Ambiente

“Pesticidi? No, grazie!”

L’agricoltura può far bene all’ambiente: basterebbe eliminare l’uso dei fitofarmaci, come chiedono cittadini e medici. Le loro storie, dall’Emilia-Romagna (dove i Gas in rete hanno scritto a Regione e Comuni) alla Val Venosta (dove si terrà un referendum), passando per la Franciacorta e l’Altamarca trevigiana —

Tratto da Altreconomia 157 — Febbraio 2014

Spuntano dei fogli di carta, tra rape, zucche e cavoli, nella cassetta di ortaggi bio distribuita ogni settimana dal gruppo d’acquisto solidale (Gas) di Faenza (Ravenna). È una lettera, che fa appello alla Regione e ai Comuni dell’Emilia-Romagna sull’“utilizzo di prodotti fitosanitari e biocidi (pesticidi) nel territorio comunale”: il frutto del lavoro collettivo portato avanti in questi mesi dal Gas Faenza con il Wwf regionale e una quarantina di altre realtà del territorio tra consumatori critici, associazioni ambientaliste e di piccoli produttori. Da oltre un anno un gruppo composto da 10 gasisti e 3 produttori, tra i 100 soci del Gas Faenza (www.gasfaenza.it), si è messo al lavoro sul tema dei pesticidi, con l’intenzione iniziale di scrivere una lettera al sindaco. “Viviamo in un comune abbastanza sensibile ai temi ambientali e alla salute: in città, infatti, è già vietato l’uso dei fitofarmaci nel verde pubblico -spiega Linda, 32enne mamma di tre bambini, referente del Gas-. Volevamo chiedere l’estensione di questa norma alle strade comunali e un regolamento più restrittivo sull’uso dei pesticidi nelle zone agricole”. L’esperienza alla quale guardano è quella del Comune di Malosco (Tn), in Alta Val di Non, dove dalla primavera 2012 è vietato l’uso dei pesticidi tossici e molto tossici, potenzialmente nocivi per la salute umana (una storia raccontata su Ae 138). “Provando a coinvolgere altre realtà in questo percorso, come il Coordinamento regionale per l’economia solidale (Creser, www.creser.it) o l’associazione di produttori biologici Poderi di Romagna (www.poderidiromagna.it), ci siamo accorti che c’era un interesse comune”, spiega Linda. Così l’iniziativa si è allargata su scala regionale, grazie all’intreccio con il lavoro del Wwf Emilia-Romagna, promotore nel 2013 del comitato regionale “Pesticidi no grazie”. “La nostra lettera vuole essere l’avvio di un’azione civica e sociale per limitare, e poi eliminare, l’uso dei pesticidi in Regione”, spiega Francesca Regoli consigliere regionale del Wwf Emilia-Romagna. A partire dai dati di alcuni recenti studi europei e nazionali -tra cui il Rapporto Ispra 2013 e “Pesticidi nel piatto” 2012, curato da Legambiente-, nel documento si chiede che nelle aree non agricole (parchi, ferrovie, viali, verde pubblico, orti e giardini) sia vietato l’uso “di qualsiasi prodotto fitosanitario e biocida”, a favore di metodi di controllo biologici; che siano regolamentate e segnalate le irrorazioni di pesticidi; che siano organizzati momenti di informazione e sensibilizzazione per i cittadini sui rischi per l’ambiente e la salute umana.

Il Rapporto nazionale sulla presenza dei pesticidi nelle acque del 2013 (dati 2009-2010), curato dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra, www.isprambiente.gov.it), documenta un incremento di pesticidi nelle acque superficiali (nel 55% dei casi sono stati trovati residui) e profonde (28%), in particolare in Pianura Padana. E Legambiente, con il report “Pesticidi nel piatto 2012”, ci dice che il 36% dei campioni di frutta e verdura analizzati presenta residui di fitofarmaci.
Richieste affini sono portate avanti in diverse Regioni, dal basso, dal coordinamento nazionale “Pesticidi no grazie”, nato un anno fa nella sede della Mag (Mutua per l’autogestione) di Verona (pesticidinograzie.wordpress.com). Diffondere un’agricoltura libera da pesticidi promuovendo l’iniziativa attiva di agricoltori e consumatori sui territori è l’obiettivo del coordinamento, che vuole mettere in rete le esperienze italiane impegnate nel proporre un’alternativa all’uso dei fitofarmaci in campagna e in città. Con un respiro internazionale: “Aderiamo al Pesticide action network (Pan), con un nodo locale, creato lo scorso novembre a Bologna”, racconta Giovanni Beghini, medico che fa parte di “Pesticidi no grazie”. Pan è una rete nata nel 1982 che riunisce oltre 600 realtà che lavorano in 60 Paesi “per ridurre al minimo gli effetti negativi e sostituire l’uso di pesticidi nocivi con alternative ecocompatibili”; in Europa, 21 Paesi aderiscono a Pan Europe, che ha sede a Bruxelles (www.pan-europe.info). In Pan (il presidente del nodo italiano è il professor Fabio Taffettani, ordinario di Botanica sistemica alla facoltà di Agraria dell’Università politecnica delle Marche), come in “Pesticidi no grazie”, è fondamentale la presenza del mondo scientifico e della ricerca: “Fanno parte del coordinamento alcuni medici di Isde Italia (Associazione medici per l’ambiente, www.isde.it) che hanno costituito un gruppo di ricerca sui pesticidi -spiega Beghini-. La medicina parla chiaro, com’è successo l’estate scorsa quando uno studio della Ulss 7 di Treviso ha rivelato nelle urine del 46% del campione la presenza di etilentiourea (Etu), indicatore biologico dei prodotti fitosanitari più diffusi in vigna: i ditiocarbammati”. Ma, in sinergia con il coordinamento, c’è chi vigila sulle colline trevigiane del prosecco, per proporre un’alternativa all’uso dei pesticidi: il Wwf Altamarca (www.wwfaltamarca.it) monitora costantemente i dati sulla pericolosità degli erbicidi utilizzati nelle aree pubbliche di alcuni Comuni tra i 15 compresi nel territorio della Docg, tra Conegliano e Valdobbiadene, per un totale di quasi 6mila ettari di vigneto, e chiede che ne sia proibito l’uso, a tutela della salute e delle falde acquifere.

L’azienda vitivinicola Perlage (www.perlagewines.com), a Farra di Soligo (Tv), è da 30 anni l’unica cantina della Docg Conegliano Valdobbiadene a produrre esclusivamente vini biologici. Ivo Nardi, amministratore di Perlage, negli anni Settanta faceva parte di un gruppo di ricerca sull’agricoltura biologica della facoltà di Agraria dell’Università di Firenze: “Era un settore nuovo, tutto da conoscere. Organizzavamo delle visite alle aziende bio, per vedere se davvero era possibile trovare delle alternative valide all’uso dei pesticidi”, racconta. Un approccio teorico che è stato portato nell’azienda di famiglia, con i 6 fratelli, convertita a biologico nel 1985. Perlage ha 20 ettari di proprietà, ma gestisce in tutto 100 ettari di vigne (l’80% della produzione è esportata in 20 Paesi), condividendo con altri 17 fornitori veneti la filosofia e la tecnica che sono alla base dell’azienda. Alcuni di questi filari corrono paralleli a proprietà trattate con pesticidi: “In questi casi, quando non è possibile tutelare le vigne con siepi, per evitare la contaminazione facciamo una vendemmia differenziata e analizziamo i residui sulle nostre masse di vino”, spiega Nardi. Un altro aspetto importante è la formazione dei produttori vicini: “Cerchiamo sempre di aprire un dialogo con chi accanto a noi utilizza la chimica, perché ci sia maggior attenzione verso chi ha fatto una scelta produttiva differente”. La sensibilità dei produttori sta crescendo, infatti “oggi alcune aziende anche importanti hanno iniziato la conversione a biologico di una parte dei loro vigneti”. Un’attenzione che contamina anche alcune amministrazioni virtuose, come a Follina (Tv), Comune di 4mila abitanti a soli 8 chilometri dalla sede di Perlage. C’erano oltre 200 persone alla serata promossa lo scorso ottobre dal Wwf Altamarca, dal titolo “Dai pesticidi al biologico”, e da allora il Comune ha intrapreso un percorso per rinunciare all’uso degli erbicidi nei luoghi pubblici, salvaguardare le aree a bosco contro la monocoltura della vite e vietare l’uso dell’elicottero per la diffusione dei fitofarmaci.

Nei piccoli appezzamenti frastagliati della Franciacorta -nel bresciano, a sud del lago d’Iseo-, invece, la diffusione per via aerea non è utilizzata, ma il problema dell’uso dei pesticidi in viticoltura esiste comunque. Dall’autunno 2012 il gruppo “No pesticidi in Franciacorta” riunisce una trentina di associazioni, liste civiche e comitati del territorio che chiedono maggiori tutele per l’ambiente e la salute. Tra gli interlocutori del gruppo c’è il Consorzio per la tutela del Franciacorta, e in particolare alcune aziende che hanno fatto una scelta in direzione dell’agricoltura biologica. “Ho iniziato a occuparmi di vino da consumatore, non sono un tecnico. La decisione di eliminare la chimica a favore del biologico è stata naturale”, racconta Silvano Brescianini, direttore generale dell’azienda Barone Pizzini (www.baronepizzini.it).
È la prima 100% biologica in Franciacorta, e gestisce in tutto 90 ettari di vigna, di cui 47 (27 di proprietà) in Franciacorta -tra Provaglio d’Iseo, Corte Franca, Adro e Passirano (Bs)- e ha la certificazione bio Imc dal 2001 (l’85% della produzione è venduta in Italia).
In tutto dei 2.900 ettari di vitigni della Franciacorta, 400 hanno la certificazione biologica, un trend in crescita: “Basti pensare che fino a 3 anni fa gli ettari a biologico erano meno di 100 -sottolinea Brescianini-. In questo percorso è fondamentale il confronto costante tra produttori, amministrazioni e Consorzio”. Sono 105 (il 98% di quelle presenti sul territorio) le aziende associate al Consorzio per la tutela del Franciacorta, fondato nel 1990. Alla fine del 2013, 18 sindaci del territorio -riuniti attorno all’accordo “Terra di Franciacorta”- hanno condiviso con Asl e Arpa un “Regolamento per l’utilizzo sostenibile dei fitofarmaci in Franciacorta”. È il frutto di un lavoro di 5 anni, come spiega Antonio Vivenzi, sindaco di Paderno (Bs) e coordinatore di Terre di Franciacorta: “Da tempo si è aperto un dialogo tra amministrazioni comunali per lavorare a un progetto chiamato ‘Franciacorta sostenibile’, per la condivisione di una normativa comune sulla viabilità, la gestione dei rifiuti, la tutela dell’ambiente”. In questo percorso, la vocazione vitivinicola del territorio non era trascurabile: il documento sui fitofarmaci (non ancora reso pubblico quando scriviamo) regola diversi aspetti, dal tipo di macchinari da usare in vigna agli orari di diffusione dei pesticidi, dal limite del vento alla formazione degli agricoltori delle polizie locali. Sarà attivo dalla primavera 2014 e rappresenta un primo passo, ma lascia perplessi i comitati, che chiedono una presa di posizione più decisa a favore dell’agricoltura bio e la messa al bando dei pesticidi: “La sfida per un’agricoltura moderna è la sostituzione di tutti i prodotti cancerogeni e mutageni con metodi di tutela agronomici più sicuri per la salute”, scrivono.
A Malles (Bz), 5mila abitanti in Alta Val Venosta, questo principio è stato inserito nel quesito referendario presentato lo scorso agosto dal “Comitato promotore per un comune di Malles libero da pesticidi”. Johannes Fragner-Unterpertinger, tra i promotori del referendum, è il farmacista del paese, e primo firmatario di un manifesto “per la tutela della salute e per un rapporto permanente corretto con la terra, l’acqua e l’aria” sottoscritto da 21 medici e dentisti, 15 biologi e 8 veterinari dell’Alta Val Venosta. Nel manifesto si esprime “grande preoccupazione per la salute” e si chiede che “i sindaci dell’Alta Val Venosta e tutti i responsabili dell’Alto Adige realizzino delle coltivazioni alternative, o che si arrivi fino al divieto dell’applicazione di pesticidi chimici-sintetici e insetticidi, specialmente nel bacino idrografico della Muta di Malles”. Spira una forte tramontana nella Muta (valle) di Malles, tanto da far crescere gli alberi inclinati: “Con questo vento costante, e la crescita della frutticoltura industriale, è impossibile controllare le derive dei pesticidi nella Valle, con la contaminazione di spazi pubblici e privati”, spiega Johannes. Perciò, a partire dal manifesto dei medici, è stato avviato un percorso di partecipazione dal basso verso la stesura del quesito referendario. Che chiede il favore, o meno, a inserire nello statuto comunale un articolo in base al quale il Comune, appellandosi al “principio precauzionale di tutela della salute (…), promuove l’utilizzo di prodotti fitosanitari biodegradabili” e vieta “l’utilizzo di sostanze fitosanitarie chimico-sintetiche e di erbicidi molto velenosi, velenosi, dannosi per la salute e per l’ambiente”. A fine dicembre la Commissione provinciale ha recepito il quesito, dando il via all’iter per l’indizione del referendum popolare -che avverrà dopo le elezioni europee del maggio prossimo-. È il primo caso in Italia: la tramontana di Malles potrebbe spazzare via i pesticidi e diventare un modello virtuoso per altri territori del nostro Paese. —
 

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia