Ambiente

Clima, si passa per Doha

Al via COP18, il meeting Onu dedicato al surriscaldamento terrestre, nella città del Qatar. Occhi puntati sulle posizioni degli Stati Uniti, alla luce dei non certo brillanti risultati del Protocollo di Kyoto

"Passerò le prossime settimane a capire come rendere possibili piccoli passi avanti". Il giorno dopo la sua rielezione, Barack Obama snocciola uno per uno i problemi che dovrà affrontare nel suo secondo mandato. Le "prossime settimane" a cui fa riferimento sono quelle che separano la nomina del suo second term dall’inizio della prossima Conferenza Onu sul clima, in programma a Doha, in Qatar, da oggi, 26 novembre.
La crescita economica e l’occupazione sono in cima alle priorità, ma creare posti di lavoro, consolidare l’uscita dalla crisi e affrontare seriamente la questione del cambiamento climatico sono temi che non possono essere sganciati l’uno dall’altro e sono qualcosa che "the American people would support".
Volenti o nolenti, verrebbe da dire. Negli Stati Uniti la temperatura media è già aumentata di 0,8°C e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: una siccità che ha messo in ginocchio gli Stati agricoli e "superstorm" Sandy che ha prodotto dai 50 ai 70 miliardi di dollari di danni.
"Non c’è altro da fare, la situazione è urgente" ha dichiarato all’agenzia IPS Andrew Steer, presidente del World Resources Institute, un’ONG con sede a Washington, "il cambiamento climatico non è un problema di domani. Superstorm Sandy è stato una sveglia per il popolo degli Stati Uniti".
Quanto questa sveglia abbia oggettivamente dato una smossa all’Amministrazione statunitense è da vedere.
E’ dalla stessa Christina Figueres, segretario esecutivo dell’UNFCCC, che si chiariscono le mosse degli USA "la rielezione del Presidente Obama garantisce la continuità degli Stati Uniti d’America nel rispettare la riduzione delle emissioni del 17% rispetto il 2005 entro il 2020". Un impegno importante, secondo Figueres, che ad IPS ha dichiarato come gli USA "siano pienamente consapevoli dell'(importanza di un) aumento delle sue ambizioni nei termini della mitigazione e del finanziamento per sostenere l’adattamento dei Paesi in via di Sviluppo".
In verità, la fredda esposizione dei numeri confonde e non spiega. Il 17% di riduzione rispetto al 2005 significa un misero 3% rispetto al 1990 (normale baseline utilizzata, ad esempio, nel Protocollo di Kyoto), mentre la comunità scientifica da tempo denuncia che per mantenere l’aumento della temperatura sotto il limite dei 2°C la riduzione dovrebbe essere almeno del 25-40%. A dimostrare come persino l’agenda 20-20-20 dell’Unione Europea sia inadeguata (anche considerando le possibilità offerte dalla diminuzione dei consumi legata alla crisi ed all’incremento delle rinnovabili nel vecchio continente).
Ma rispettare i limiti imposti dal pianeta e dalla comunità scientifica davanti alla rivoluzione dello shale-gas per l’Amministrazione Obama sarà un’impresa titanica. Non fosse altro perchè la nuova disponibilità di gas, a basso costo e ad alto impatto ambientale e climatico, ha fatto crollare i prezzi del gas e ha reso gli USA sostanzialmente indipendenti dal punto di vista energetico.

Cosa questo possa significare per i negoziati climatici in programma in Qatar ce lo spiega il Primo ministro del piccolo emirato, Abdullah bin Hamad Al-Attiyah, che è anche Presidente di turno della Conferenza delle Parti Onu. Lo shale gas è "una buona notizia perchè dà al mondo interno nuova fiducia nel gas" ha dichiarato pochi giorni fa alla Oil & Money 2012 conference di Londra, che ha raccolto oltre 450 senior executive dell’industria dell’energia fossile. "Fino a pochi anni fa" ha continuato Al-Attiyah, "c’era incertezza se ci fossero abbastanza disponibilità a livello mondiale, oggi il gas darà al mondo oltre 300 anni di sicurezza. Credo sia una buona notizia che darà al consumatore maggiore fiducia nel gas".
Questo è il Presidente della prossima COP. Già Presidente dell’Opec e vincitore nel 2008 del premio Petroleum Executive of the Year.

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