Altre Economie

L’economia trama (e carda)

 In provincia di Bolzano nasce “Geena’s Own”, progetto di recupero e trasformazione di lana locale destinata allo smaltimento —

Tratto da Altreconomia 147 — Marzo 2013

Un mucchio di lana sporca. L’attrazione per questa massa informe e vaporosa. Il non sapere cosa farne. Barbara ha iniziato così, per caso, due anni e mezzo fa. Mentre era a scuola per lavoro arrivò un padre dei suoi alunni con un sacco: “Forse ti potrebbe servire, io dovrei buttarla”. Era un sacco pieno di lana appena tosata. Veniva paradossalmente da Lana, un paesino in provincia di Bolzano. Barbara se la portò a casa, in un altro paese in provincia di Bolzano, Laives, e assieme a suo marito Andrea cominciarono a lavarla.
Da quel giorno le cose sono evolute in un progetto dal nome “Geena’s Own” (dal soprannome di Barbara). L’obiettivo è recuperare lana locale e trasformarla (attraverso una filiera tutta locale) in maglioni e accessori.
L’idea è gestire tutto il processo dal recupero della lana alla lavorazione a ferri nella maniera più ecologica possibile. “All’inizio abbiamo provato di tutto per lavarla, non ne sapevamo nulla -ricorda Andrea-. Volevamo solo riuscire a farlo autonomamente. Siamo così arrivati a farci il nostro detersivo, a base di frutti dell’ippocastano, col quale facciamo tuttora la prima lavorazione della lana: il lavaggio”.
Secondo i dati Astat (Istituto statistico provinciale) del 2010, in Alto Adige, gli ovini allevati sono meno di 30mila, principalmente per l’autoconsumo o per la vendita della loro carne (esportata soprattutto in Germania). Nonostante siano destinate al macello, le pecore vanno comunque tosate e le speranze di potere vendere il frutto di questo lavoro sono poche. La lana deve pertanto essere smaltita legalmente (a circa 5 euro a chilo) e i costi aumentano. “Da quando abbiamo iniziato -spiega Barbara- si è sparsa la voce e ora gli allevatori fanno a gara per donarci la loro lana”. Oltre a continuare a lavorare quella proveniente da Lana (di colore bianco), ora ricevono anche quella di un amico forestale, allevatore per hobby, che tiene una trentina di pecore dell’antica razza altoatesina, a pelo lungo, chiamata Steinschaf (pecora delle rocce).
“È una lana molto morbida e facile da filare -spiega Barbara- e ha naturalmente diversi colori, grigio, marrone e nero”. La loro produzione è infatti innanzitutto a colorazione naturale. “Per darle nuovi toni -spiega Andrea- abbiamo conosciuto Marion, un’altoatesina trapiantata nelle Marche. Lei tinge la lana con piante e muschi raccolti o coltivati”.
Intanto Geena’s Own sviluppa una rete di collaboratori legati al territorio altoatesino, ciascuno dei quali porta il suo contributo al progetto. All’inizio la lana veniva filata a mano da una donna marocchina. Il processo può sembrare poetico, ma è in realtà molto lungo e la lana risultava più grezza. “Abbiamo poi preso contatti con due degli ultimi cardatori e filatori rimasti in Alto Adige -racconta Barbara-. Il primo era una scuola, la Erlebnisschule Langtaufers (www.erlebnisschule.it), a Passo Resia, sul confine. Cardava e filava a macchina, ma poi abbiamo trovato uno che la lavorava più vicino, in Val Passiria. Ogni due settimane ce la porta al mercato a Merano”.
Organizzato in questa maniera, Geena’s Own riesce a far pagare i suoi gomitoli da 100 grammi 5,8 euro, un prezzo inferiore alla lana che normalmente si trova in commercio. “Uno dei nostri obiettivi -chiarisce Andrea- è quello di rendere accessibile l’ecologico, la filiera corta e il chilometro zero a chiunque. Vogliamo diffondere il più possibile questo tipo di filosofia, perché non rimanga una nicchia, a volte anche ridicolizzata”.
Oltre ai gomitoli ci sono i vestiti e gli accessori, disegnati da Barbara e Andrea. Vengono lavorati a mano da diverse persone, tra cui Barbara.
La rete è in espansione ed è stata coinvolta anche un’amica danese, vicina di casa della maestra tintora Marion. La prima linea uscirà solo in autunno con circa dieci modelli, all’inizio della stagione fredda. Per marzo invece sarà definito il catalogo dell’altra sezione del progetto: l’upcycling di vestiti. “Abbiamo sparso la voce e anche qui molte persone ci portano il loro vecchio vestiario o vecchi tessuti -aggiunge Barbara-. Noi scegliamo quelli più pregiati e Christine poi li trasforma in nuovi capi d’abbigliamento”. Christine è un’altra dei collaboratori di Geena’s Own, sarta professionista. I modelli che crea dipendono dalle stoffe recuperate, sono tutti pezzi unici, ma con linee guida definite che conducono la metamorfosi dei vecchi vestiti. “È forse l’attività più ecologica che si possa fare -precisa Andrea- non dover acquistare nuova materia prima. L’unico svantaggio è che il lavoro di assemblaggio può risultare a volte più difficoltoso”. Di riciclo sono anche i bottoni, creati da amici pugliesi e acquistati per lo più durante le vacanze estive in loco.
Si chiamano Equilatero e recuperano galleggianti e altri scarti di mare, oltre a resti di lavorazione del legno di liutai per farne, appunto, bottoni.
Tra le idee per il catalogo ci sono le P-shirt, le poetry shirt. Sono vecchie t-shirt ricombinate su cui vengono stampate delle scritte di artisti locali. “Si usa pochissimo colore per tessuto -chiarisce Andrea-, si fa un’unica impressione e poi si fissa con il ferro da stiro. I pezzi sono così ancora più unici, anche perché personalizzabili”. Oltre alle opere di poeti altoatesini si possono anche imprimere infatti delle scritte a discrezione del cliente.
Il ruolo di quest’ultimo è in generale molto più attivo che in un qualunque altro progetto di abbigliamento. “Noi vogliamo collaborare anche col cliente”, dichiara Andrea. L’acquirente del vestito trasformato o del maglione di lana autoctona può infatti intervenire in qualunque fase della lavorazione. “Chiunque può scegliere di divertirsi a lavare, cardare, tingere la lana, in modo anche da poter tagliare sui costi -racconta Barbara-. Se uno contribuisce alla realizzazione del suo vestito, poi, credo gli dia più valore e ci pensa due volte prima di buttarlo”.
Con questa filosofia prospettano il futuro. Attualmente vendono attraverso il passaparola (anche grazie al profilo Facebook GeenasOwn e al blog geenasown.wordpress.com) e in un negozio di prodotti biologici di Laives.
Lì accanto vorrebbero creare a breve una sorta di knit-cafè, punto di ritrovo per chiunque volesse anche apprendere l’arte della maglia e della sartoria. “Vogliamo che sia un bar, un luogo dove lasciare e prendere libri, fare musica dal vivo e dove acquistare i nostri vestiti -spiega Barbara-, ma anche dove poter godere della presenza di una sarta e di una magliaia per imparare a far da sé parti del proprio abbigliamento”. “L’unica cosa che sta rallentando l’apertura -aggiunge Andrea- è la difficoltà da parte della camera di commercio di definirne il tipo di licenza”.
Piccole varianti di knit-cafè vorrebbero realizzarle all’interno di altri negozi d’abbigliamento sparsi sul territorio altoatesino. “Cerchiamo la collaborazione dei negozianti -spiega Andrea- in modo da creare eventi ad hoc, in cui i partecipanti possano imparare a fare a maglia con la nostra lana, oppure apprendere il taglio e cucito dalla nostra sarta, principalmente per rendersi indipendenti dal mercato”.
Ancora più ambiziosa è l’idea di poter in un futuro più lontano aprire altri knit-cafè, anche fuori dall’Italia, sul modello di quello di Laives, ma sempre con il concetto di chilometro zero e di impiegare materie prime, manodopera e cervelli locali.
“È importante non conservare  la nostra esperienza solo per noi, conclude Andrea, quanto condividerla con chi lo desidera”. —

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