Opinioni

L’inutile attesa

Aspettare è sbagliato. Non possiamo aspettarci una risposta di giustizia e di luce a questa trappola oscura, in cui ci ha gettato il capitalismo totale, né dai partiti né dal Movimento 5 Stelle. Non si tratta di ritirarsi nel privato o di non andare più a votare. Si tratta di decidersi ad agire direttamente, rendendosi presenti alla vita comune in modo così consapevole da portare le nostre energie lì dove servono

Tratto da Altreconomia 149 — Maggio 2013

L’invito riguarda ogni cittadino e anche i soggetti impegnati per un’altra economia. L’imperativo è: difendersi dall’economia omicida. Essa è il vero serial killer oggi in circolazione. Non è possibile attendere che altre persone arrivino al suicidio per arrivare a capirlo. Né lasciare ancora che molti trovino l’unica speranza di sopravvivenza nella collaborazione con le mafie. Dobbiamo difenderci tutti, partendo dalla protezione dei più esposti: giovani, precari, pensionati, esodati, cassintegrati, licenziati, disoccupati, migranti, persone ammalate o diversamente abili. Ormai è chiaro che questo sistema economico porta morte, distruzione, infelicità, disperazione, ingiustizia metodica e desertificante. Se uno non vede questa verità, allora vuol dire che si è ridotto, eticamente e umanamente, alla condizione di un idiota, anche se passa per un grande economista. Si deve, con modi nonviolenti, impedirgli di nuocere.

In passato chi ha assunto l’impegno di rigenerare la società a fronte delle distruzioni causate da disastri sociali, economici e politici ha indicato la via della responsabilità sollecita ed efficace nella propria quotidiana comunità di vita. Lo hanno ricordato testimoni quali Gandhi, Simone Weil, Martin Buber, Adriano Olivetti. La comunità non è solo la famiglia, è la comunità sociale e civile del territorio: la città, il distretto, la regione. È la misura e lo spazio dove il raggio d’azione di ognuno è concreto, è l’ambito di convivenza in cui possiamo intervenire solidalmente. Non parlo della comunità intesa come setta, gruppo chiuso nell’egoismo di clan e nella funesta logica identitaria oggi rappresentata dal ridicolo slogan leghista “prima il Nord!”. Parlo, al contrario, della comunità che è luogo concreto della fraternità e sororità universale, casa ospitale verso chiunque, soggetto collettivo di servizio all’umanità.
Che cosa trasforma una città, o una porzione di popolazione che abita lo stesso territorio, in una comunità? Anzitutto la coscienza. Una coscienza collettiva che si ricorda delle persone, che non abbandona nessuno al suo destino. E che allora a questo scopo si organizza. La comunità che resiste al disumano è realmente presente quando in essa nessuno deve morire di fame, di vergogna, di disperazione. È il compito urgente che chiama in causa, da subito, noi tutti: singoli e famiglie, gruppi e associazioni, movimenti di base e sindacati, enti locali e comunità religiose. La società che noi siamo, per quanto colpita dalla stolta ferocia del sistema economico e dall’inettitudine di quello politico, incarna le ragioni della vita e della dignità, può essere più forte dei poteri organizzati rappresentati da questi sistemi.

Le misure concrete da attivare sono precise. Cito solo le tre principali: creare a livello comunale un fondo economico di sicurezza vitale (non me la sento di chiamarlo “fondo di solidarietà”, l’espressione evoca quasi l’elemosina) per singoli o famiglie che sono allo stremo per l’impoverimento; istituire un coordinamento per il lavoro che riunisca le amministrazioni comunali, le imprese locali, i sindacati, le associazioni di categoria, le scuole superiori e le università del territorio al fine di creare cooperative, avviare progetti con finanziamento europeo, individuare e possibilmente generare possibilità di occupazione; realizzare in correlazione sia un Osservatorio per l’attuazione dei diritti umani sul territorio -operante come uno strumento integrato di conoscenza che restituisca una visione complessiva dei problemi alle istituzioni, ai servizi sociali e a quelli sanitari-, sia un’Agenzia per i diritti quotidiani, dove l’ente comunale, i servizi territoriali e il volontariato agiscano insieme per dare risposta almeno ai bisogni fondamentali delle persone. Ciascuno deve contribuire a un ethos collettivo, città per città, regione per regione, che renda intollerabile che ci siano persone lasciate alla deriva e comporti la necessità di agire di conseguenza. Tutto questo non rappresenta ancora la nascita di una società giusta, ma è almeno la difesa efficace dell’umanità dall’economia omicida e dalla politica sterile o complice. —
 

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