Opinioni

La natura dell’inganno e la cecità del potere

Le condanne nei confronti del sistema bancario responsabile di manipolare i tassi Euribor e Tibor dimostrano nuovamente che il mercato non è in grado di controllare e regolare meccanismi che portano ad imbrogliare. Lo sappiamo, ma non tendiamo a non accettarlo. Finché non lo faremo, però, non saremo in grado di proteggerci dagli effetti nocivi di un’economia sfrenatamente egotista

Tratto da Altreconomia 156 — Gennaio 2014

All’inizio di dicembre, la Commissione europea ha deciso di multare alcune banche colpevoli di aver manipolato nel corso degli anni due importanti tassi di interesse: l’Euribor (che riguarda l’euro) e il Tibor (per lo yen).
La sanzione record -1,71 miliardi di euro- è stata comminata a Deutsche Bank (multata per 725 milioni di euro), Société Générale (446 milioni), JP Morgan, Rbs, Citigroup e RP Martin. Barclays e Ubs invece sono state “graziate” perché hanno avvertito le autorità dell’esistenza del cartello (l’indagine infatti era iniziata nell’ottobre 2011).

Euribor e Tibor sono calcolati -o meglio concordati- giornalmente, e stabiliscono il tasso di interesse medio delle transazioni finanziarie in euro tra le principali banche europee. Sulla base di questo si calcola il tasso variabile, quello che si utilizza ad esempio nei mutui per la casa (ogni anno in Italia si accendono circa 400mila mutui a tasso variabile). Sostanzialmente, le banche avrebbero creato cartelli con l’obiettivo di manipolare questi tassi, con un meccanismo analogo a quanto scoperto nel caso del Libor nel Regno Unito nell’estate 2012. Va da sé che le vittime di questo cartello sono state soprattutto le famiglie e le imprese europee, che hanno sostenuto costi maggiori per alimentare i profitti degli istituti di credito.
Nonostante l’ingente somma, Deutsche Bank ha tranquillizzato gli azionisti facendo sapere all’indomani della sanzione che l’ammontare della multa era già compreso nelle riserve che la banca aveva messo da parte per eventuali litigi.
Le banche europee avrebbero dunque ingannato i cittadini. Nulla di nuovo (o per usare le parole del Sole 24 Ore, “l’ennesima conferma di come l’ondata di liberalizzazione della finanza negli ultimi 20 anni sia scappata di mano”) ma una conferma di ciò che sappiamo, ma tendiamo a non accettare.

Robert Trivers è un antropologo e biologo, docente alla Rutgers University del New Jersey. Un suo recente saggio si intitola “La follia degli stolti” (Einaudi 2013), ed è dedicato all’inganno (e all’autoinganno) nella vita umana. Alcune pagine sono rivolte proprio all’economia: “Mi stupisco quando un economista afferma che i costi dell’eccesso di inganni, caratteristico della nostra economia (tra cui le truffe, le frodi, le falsificazioni e i furti d’arte perpetrati per lo più da persone di stato sociale medio alto, spesso nell’esercizio della propria professione), verranno controllati naturalmente dalle ‘forze di mercato’ -scrive Trivers-. L’economia non è una scienza. L’economia si comporta come una scienza e starnazza come una scienza -ha sviluppato un apparato matematico impressionante e si aggiudica un premio Nobel ogni anno- ma non è ancora una scienza”. Se gli economisti avessero lasciato perdere modelli affascinanti e prestato attenzione a modelli pertinenti, sostiene Trivers, ci saremmo potuti risparmiare alcune delle stravaganze del pensiero economico riguardo, ad esempio, ai meccanismi automatici contro gli inganni, che dovrebbero entrare in funzione per proteggerci dagli effetti nocivi dello “sfrenato egotismo economico di chi è già ai vertici del sistema”. Invece questo non è accaduto, e non sembra voler accadere.
La verità è che le relazioni di reciprocità -quindi anche i contratti- sono facilmente sfruttati dagli imbroglioni, “cioè chi non reciproca”.  
L’inganno fa parte della natura umana, suggerisce Trivers, e dobbiamo farci i conti, che ci piaccia o no. Ma non solo inganniamo gli altri: inganniamo anche noi stessi. “Noi esseri umani andiamo alla ricerca di informazioni e poi facciamo in modo di distruggerle. Proiettiamo sugli altri caratteristiche che in realtà sono le nostre e poi li attacchiamo. Inganniamo noi stessi per ingannare meglio gli altri”.
Vale per l’economia, vale per la politica.
Si dice che il potere tende a corrompere (e il potere assoluto tende a farlo in modo assoluto). Quel che ci ha dimostrato la ricerca psicologica, è che il potere corrompe i nostri processi mentali in modo quasi immediato. Quando si inducono le persone a provare una sensazione di potere -magari eleggendole- è meno probabile che assumano il punto di vista altrui e più probabile che concentrino i loro pensieri su se stesse. “Il potere -conclude Trivers- induce una sorta di cecità nei confronti degli altri”. —

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia