Opinioni

L’ideale, e qualcosa da realizzare

Economia e fraternità. Sono i due termini tradizionalmente più lontani tra loro. L’una è il regno della competizione, dell’egoismo legittimato e necessario, dell’indifferenza per la sorte del mondo intero, fatta naturalmente eccezione per se stessi e per i propri cari; l’altra è il vincolo positivo e indissolubile per cui non posso essere me stesso senza il resto dell’umanità.

Tratto da Altreconomia 147 — Marzo 2013

In questa contraddizione tra i due termini c’è la ragione profonda delle crisi, delle iniquità, dell’infelicità prodotta dal sistema economico. Il problema non è, come in genere si dice, quello dell’accettazione del diverso e del rispetto dell’altro. Il problema invece sta nel fatto che l’altro è soltanto l’altro, qualcuno che ci è lontano e di cui non ci importa. La globalizzazione ha portato a compimento il processo millenario di universalizzazione dell’alterità vissuta come estraneità e irrilevanza.
 

Nel suo classico studio sulla storia della legittimazione del prestito a interesse e dell’usura nel contesto della cultura cristiana dell’Occidente, Benjamin Nelson ricorda quanto inizialmente fosse viva l’idea di una fraternità ristretta, che comprendeva solo i battezzati ed escludeva tutti gli altri a partire dagli ebrei. Poi, nell’Italia del XV secolo, alcuni francescani, quelli che esprimevano tendenze antisemite ed erano ormai lontanissimi da Francesco, promossero la nascita di agenzie di prestito cristiane e dei monti di pietà. Con ciò si legittimava “l’adozione del principio del profitto nell’economia interna della comunità” (B. Nelson, Usura e cristianesimo, Firenze, Sansoni, 1967, p. 13). Così al principio di fraternità, per quanto ristretta ed esclusiva, si sostituì il principio di alterità. In questa storia il cosiddetto “Altro”, lungi dall’essere il destinatario del mio impegno etico, o il mio compagno di strada, incarna una vera e propria istituzione funzionale all’isolamento di ciascuno nel proprio io. L’ “Altro” è stato istituito per potersi avvalere della distanza che consente di liberarsi della responsabilità per la sorte di chi incontriamo e potrebbe chiederci rispetto e solidarietà. L’“Altro” è colui verso il quale non ho obblighi. Al massimo, se proprio voglio esprimere una nobiltà morale non dovuta, mi darò al “volontariato”, parola che di fatto conferma come agli altri io non debba nulla: farò qualcosa in loro favore o condividerò quanto possiedo solo se voglio.
Gli altri sono immersi nel buio e solo i nostri interessi, sentimenti e modi di essere sono illuminati dinanzi a noi stessi. La tradizione occidentale ha sì conosciuto, con l’avvento del cristianesimo, la rivoluzione della persona: riconoscere in ciascuno un essere infinitamente prezioso, libero, dotato di dignità, intelligenza e volontà. Ma questa stessa tradizione si è fermata qui, oltre tutto regredendo e facendo mille eccezioni al principio del riguardo per ognuno in quanto persona. L’Occidente ha avuto e ha scandalo della rivoluzione della fraternità: aderire al legame interumano universale e agire di conseguenza in politica, in economia, in ogni spazio della vita sociale. Tanto meno la nostra tradizione è pervenuta alla rivoluzione della sororità: aprirsi all’originale modo d’essere, di sentire e di pensare delle donne per partecipare alla relazione con loro in maniera che non sia un rapporto di dominio.
 

Tutti i nostri problemi nell’umanizzazione della società risalgono, in ultima istanza, al ripudio, inconscio o consapevole, di queste rivoluzioni nella loro implicazione reciproca. Sottolineo questo dato non per riproporre una vana retorica della fraternità, ma per invitare a vedere quale sia la profondità del significato insito nell’impegno per un’altra economia. Infatti è evidente che essa non deve più portarsi dietro l’equivoco sotteso alla “cultura dell’altro”; la visione critica dell’economia è davvero alternativa solo se ha il coraggio di dare seguito alle categorie di fraternità e di sororità.
In ogni ambito della società, anche sul posto di lavoro o nel confronto politico, sono necessari gesti di coraggio che abbiano la forza di introdurre semi di fraternità e di sororità nella logica quotidiana entro cui viviamo le relazioni sociali. Senza dubbio, si tratta di una prospettiva tanto ardua da scoraggiare, ma qui invece di cedere alla sfiducia bisogna fare proprio quel giusto senso della prospettiva che Gandhi riassume con queste parole: “Dobbiamo avere un ideale massimo da realizzare, prima di poter realizzare qualcosa che si avvicini a esso” (“Harijan”, 28 luglio 1946). —

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