Interni

Il compleanno amaro di Cassa depositi e prestiti

A dieci anni dalla trasformazione in società per azioni, Cdp si scopre profondamente cambiata. Da "banca" degli enti locali è diventata una holding  vocata al profitto. Nel libro "La posta in gioco" -di cui pubblichiamo l’introduzione- gli autori ne raccontano mosse e investimenti, proponendo di cambiarli. Perché i soldi per uscire dalla crisi ci sono, e la ‘posta in gioco’ è il futuro del nostro Paese

Il 24 novembre 2013 la "nuova" Cassa depositi e prestiti compie dieci anni. C’è poco da festeggiare, però, perché la società per azioni partecipata dalle fondazioni bancarie non è più, da tempo, la "banca" degli enti locali: oggi Cdp utilizza i nostri soldi -quelli che formano il risparmio postale dei cittadini italiani, 240 miliardi di euro che sono stati depositati in libretti di risparmio o investiti in Buoni fruttiferi postali, a sostegno di operazioni finanziarie di dubbia utilità (ad esempio l’ingresso nel capitale di una società che si occupa di sviluppo di centri commerciali), di dubbia ragionevolezza politica (sostenendo, ad esempio, la fusione tra due multi-utility quotate in Borsa, nonostante il referendum del 2011) e che rischiano di pregiudicare in modo significativo il territorio (con il finanziamento concesso alla realizzazione di nuove autostrade).
 
Tutto questo è raccontato nel libro "La posta in gioco", edito da Altreconomia edizioni e scritto da Luca Martinelli di Altreconomia e Antonio Tricarico di Re:Common. Per questo compleanno speciale, vi regaliamo l’introduzione.
 
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Sono passati dieci anni esatti dalla “rivoluzione” che ha investito la Cassa depositi e prestiti, la storica banca degli enti locali italiani, che gestisce il risparmio postale dei cittadini, depositato come si usa dire “in Posta”. Era l’autunno del 2003, infatti, quando il secondo governo Berlusconi, decise di trasformare Cdp – l’acronimo con cui è conosciuta e con cui la chiameremo qui – in una società per azioni. Ed è più o meno da allora che la Cassa ha iniziato a guardare alla società italiana con una prospettiva molto diversa, che analizzeremo nel dettaglio in queste pagine. Per questo è tempo di aprire la “cassaforte degli italiani”, quella che raccoglie i risparmi di 24 milioni di cittadini, ovvero oltre 230 miliardi di euro, e di osservare con estrema attenzione che cosa c’è dentro: ovvero gli intrecci azionari, la mole di interessi – e i conflitti d’interesse – che si celano dietro la sigla Cdp.
 
Ma che cosa ha cambiato l’articolo 5 del decreto-legge numero 269 del 2003, “collegato” alla legge finanziaria 2004 e convertito, con modificazioni, dalla legge n. 326 del 24 novembre 2003?
Sul lato – diciamo così – dell’avere, tutto è rimasto pressoché come prima: noi cittadini restiamo “una manna dal cielo” per la Cassa. 
I soliti fiduciosi risparmiatori, tante formichine che, di fronte alla crisi degli istituti di credito e alla contrazione dei tassi d’interesse, fanno incetta di Buoni fruttiferi postali (che sono garantiti dallo Stato) e depositano quanto possono sui libretti di risparmio*. In totale, abbiamo affidato alla Cassa circa il 14% del risparmio nazionale. 
 
È invece dall’altro lato, quello del dare, che è cambiato tutto: la Cassa è oggi una holding che lavora “al servizio della crescita”, il “catalizzatore dello sviluppo delle infrastrutture del Paese”, per citare due tra gli slogan che campeggiano sulla home page del suo sito. Il suo carniere è pieno di prede importanti, tra cui importanti società quotate – da Eni a Terna, passando per Snam – le cui azioni sono state trasferite alla Cassa dal ministero del Tesoro. Così oggi il suo bilancio non è sociale né ambientale, ma è un “bilancio consolidato” – come quello di tante altre società -, e l’obiettivo di ogni scelta del management, come in altre società, è il profitto. Un obiettivo che il “Gruppo Cassa depositi e prestiti” pare capace di perseguire più e meglio di ogni altra azienda: nel terribile 2012, che ha visto la disoccupazione toccare il 10,7%, più di 100mila società fallire e oltre 10 Comuni vicini al default, l’utile netto della Cassa ha fatto un balzo del 77%, toccando quota 2,85 miliardi di euro. Per la gioia degli azionisti, a cui Cdp ha distribuito circa un miliardo in dividendi. 
 
In ogni caso quando leggete la parola “azionisti”, per la Cdp non dovete pensare ai classici “speculatori senza scrupoli”: è il ministero del Tesoro – infatti – a detenere oltre l’80% delle azioni. È lo Stato a prendere le decisioni, a scegliere come investire quanto depositato da 24 milioni di cittadini italiani. È alle porte del ministero del Tesoro, quindi, che deve andare a bussare chi dovesse giudicare poco opportune le mosse di Cassa depositi e prestiti sullo scacchiere dell’economia italiana. Con la consapevolezza che in questa partita può recitare un ruolo diverso dall’umile pedone,e anzi – come ogni cittadino italiano – ha il diritto di far sentire la propria voce.
 
Per farlo, è opportuno conoscere in modo dettagliato “la Cassa e le sue sorelle”, cioè le società per azioni, le società di gestione del risparmio e i fondi d’investimento che – dopo il 2003 – hanno arricchito l’architettura istituzionale di Cdp, ma anche tutte le possibile alternative per le quali la società civile si batte, sia per quanto riguarda gli investimenti sia per la stessa governance della società. 
Questo libro è una sorta di radiografia della Cassa, e vuole essere uno strumento al servizio di una partecipazione attiva e consapevole. Perché i soldi ci sono, e la “posta in gioco” è il futuro del Paese. 

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