Diritti / Opinioni

Ministro Di Paola, mi faccia capire

Un commento alla riforma dello strumento militare e alle sue motivazioni: davvero è sensata per il nostro Paese oppure è solo un gran favore alle lobby della produzione armiera?

Siamo all’immediata vigilia dell’approvazione del DDL governativo di iniziativa del Ministro Di Paola che dovrebbe riordinare lo "strumento militare": è in discussione oggi alla Camera e presenta una lunga serie di problematicità sottolineate sia dal mondo pacifista che da analisi indipendenti oltre che dagli stessi rappresentanti dei dipendenti delle Forze Armate.
In questo momento sorgono diversi interrogativi sia sull’opportunità che nel merito del provvedimento, domande che probabilmente rimarranno di natura retorica visto che il Ministro-Ammiraglio Di Paola (a cui mi piacerebbe poterle fare direttamente) non credo avrà interesse o tempo di leggerle. Domande che però (almeno in parte) potrebbero essere rivolte anche al Parlamento, che su questa riforma inutile ed incompleta proprio perché figlia del compromesso è filato via liscio e veloce (solo poche ore di discussione alla Camera!) come ci saremmo sognati facesse su altre tematiche (legge elettorale su tutte, ad esempio). E almeno loro, i nostri rappresentanti diretti, avrebbero il dovere di dare qualche risposta; ce ne aspettiamo qualcuna nell’ambito del presidio che la campagna "Taglia le ali alle armi!" (promossa da Rete Disarmo, Tavola della Pace e Sbilanciamoci!) ha organizzato proprio in contemporanea con la discussione e votazione dei Deputati.

Al Ministro Di Paola non potrei certo chiedere il perché di tanta fretta e tanta energia dispiegata per condurre in porto in tempo di record, il DDL è stato presentato solo a metà 2012, un obiettivo del genere. E’ ovviamente suo desiderio e suo compito agire in questa direzione e gli va riconosciuta una grande capacità di azione (molto "militare" e concreta) nel riuscire a portare a casa il risultato senza farsi bloccare nelle paludi politico-istituzionali. Gli chiederei però perché ha scelto di operare una riforma dello strumento militare prima di un qualsiasi ragionamento sui compiti e sul modello della nostra difesa (sia quella armata che non). E come mai abbia preso la palla al balzo dei problemi e disequilibri anche nei conti della Difesa, situazione non certo nuova e già descritta da tempo pure da noi, per operare una scelta di taglio sul personale a favore di nuovi armamenti. Dopotutto si tratta sempre dei "suoi" ragazzi e ragazze che ha comandato come Capo di Stato Maggiore della Difesa.

Eppure pur con i tempi lunghi e tranquilli che contraddistinguono sempre ogni modifica in campo militare, diversamente dagli interventi draconiani su istruzione e welfare ad esempio, sono proprio gli effettivi della Difesa a subire il colpo maggiore per diminuire quell’enorme 70% che oggi si spende per il personale. Scegliendo di recuperare soldi con meno occupazione ma preservando stipendi e privilegi, non toccati.
E con un "trucco" davvero da privilegiati: già la legge delega e ancora di più i decreti collegati impongono che qualsiasi risparmio ottenuto rimanga in pancia al Ministero della Difesa, comportando così in automatico (è inutile che lo si neghi, si tratta di semplice algebra) un aumento dei soldi a disposizione per l’acquisto di armamenti. Stimati in 230 miliardi nei prossimi 12/15 anni.

Chiederei quindi al Ministro come si possa far passare per "modernizzazione" e sguardo al futuro il mettersi a disposizione dell’industria militare, delle sue enormi fatture di acquisto e degli ancor più grandi costi di mantenimento che l’acquisizione di nuovi sistemi d’arma comporta. Senza una parola vera e concreta su un’integrazione ormai necessaria a livello europeo. Perché fa tutto questo? Per favorire un’industria militare che – secondo indiscrezioni – dovrebbe essere il suo prossimo approdo, se non si apriranno le agognate porte della NATO?

Nel suo intervento alla Camera della scorsa settimana, in occasione del primo scampolo di discussione sul DDL, il Ministro ha sottolineato come importanti e giuste le nuove prescrizioni che elevano il controllo parlamentare sugli acquisti militari del nostro Paese. Ma se si tratta di qualcosa di così rilevante, perché non era già presente nella bozza iniziale del provvedimento stesa dal Ministro? Perché si è resa necessaria una battaglia condotta al Senato da alcuni esponenti della Commissione Difesa, mentre le intenzioni del Governo e dei suoi fiancheggiatori erano quelle di prevedere una corsia preferenziale e poco discussa per la riforma Di Paola?

E meno male, poi, che la crisi di Governo ha scongiurato l’ipotesi che i decreti delegati li scrivesse lo stesso Ministro-Ammiraglio, che pare li avesse già pronti. Solo dopo una pressione forte della società civile raccolta (anche per opportunità) da qualche forza politica Di Paola si è sentito in dovere di garantire, con dichiarazione ufficiale nell’Aula della Camera, che la delega sarebbe passata di mano al prossimo Governo.

Ma allora, ancora una volta e più del solito, che senso ha adesso votarla? Non si potrebbe ripartire da capo cambiando i lati oscuri della riforma e pensando maggiormente alle reali necessità degli italiani, compresi quelli sotto le armi e compresi coloro che vogliono una Difesa moderna sempre più vicina a questioni di sicurezza reali. Non ai "giochi di guerra" di chi si diverte con i cacciabombardieri e le portaerei ritenendole "indispensabili" per la vita del nostro Paese.

 

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