Opinioni

Disastri e prevenzione: basta parole, servono fatti

Cambiare l’impianto delle Leggi di stabilità, destinando almeno due miliardi di euro agli interventi contro il dissesto idrogeologico. Stabilire una precisa distribuzione delle competenze in materia di prevenzione. Programmare gli investimenti secondo calendari certi. Questi i tre interventi necessari per fermare l’escalation di tragedie ambientali e umane

L’esigenza di modificare la gerarchia delle priorità delle spesa pubblica e delle regole di comportamento collettivo è inderogabile. E quanto è successo la settimana scorsa in Sardegna è solo l’ultima conferma dell’ormai quotidiana drammaticità di situazioni fino a pochi anni fa qualificate come straordinarie.
La fragilità dei territori, il dissesto idrogeologico, legato ad una antropizzazione spesso selvaggia, uniti ad una avvertibile modificazione climatica, creano una serie infinita di tragedie ambientali e umane: è impellente individuare nella prevenzione di simili eventi l’apriori logico dal quale far discendere qualsiasi altra scelta. 
Si tratta di un’esigenza che deve essere assolta attraverso un’efficace normativa di salvaguardia urbanistica, capace anche di ridurre i rischi esistenti con interventi mirati, e mediante la destinazione organica e continuativa di risorse finanziarie. Perché questo secondo aspetto possa prendere sostanza occorrono almeno tre condizioni.

1) È necessario cambiare l’impianto delle future Leggi di stabilità. In un quadro dove gli investimenti sono limitati dalla carenza di risorse e dai vincoli del Patto di stabilità bisognerebbe destinare ogni anno almeno 2 miliardi di euro alla prevenzione dei disastri ambientali. Ciò favorirebbe la realizzazione in un arco di tempo ragionevole quel piano da circa 50 miliardi di euro di interventi in grado di ridurre sensibilmente il rischio nel nostro paese. 
Per trovare simili risorse, sul versante degli investimenti, la strada praticabile è quella del rapido abbandono delle grandi opere, molte delle quali ormai decisamente non più strategiche, per indirizzarle al risanamento della più grande infrastruttura nazionale, che è costituita proprio dal territorio; manutenzioni straordinarie importanti, pulizie degli alvei fluviali, misure di tutela e di “correzione” del patrimonio edilizio caoticamente sedimentato nel tempo, rimozione del pericolo frane e altri progetti di natura strategica -questi sì- a cui abbinare sul versante della spesa corrente una costante manutenzione ordinaria. 
Non è più ammissibile che le Leggi di stabilità destinino al complesso di tali interventi 20-30 milioni l’anno, che costringono poi a “riparazioni” plurimiliardarie dei disastri. Inserire 2 miliardi di euro l’anno, se la prevenzione assume il carattere della priorità, costituirebbe invece un passo davvero importante che per poter essere realizzato ha però bisogno anche di un significativo allentamento del Patto di stabilità. Se l’Europa non vuole diventare il bersaglio di molteplici e brutali populismi, deve ascoltare maggiormente i bisogni dei territori e quello della sicurezza ambientale è uno dei più forti: gli investimenti che vanno in questa direzione quindi devono essere esclusi dai vincoli del Patto e, così, si consoliderà una altrimenti pericolante cittadinanza europea. 


2) Occorre stabilire una precisa distribuzione delle competenze in materia di prevenzione, che consenta di ottimizzare i tempi e le risorse messe a disposizione. Il mancato completamento dell’iter federale mantiene in vita una pesante ed intricata sovrapposizione di burocrazie che, di frequente, genera una vera e propria paralisi: sullo stesso corso d’acqua possono insistere competenze comunali, provinciali, dell’Unione dei Comuni e della Regione, con l’effetto che l’intervento più banale ha bisogno di una defatigante concertazione. La tutela dell’ambiente non può passare attraverso la moltiplicazione delle sedi di decisione e di controllo perché la variabile tempo, la tempestività, è oggi più che mai fondamentale. Peraltro, nel quadro normativo italiano esiste un evidente paradosso. In tema di protezione civile, infatti, sono presenti due soggetti competenti, i sindaci a livello locale e il moloch della Protezione civile a livello centrale; dunque una catena di comando fin troppo snella. In tema di prevenzione invece gli attori istituzionali coinvolti sono una pletora con sovrapposizioni e ripetizioni di ruoli preoccupanti. Si assiste pertanto a una condizione in cui è complicato prevenire e più semplice riparare i danni, quando dovrebbe essere l’esatto contrario. 


3) Bisogna poter procedere a una programmazione degli interventi secondo calendari certi. In questa prospettiva non sono più ammissibili costanti modificazioni delle norme della contabilità pubblica, con bilanci che non possono essere chiusi per mancanza di chiarezza sulle entrate e sulle loro destinazioni. Senza bilanci, gli enti non possono avviare gli investimenti e ciò ritarda in maniera molto dannosa i tempi di progettazione e di realizzazione delle opere di prevenzione. Per evitare i disastri ambientali, la certezza dei tempi e delle responsabilità è davvero decisiva; per questo non sono più ammissibili le schermaglie, giocate sul filo dell’elettoralismo politichese, in materia di tasse e o di decadenze parlamentari. Il tempo, davvero, non lo permette. 



* Università di Pisa

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