Altre Economie

Al riparo dallo spreco

Si chiama Manusa ed è una cooperativa sociale che recupera capi usati in modo originale. Sedici soci e un’importante occasione occupazionale

Tratto da Altreconomia 152 — Settembre 2013

Barbara ed Emiliano tornano da Prato portando alla cooperativa Manusa un mucchio di maglioni e T-shirt usate. Le trovano nei mercatini, oppure intercettano le maglie prima che le aziende del cashmere le trasformino in filato riciclato. Le affidano al laboratorio di via Antonelli 307 a Pistoia, in un’antica villa che ospita anche l’associazione di volontariato Ente Camposampiero, l’agenzia formativa Saperi Aperti e la cooperativa Arkè. Una donna marocchina, una togolese, una tunisina e tre italiane si mettono all’opera. Dovranno rammendare in maniera creativa, sotto la direzione stilistica di Barbara Guarducci (consulente stilista per Manusa) ed Antonella Sarri (responsabile della produzione), i vestiti appena arrivati. Emiliano Corvino invece è il responsabile dell’approvvigionamento dei capi e socio di Manusa.
Una cooperativa sociale fondata a giugno 2012 con l’intento di recuperare capi usati in modo originale. “Non si tratta almeno per il momento -chiarisce Barbara- di trasformarli in altri vestiti attraverso una rielaborazione sartoriale, ma rammendarli con degli inserti insoliti ad uncinetto e a maglia”. Su un maglione in cashmere a righe colorate risalgono tante piccole toppe rotonde; su un vestitino giallo vintage i buchi diventano dei cerchi regolari e dal bordo rinforzato con cuciture a mano in stile anni 70; su una maglietta Lacoste d’epoca i rammendi si allineano per formare un fiore. Tutti pezzi unici.
“L’idea è nata dal Repair Manifesto che avevo letto sul sito di un collettivo di artisti olandesi, Platform21 (platform21.nl) -racconta Barbara- un vero e proprio elogio alla riparazione degli oggetti. Non come una moda per risparmiare in tempi di crisi, ma come un vero e proprio stile di vita”. Smettere di riciclare e cominciare a riparare, ma anche smettere di produrre oggetti, quando ce ne sono molti usati da recuperare. Con quest’idea Barbara ha coinvolto inizialmente la cooperativa Arkè di Pistoia, che si occupa anche di percorsi per adulti per l’inserimento socio-lavorativo. “Questo spunto è risultato perfetto per la nostra intenzione di sviluppo della cooperativa -spiega Michaela Staringer, presidente di Manusa-: volevamo creare dei laboratori per fare acquisire delle competenze specifiche ad alcuni di questi adulti, in modo da trasformarle in occasioni occupazionali. E così da Arkè si è separata Manusa” (“essere umano” in sanscrito). La creazione della nuova cooperativa è stata anche resa possibile grazie ad un contributo di 25mila euro del Fondo sociale europeo concesso nel 2012 ad Arkè.

Oggi Manusa è costituita da 16 soci.
Tra loro, sei donne che trasformano fisicamente i capi di vestiario selezionati da Barbara e Emiliano. Due sono dipendenti, di cui una è socia lavoratrice. “A inizio autunno ne assumeremo altre due -sottolinea Michaela-, una volta chiuso il loro attuale percorso formativo”.
Tutte le mattine, dal lunedì al venerdì, a loro si affiancano altre nove persone inviate dal Comune per frequentare l’attività laboratoriale, che diventa anche una forma di socializzazione.
Oltre alla riparazione creativa dei vestiti, Manusa propone anche copriletto e coperte da abbigliamento usato o da scarti di lavorazione di alcune industrie del tessile di Prato. “C’è voluto un anno per formare le nostre donne -spiega Michaela-, che ora hanno competenze nelle lavorazioni all’uncinetto, ai ferri e nella tessitura a mano, grazie alla collaborazione dello IED (Istituto europeo di design). Ma la formazione continua ora con un corso di cucito creativo”.
“Essere una cooperativa sociale non deve essere più una scusante per creare cose non belle -continua Barbara-. Noi vogliamo vendere un prodotto che sia originale e con una ricerca stilistica alle spalle, in modo da renderci realmente sostenibili economicamente”. Hanno anche scelto di avvalersi degli strumenti del profit, con tanto di web designer, Francesco Cipriani, freelance, che cura il lavoro sull’immagine e nei social network. Il sito web è manusacoop.com, su Tumblr l’indirizzo è manusacoop.tumblr.com, su Facebook e su Twitter si trova come “manusacoop”. L’avvio ufficiale dell’attività di Manusa risale a novembre 2012: la cooperativa e i suoi soci si sono presentati alle istituzioni e alla città di Pistoia con un evento di yarn bombing (“bombardamento di filato”), una sorta di versione da strada di lavori a maglia e ad uncinetto in chiave artistica, realizzato in modalità crowd knitting (“sferruzzamento collettivo”). In altre parole, sono state coinvolte diverse persone che hanno realizzato dei pezzetti di lavoro ai ferri o ad uncinetto, con cui son stati abbelliti gli alberi di una piazza del centro. Nonostante esista da poco, Manusa, con la sua attività è già riuscita a coprire le spese.
Manusa vende maglioni, t-shirt e vestitini, ma anche toppe e accessori all’uncinetto, la cui versione per bambini è contenuta anche nel “mending kit” (kit della riparazione, costo 18 euro), una bustina in cotone grezzo foderato con una lavorazione all’uncinetto, contenente due toppe, ago, filo e le istruzioni per applicarle.
Tutte le persone interessate possono passare al laboratorio della sede di Manusa a farsi rammendare la propria maglia preferita con un costo tra i 15 e i 25 euro (un maglione vintage riparato già pronto costa invece dai 30 ai 60 euro, una t-shirt 45 euro), oppure farla tessere a mano assieme ad altri capi in un copriletto o coperta. Esiste anche un book di riparazioni creative, consultabile per ora solo presso la sede di Manusa, nel quale scegliere quella desiderata per il proprio capo. Il gruppo di donne del laboratorio è in ogni caso sempre disposto ad insegnare a fare da sé queste lavorazioni. Oltre all’acquisto in sede, i prodotti di Manusa si possono trovare presso Art’Desìa (Pistoia, artdesia.it), nel concept store della onlus FLO di Firenze (flo-firenze.org) e sul sito evolooktion.com.
Per i negozi, oltre alla vendita di abbigliamento e accessori già pronti, propongono il recupero dei loro stessi fondi di magazzino, da rivendere nel medesimo negozio, trasformati in maniera originale. Lavorano anche per alcune aziende artigiane del lusso, che stentano a trovare piccole produzioni artigianali di alta qualità e per aziende che vogliono affidare a Manusa stock invenduti di materie prime. Con i Gas della Toscana Manusa sta organizzando riparazioni a distanza: “I membri del Gas scelgono un tipo di rammendo dal book -spiega Barbara-, ci inviano collettivamente i loro capi prescelti e noi glieli rimandiamo rinnovati”.
Manusa organizza anche i “caffè della riparazione”. Ne esistono diversi nel mondo, in parte raggruppati in una fondazione (repaircafe.org): “Sono luoghi di aggregazione -precisa Barbara- dove gli interessati possono imparare a sistemare i propri vestiti con creatività, seguiti dalle sei donne di Manusa. L’obiettivo è anche quello di tramandare ai giovani le tecniche di uncinetto e ferri che una volta venivano apprese dalle nonne”. Finora si sono tenuti una decina di “caffè della riparazione”, gratuiti, che hanno coinvolto un centinaio di persone durante Fa’ la cosa giusta! a Milano, Terra Futura a Firenze, alcuni musei e per i soci Coop Toscana a Pistoia. Continueranno per tutto il 2013: “Vorremmo diffondere questi eventi di riparazione in giro per tutta Italia -aggiunge Barbara-.
Ci piacerebbe che sempre più persone imparassero a fare da sé questo tipo di lavorazioni”. —

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