle bombe, quindi saranno degli aerei molto leggeri e maneggevoli, che potranno servire anche a bombardare della popolazione civile!
Noi non vogliamo che esista questo tipo di commercio, l’Italia l’anno scorso ha esportato tre miliardi di Euro di armamenti. Ogni anno è un business che non cala, che coinvolge centinaia di aziende e che poi va a ricadere anche sulle banche, le banche che finanziano e che incassano i soldi per questi armamenti, senza controllo, con soldi di finanziamenti pubblici, che arrivano addirittura dal ministero per lo Sviluppo economico.
Noi vogliamo che ci sia una riconversione della spesa militare, che è improduttiva e inutile e soprattutto in questo momento di tagli, dove si alza l’Iva, dove comunque gli interventi sono draconiani riguardo alla scuola, all’istruzione, sanità, ecco che questi soldi non vengano sprecati in qualche cosa che non ci garantisce assolutamente più difesa e che l’unica cosa che fa è garantire affari a pochi manager, a poche persone che traggono da questa dinamica dei profitti inenarrabili.
La poca volontà da parte degli Stati di controllare questo business, che alla fine poi porta delle morti, perché le armi creano vittime anche quando non vengono usate, proprio perché sottraggono soldi a usi più seri, ma poi sono utilizzate nei conflitti. Il bombardamento aereo alla Libia è stato più pesante che la nostra aeronautica abbia fatto dalla Seconda Guerra Mondiale, per esempio. Gli stati non vogliono che le armi siano sotto controllo e si possa sapere a chi vengono vendute e dove vengono usate. Ne è riprova il fallimento nel luglio di quest’anno delle consultazioni ONU per un trattato internazionale sul commercio di armi, che potesse dare regole certe, sicure.

Il business delle armi
Una richiesta fatta da una campagna internazionale, Control Arms, ha portato una petizione da più di un milione di voti in tutto il mondo, arrivata in sede Onu è stata bloccata dai veti incrociati, quelli degli Stati Uniti, che non volevano mettere nel controllo le munizioni, per il loro mercato interno di armi leggere, i veti della Russia e Cina, che vogliono continuare a poter foraggiare i Paesi alleati in una situazione geopolitica, ma anche i veti dell’Italia,che seppure a parole ha dimostrato la volontà di arrivare a un trattato, ha chiesto che venissero esclusi da questi controlli le armi a uso civile per esempio, perché? Perché l’Italia è leader nelle armi civili, pistole e fucili, è uno dei primi tre produttori mondiali e il secondo esportatore mondiale di queste armi, che va ricordato, come ha detto ai tempi il segretario delle nazioni unite Koffi Annan, sono le vere armi di distruzioni di massa, fanno circa 500 mila morti l’anno, che vuole dire un morto al minuto.
Noi come italiani siamo complici se continuiamo a non volere regolamentare e controllare dove finiscono le nostre armi leggere.
Per un pacifista e disarmista come me non va bene mai che ci sia un’arma in giro, ma credo che anche per un semplice cittadino italiano che ha a cuore il controllo del suo territorio e in generale delle situazioni del mondo, un controllo degli armamenti sia necessario, sennò finirà come è successo che migliaia di pistole italiane finiscono in Libia e vengono poi utilizzate nella guerra civile, finiscono in Iraq, come è successo, e vengono utilizzate sparando contro i nostri militari.
Questo non può più succedere, deve essere controllato, ma il business di questo sistema e di questi soldi oscuri che vengono fatti girare in giro per il mondo, non lo permette.
Noi spesso raccontiamo e citiamo una frase di Val Forget, un commerciante di armi molto attivo nei decenni scorsi, che dice “Dimenticatevi le storie dei romanzieri, se c’è qualche cassa di armi che finisce in giro per il mondo è perché dietro c’è il controllo di qualche agenzia governativa”.
Questo lo diciamo con forza, se noi vogliamo fermare la distruzione che le armi fanno in giro per il mondo dobbiamo controllare il mercato legale, che da solo è oltre il 90% delle armi che girano per il mondo.
Nel libro Armi un Affare di Stato cerchiamo di mettere in luce le dinamiche perverse dell’industria degli armamenti, un’industria che a livello di commercio mondiale vale circa il 2,5 per cento, ma che da sola è responsabile di oltre il 40% di tutta la corruzione mondiale perché è dominato dalle commesse che arrivano dalle entità pubbliche e quindi è facile accaparrarsi una commessa corrompendo qualche finanziario.
Anche la nostra italiana Finmeccanica è coinvolta in scaldali e inchieste di questa natura, che poi verranno giudicate e definite meglio dalle inchieste della magistratura. Quello che abbiamo voluto sottolineare è che la dinamica, anche se legale, spesso è controproducente. In primis per chi controlla queste industrie, cioè il Tesoro, cioè lo Stato italiano, perché vedere per anni i partecipanti, i componenti dei consigli di amministrazione, spesso lottizzati, nominati grazie alle connivenze con la politica, che portano a casa stock options, bonus, perché dimostrano di avere dei bilanci floridi, in crescita, e poi da un anno all’altro vedere che questi bilanci non sono più floridi, come per Finmeccanica, che l’anno scorso ha registrato un passivo di due miliardi e tre, solo perché delle poste valutative, valutazioni di acquisti e di industrie controllate vengono svalutate e quindi si dice per tutti questi anni abbiamo scherzato, non è vero che abbiamo fatto utili. Ci sembra veramente una dinamica perversa e soprattutto ci sembra fuori luogo, irrazionale che un’azienda come la Finmeccanica, che è controllata dallo stato, abbia al suo interno la maggioranza delle controllate fuori dai confini nazionali, per esempio in paesi come l’Olanda che garantiscono un trattamento fiscale migliore e quindi si ha il paradosso che industrie controllate dallo Stato cercano di pagare meno tasse allo stato che le controlla per avere dei bilanci migliori.
Crediamo che, al di là di qualsiasi velleità o interesse o ideale pacifista o disarmista, il cittadino italiano debba sapere queste cose, debba poter giudicare e fare le proprie scelte, affinché i soldi vengano impiegati in qualche cosa di più utile e necessario per la vita di tutti noi.

 

 

 

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