Ambiente

Cave in cerca d’autore

La Provincia di Lecco ha adottato definitivamente il 3 febbraio 2014 il piano ventennale delle attività estrattive. Tra le premesse, l’esigenza di soddisfare le esigenze delle ditte cavatrici, nonostante il crollo del mercato del cemento e l’impatto ambientale. Variabili che non hanno influenzato la scelta degli amministratori locali —

Tratto da Altreconomia 150 — Giugno 2013

L’attività estrattiva sui monti della Provincia di Lecco non si ferma. Anzi, punta a crescere. È questo l’ultimo paradosso in cui si ritroveranno da qui ai prossimi mesi i cittadini di Lecco, Mandello del Lario e Galbiate, che sono i comuni direttamente interessati dagli ampliamenti delle cave contenuti nei documenti relativi al “nuovo” piano cave provinciale, adottato definitivamente dalla Provincia il 3 febbraio 2014.

Eppure uno vigente già c’era, e non era nemmeno scaduto. Approvato dal 2001 dalla Regione Lombardia -l’ente cui spetta la parola definitiva sulla partita- attendeva infatti di tagliare il traguardo nel 2021. Senonché nel marzo 2011 la Giunta guidata da Daniele Nava (Pdl) ha deciso di rinnovare la pratica. Gli atti recitano che occorreva “soddisfare il fabbisogno degli impianti industriali alimentati dai calcari per la produzione di calce e cemento”. Allo scopo di “soddisfare” la parte che scava, gli estensori del nuovo piano cave danno conto del metodo impiegato per il calcolo dei cosiddetti fabbisogni, che a loro volta si traducono in metri cubi di materiale estratto. “Si calcolano -affermano i tecnici- direttamente da indagini circa il fabbisogno presso le aziende di trasformazione o dalla stima dei quantitativi asportati”. Ricapitolando, la pratica si riapre su richiesta delle aziende; le stesse aziende che poi fissano le quantità complessive da farsi riconoscere per portare avanti la propria attività. E questo accade nonostante nella delibera di giunta regionale in materia di “Revisione dei Criteri e direttive per la formazione dei piani delle cave provinciali” si legga: “Non è possibile stimare il fabbisogno provinciale se non sulla base dei trend di evoluzione del cavato negli anni e sulla base di questionari ed indagini effettuati direttamente sui (e non “dai”, ndr) produttori o sulle (e non “dalle”, ndr) principali aziende di prima lavorazione del materiale”. Prospettiva ben diversa da quella sposata dall’ente lecchese, a favore delle aziende. Tra queste, Unicalce Spa, Fassa Bortolo Spa e Holcim. Quest’ultima, interessata ad aprire un nuovo “fronte” sul monte Cornizzolo, nel comune di Civate (Lc). Otto milioni di metri cubi di calcare a pochi passi dall’abbazia di San Pietro al Monte. Le comunità si rivoltano, partono raccolte firme, l’opposizione in Consiglio provinciale segue. Tra la primavera del 2011 e l’aprile 2013 la Giunta provinciale opta per una -contenuta- retromarcia. Dei 23 ambiti estrattivi della prima proposta, tra nuovi e in ampliamento, ne rimangono 8 (il Cornizzolo è stralciato), quando il consiglio provinciale adotta “in prima istanza” il nuovo piano cave. Tre di questi ambiti (l’85% del piano) ricadono nel Comune di Lecco, recentemente premiato come Città alpina 2013. Sono le cave di dolomia e calcare chiamate Cornello, Vaiolo Bassa e Vaiolo Alta. La prima e l’ultima di proprietà del gruppo Unicalce Spa, la seconda di Fassa Bortolo Spa. E nonostante il piano vigente, alla voce “volume residuo”, indichi un avanzo di 5,3 milioni di metri cubi ancora da estrarre, la Provincia decide di concedere 11,7 milioni di metri cubi da qui al 2033. Con medie annue di cavato che in alcuni casi sfiorano il 150% in più di quanto estratto negli ultimi tre anni.

L’associazione Qui Lecco Libera (quileccolibera.net) ha formulato 54 pagine di osservazioni, sollevando due fondamentali aspetti: l’impatto sull’ambiente e il crollo del mercato.


Su tredici indicatori attraverso i quali è valutata la ricaduta sul territorio dell’escavazione (da “Acque superficiali” a “Biodiversità, flora e fauna”, da “Aria” a “Popolazione e salute umana”, da “Rumori e vibrazioni” a “Suolo e sottosuolo”) le cave lecchesi registrano insufficienze in ben otto casi, con impatti “sensibili”, “rilevanti” e “molto rilevanti”. Come rilevante è il tracollo dei consumi nazionali di cemento -passati da 46,8 milioni di metri cubi del 2006 ai 25,5 del 2012- e degli investimenti in costruzioni (-25,5% dal 2007). Ma il rumore degli escavatori è stato troppo forte per poter ascoltare buone ragioni. —

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