Diritti

Ora le armi ai curdi e guai a chi dissente

La "guerra all’Isis" è presentata come un’ovvietà da non discutere. Eppure l’intervento in Iraq è stato un disastro senza precedenti e una strategia d’insieme non si vede. L’Onu non viene nemmeno nominata e l’articolo 11 della nostra Costituzione sembra non esistere. Né ci si domanda quali siano i possibili effetti di questa scelta: l’Isis sarà davvero debellato? Il terrorismo sarà privato del suo brodo di coltura? La crisi delle democrazie, i media embedded, le vie d’uscita

Il nostro Paese ha deciso di inviare armi da guerra all’entità curda irachena, per quanto la decisione formale sarà presa solo dopo la discussione – dall’esito scontatissimo – in parlamento del 20 agosto. Ministri e vice ministri, nel plauso generale, annunciano la decisione, spiegando che si tratta di fermare un genocidio, di proteggere le minoranze cristiane, di arrestare l’avanzata dell’esercito islamista denominato Isis e così via.

Sembra tutto molto semplice e chiaro
. Si tratta di inviare le armi, in modo che l’esercito curdo agisca contro l’Isis e i massacri siano arrestati. Non si sente il bisogno di aggiungere altro. Nemmeno un cenno, per dire, all’articolo 11 della Costituzione, con il quale l’Italia ripudia la guerra come mezzo per la soluzione delle controversie internazionali. Nessuna analisi seria dello scenario geopolitico e dei possibili esiti dell’intervento.

Ad esempio, potremmo chiederci se tale strategia sarà davvero efficace: i curdi riusciranno a spuntarla? In quanto tempo? Basteranno le armi leggere o si dovrà intervenire con bombardamenti o altre iniziative? Quanto tempo l’aiuto militare dovrà durare? Quanti morti, mutilati, feriti e sfollati  è possibile stimare? Sono prevedibili rappresaglie verso i paesi che intervengono? E ancora, anche ammettendo che tutto si risolva in una “guerra lampo” pressoché indolore, come si dice ogni volta che si prendono decisioni del genere dal 1914 in poi, quale sarà alla fine la situazione reale sul terreno? Avremo un Iraq pacificato? Minoranze integrate nella società civile? L’Isis sarà debellato e il terrorismo privato dell’acqua nella quale nuota come un pesce, cioè una condizione di instabilità e occupazione militare permanente?

La storia dei recenti interventi militari in Medio Oriente dimostra che si è passati di disastro in disastro. Che nessuno degli obiettivi dichiarati è stato raggiunto. L’Iraq post Saddam è un paese di morte e di dolore, crocevia del terrorismo internazionale, un’area così instabile da non permettere la minima previsione sul suo prossimo futuro. Anche le decisioni prese in passato di armare certe fazioni con l’intento di debellarne altre hanno creato più problemi di quanti ne abbiano risolti,  seminando nel frattempo morte e sfiducia, fino ad annegare nel sangue l’idea stessa di futuro. Basti pensare alla parabola dei talebani, alle opposizioni anti Assad in Siria passate al jihadismo, all’immane disastro umanitario e geopolitico in corso nella Libia “liberata” grazie all’occidente dalla presenza del dittatore un tempo amico. E la stessa vicenda dell’Isis non sembra estranea agli interventi da apprendisti stregoni osservati in passato.

In questi giorni si leggono interviste e commenti che si sottraggono allo stesso beneficio del dubbio. Gli aiuti militari vengono descritti come necessari, una sorta di dovere umanitario, e di sicura efficacia. Quasi un’ovvietà. Non c’è spazio né per dubbi né per richieste di approfondimento. Non si sente il bisogno di illustrare una propria complessiva strategia, legittimando il sospetto che semplicemente non ve ne sia alcuna.

Chi osa obiettare, anche stavolta finisce nel girone degli antioccidentali amici del terrorismo jihadista. Siamo all’azzeramento del pensiero critico, complici un sistema mediatico rigidamente embedded e l’inesistenza di un dibattito politico autentico. E invece i dubbi sono tutti lì. Il fallimento della politica militare statunitense in Iraq è un’evidenza; l’insipienza della politica estera del presidente Obama è già nei libri di storia; il rischio di assistere all’ennesima escalation militare nell’assenza della politica è altissimo.

Nemmeno più si nomina l’Onu, un’organizzazione con enormi limiti, ma che nacque con l’obiettivo di sottrarre le controversie internazionali alla logica di guerra, e che andrebbe semmai rifondata e rilanciata. Nel nostro cattolico paese, poi, non fa nemmeno più notizia il fatto che siamo fra i maggiori fornitori di armi da guerra delle varie parti in conflitto, a cominciare da Israele. 

Ministri, politici, commentatori non hanno dunque dubbi e avanzano con grande sicumera sulla via della guerra per interposto esercito curdo.  E semmai si fermassero a pensare, rilancerebbero subito la palla nel campo opposto: che cosa dovremmo fare, assistere inermi alla persecuzione delle minoranze? All’avanzata degli estremisti? E’ l’eterno ricatto del fatto compiuto, dell’emergenza estrema: si punta il dito contro chi fa notare il fallimento delle politiche militari e l’assenza di strategie credibili, accusandolo di non avere una risposta pronta ed efficace per fermare un esercito sanguinario che sta avanzando ora – in questo momento – sul terreno. Facendo nel frattempo intendere che l’azione militare programmata sarà invece risolutiva e salvifica.

L’unica risposta possibile di fronte a simile ricatto è un invito alla moderazione nei gesti e nelle parole: ministri, politici e commentatori farebbero bene a seminare le proprie osservazioni di ragionevoli dubbi; farebbero bene a non cancellare dalla memoria le spaventose esperienze del recente passato; farebbero bene a non ingannare se stessi, prima ancora che i cittadini, sugli scenari presenti e soprattutto futuri.

È fin troppo facile prevedere che l’invio delle armi all’esercito curdo sarà il primo anello di una lunga catena; che le violenze contro le minoranze non saranno fermate del tutto; che altre violenze, altri attentati nasceranno sulle violenze dei prossimi giorni e delle prossime settimane; che una soluzione politica del caos medio-orientale si allontanerà di qualche passo ancora.

C’è un’altra via? Certo che c’è. C’è sempre un’altra via. Passa per la presa d’atto dei fallimenti recenti; si alimenta con la convinzione che solo una politica ispirata a minimi criteri di giustizia porta a soluzioni stabili delle controversie; si nutre della convinzione che dev’essere abbassato radicalmente il grado di militarizzazione del territorio, a vantaggio di un grande investimento sull’intervento civile (inclusi i tanto derisi quanto mai sperimentati corpi civili di pace).

È una via di buon senso e rivolta al futuro, che guarda ai principi e agli strumenti della nonviolenza più che ai cannoni, ai droni e ai carichi d’armi da consegnare a eserciti considerati sul momento amici. Chi sostiene queste ragionevoli posizioni viene solitamente deriso; a chi ripete coattivamente le scelte fallimentari del passato è invece permesso di sentenziare liberamente. Quando parliamo della profonda crisi delle democrazie occidentali, parliamo anche di questo. 

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