Altre Economie

Ogni animale ha un nome

La storia di Ippoasi racconta come un centro ippico sia diventato uno spazio di libertà, la "Fattoria della Pace", dove oggi vivono oltre 80 tra cavalli, mucche e capre. Una storia di "Riconversione", il primo dei reportage del nuovo progetto di Altreconomia realizzato con il contributo della Associazione Sabrina Sganga

Tratto da Altreconomia 164 — Ottobre 2014

I cavalli sono entrati nella vita di Christian quando lui aveva quindici anni. Trinadoro era il nome della prima trottatrice acquistata dal padre, che da lì a poco avrebbe comprato una intera scuderia di cavalli da corsa, a Montecatini Terme (PT). Oggi, a 33 anni, Christian mi accoglie a San Piero a Grado, alle porte di Pisa, nella “Fattoria della pace”, dove alcuni cavalli, insieme ad oltre ottanta animali, sono accolti e vivono in libertà: è negli ultimi anni, gestendo due maneggi, prima a Collesalvetti (LI) e poi a Marina di Pisa (PI), che Christian Luciani -livornese di nascita- ha realizzato la sua personale “riconversione”. “Mi avevano insegnato che i cavalli erano oggetti a nostro servizio, e che fin dal momento dell’addestramento i puledri avrebbero dovuto capire che dovevano sottomettersi al volere dell’uomo” racconta Christian. Soma, addestramento, allenamento e attività agonistica sarebbero violenze nei confronti del cavallo, “perché geneticamente e biologicamente” non sono preparati a questo. “Credevo che fossero animali solitari, perché ero stato abituato a vedere ogni cavallo nel proprio box”. Quelli che corrono nel recinto della “Fattoria della pace”, che occupa circa tre ettari all’interno del Parco regionale Migliarino San Rossore Massaciuccoli, invece, giocano insieme e si buttano per terra, strusciando i fianchi sulla terra. “È un gesto innato dei cavalli, quando sono allo stato brado; nel farlo dentro i box, che sono stretti, rischiano però di morire, restando bloccati”.

La “Fattoria della pace” è un progetto dell’associazione Ippoasi (www.ippoasi.org), che è nata nel febbraio del 2010. Nei primi anni, il rifugio per animali era a Marina di Pisa, all’interno dell’area che ospitava l’ultimo centro ippico gestito da Christian insieme alla ex moglie, co-fondatrice dell’associazione. “Quando abbiamo deciso di chiudere con il maneggio avevamo 20 allievi e 20 cavalli a pensione. Abbiamo fatto una scelta anti-economica, dettata da una spinta etica” spiega Christian.
Aggiunge che i genitori di molti allievi non ne compresero i motivi, anche perché l’attività dell’associazione equestre Ippoasi (“il nome dell’ultimo centro ippico portava già in seno il nuovo progetto, vedi” racconta Christian) li aveva illusi che esistesse un’equitazione sostenibile: i cavalli, intanto, erano “scalzi”, cioè non venivano ferrati, e Christian aveva svolto diversi corsi fino a diventare “pareggiatore naturale”. Poi era stata eliminata anche l’“imboccatura”, e infine la selle: “I cavalli venivano montati con una fascia”, spiega Christian. A fine 2008, quando Christian e la sua ex moglie decisero di porre fine al maneggio a Marina di Pisa possedevano 7 cavalli, un asino, galline e 3 capre. “I cavalli, che erano stati innanzitutto una fonte di reddito, diventarono improvvisamente un costo, e per noi fu molto duro -spiega Christian-: per tutto il 2009 -aggiunge- si è retto, senza mai pensare di dar via gli animali”.

È stato a quel punto che è nata Ippoasi, seguendo l’esempio di altre strutture simili che nel frattempo Christian e la ex moglie avevano conosciuto in Italia, come “Vallevegan”, a Rocca Santo Stefano (Roma), ovvero “l’A-fattoria degli animali liberi” (www.vallevegan.org), o Vitadacani, di Arese, nell’hinterland di Milano (www.vitadacani.org). Entrambe le realtà seguono la cultura del veganismo, una filosofia di vita basata sul rifiuto di ogni forma di sfruttamento degli animali. “Ero già diventato vegano -racconta Chrstian Luciani-, ma lo avevo fatto con un percorso esperenziale, togliendo dalla mia dieta un animale dopo l’altro, a partire dalle galline, dopo aver instaurato una relazione di affetto e rispetto con quelle che ospitavo presso il centro ippico di Collesalvetti”. Fu poi la volta delle mucche, infine dei maiali. Dopo i terrestri, Christian passa ai pesci. Quindi, toglie tutti i derivati animali.
“All’inizio di questo percorso -aggiunge- non riuscivo a capire che il problema non era solo la mia dieta, ma anche lo sfruttamento degli animali”. Questa riconversione, il cui simbolo è l’attività di Ippoasi, ruota intorno a due parole, “da reddito”, appiccicate in coda agli animali, come a qualificarli oggetti a disposizione dell’uomo, e non soggetti. Nella “Fattoria della pace” convivono mucche, cavalli, asini, capre, galli e galline, maiali, pecore, oche, pony. “Si tolgono tutte le esigenze specie-specifiche” traduce in un linguaggio più tecnico Christian. Che precisa, però, come Ippoasi non sia un’associazione animalista, ma un progetto culturale e politico, con zampe ben piantate anche nel mondo dell’economia solidale: le t-shirt sono quelle di Raggio Verde, da filiera equo solidale e in cotone biologico, stampate ad acqua. Le assicurazioni del rifugio, invece, sono quelle “etiche” del Consorzio CAES (www.consorziocaes.org), e le donazioni -che sono in realtà “adozioni”, reali, dei singoli ospiti- si raccolgono su un conto corrente aperto presso Banca Etica (“Ippoasi è socia”, puntualizza Christian). “Abbiamo anche fondato il primo Gas vegano di Pisa, e siamo attivi all’interno del Distretto di economia solidale Alt(r)o Tirreno, dove abbiamo promosso una riflessione sul rapporto tra umani e non umani, un ambito cui il mondo dell’economia solidale a nostro avviso dovrebbe guardare con maggiore attenzione” sottolinea Christian. 
Un antidoto naturale “è dare un nome ad ogni altro animale”, mi spiega Silvia Sacilotto, che da Pordenone è arrivata a Pisa un anno e mezzo fa, e oggi segue il progetto di Ippoasi a tempo pieno ed è la presidente dell’associazione: “Tutti quelli ‘da reddito’ -spiega- sono un riconoscibili attraverso un numero, quello della marca o del microchip che ognuno di loro deve avere sempre con sé”. Per ovviare a questa spersonalizzazione, tutti gli ospiti del rifugio di San Piero a Grado hanno un nome, e una piccola biografia sul sito di Ippoasi.

Mentre camminiamo all’interno del recinto, Christian e Silvia mi raccontano la storia di ogni ingresso. Luna e Terra, ad esempio, sono due mucche che arrivano dall’Abruzzo, dove sono state salvate dalla Lav di Chieti. Hanno 18 anni, e quando sono arrivate ad Ippoasi -poco dopo l’apertura- avevano paura di vivere in uno spazio aperto, con altri animali. Ci hanno messo due anni a recuperare il proprio equilibrio mentale. “Una mucca a 18 anni è nel pieno della propria vita -spiega Christian-, mentre i bovini da carne vivono al massimo 2 anni, e quelle usate per la produzione di latte non più di 5 o sei. Quello dell’età, per noi, rappresenta un problema, perché non esistono rimedi né medicine in grado di curarli. Nessuna Facoltà di veterinaria si è mai occupata di studiare gli effetti degenerativi della vecchiaia sugli animali, si occupano solo del loro utilizzo” sottolinea il fondatore di Ippoasi.
Un’altra storia che mi racconta è quella di Sogno e Pierino, due capre letteralmente buttate via da un allevamento di Como perché rachitiche. Pierino è morto, dopo 5 mesi di degenerazione della malattia, mentre Sogno è davanti a noi e Christian lo indica: “È magro, e ha gambe lunghissime, per questo era stata scartato”.    
Intorno a noi, durante tutta l’intervista, ci sono una decina di volontari che puliscono il rifugio e riempiono di fieno le mangiatoie. È fine agosto, e approfittando delle ferie molti hanno passato una settimana qui ad Ippoasi. L’associazione fa parte anche della rete Wwoof, il movimento mondiale che mette in relazione volontari e progetti rurali naturali (www.wwoof.it). Secondo il bilancio sociale di Ippoasi, elaborato in collaborazione con il Centro servizi per il volontariato toscano, nel 2013 sono stati ben 59 quelli che hanno dedicato tempo alla gestione della Fattoria della pace. L’ospitalità è garantita a “Casa Ippoasi”, che è poi l’abitazione di Christian e Silvia, la cui porta è sempre aperta. “Ai volontari garantiamo vitto e alloggio” racconta Silvia. Per pagare queste spese, Christian lavora per tre giorni a settimana, come potatore e giardiniere.    
I costi del rifugio, invece, sono coperti grazie alle visite delle scuole e alle adozioni, che sono reali e dipendono dalla “misura” degli ospiti. Si va dai 10 euro al mese per le galline e le oche, ai 50 per gli animali di medie dimensioni fino ai 100 euro al mese per le mucche. “Le spese complessive sono di circa 3mila euro al mese -spiega Silvia-. Solo il fieno ne costa circa duemila”. Per accogliere le scuole, l’associazione Ippoasi ha elaborato del materiale didattico apposito, per favorire “una conoscenza degli animali basata sulle loro caratteristiche emotive, cosa gli piace e ciò che non sopportano, e sulle relazioni. Impariamo a considerare gli ospiti come ‘altri animali’, al pari dell’uomo”. Nei primi 7 mesi del 2014, il rifugio ha accolto 600 bambini di 30 classi, su un totale di 2mila visitatori. “All’inizio arrivano principalmente persone sensibili, legati all’ambito vegano, oggi invece c’è un contatto importante con il territorio”.
In vista dell’anno scolastico appena iniziato, Ippoasi ha inviato un’offerta didattica che prevede 4 incontri, con tre visite al rifugio in tre stagioni diverse. Alla fine, le classi potranno adottare un ospite.

Ad aiutare la costruzione delle relazioni contribuisce anche la via Livornese, dove ha sede la Fattoria della pace: è una zona di passaggio, specie in estate, per tutti quelli che vanno al mare a Marina di Pisa e Tirrenia: chi vede gli animali alle mangiatoie ferma la macchina e si avvicina, e così può conoscere il progetto. Alla relazione con la città di Pisa hanno contribuito anche iniziative come le cene a lume di candela al rifugio, con menù biologico, vegano e a “Km zero”, promosse in collaborazione con Animali in Cucina.
Il sostegno della città è stato evidente quando, a fine 2012, la Fattoria della pace ha dovuto lasciare Marina di Pisa, e si è trasferita nella sede attuale, “un terreno in abbandono da 15 anni, di proprietà della Regione Toscana e in gestione al Parco di San Rossore -spiega Christian-: quando lo abbiamo visto, lo abbiamo scelto. La Terza commissione del Comune di Pisa è rimasta impressionata dal mail bombing che abbiamo lanciato quando sembrava ci fossero problemi a rilasciare l’autorizzazione. Avevamo anche ventilato la possibilità di un’occupazione”. Era il tempo a non lasciar loro altra opportunità: a fine dicembre 2012 Ippoasi ha dovuto abbandonare l’area di Marina di Pisa, e gli animali non potevano restare per strada. “Quando si è trovato l’accordo, in 6 giorni abbiamo pulito tutta l’area e tirato su ottocento metri di recinzione”. Oggi Ippoasi è in attesa di conoscere il risultato della gara bandita ad agosto 2013 dalla Regione Toscana per l’affidamento dell’area per 4 anni, dopo averla occupata in virtù di un permesso provvisorio in attesa del bando.
Nel frattempo l’attività dell’associazione -che nel 2012 e 2013 ha raccolto donazioni per poco più di 50mila euro- cresce guardando al mare dell’Arcipelago toscano. Tra i volontari di Ippoasi, infatti, un “ruolo” speciale ce l’ha Marco Verdone, il medico veterinario omeopata che per Altreconomia edizioni ha scritto nel 2012 il libro a più voci “Ogni specie di libertà”, una Carta dei diritti degli animali dell’Isola di Gorgona, dove opera come veterinario responsabile della Casa di reclusione dal 1989.
Oltre a curare gli ospiti del rifugio, Verdone ha redatto con l’associazione Ippoasi un progetto per la riconversione dell’ultima isola-carcere d’Italia, seguendo l’esempio della Fattoria della pace. “Il primo passo è chiudere il macello -spiega ad Ae Carlo Mazzerbo, direttore di Gorgona e autore della prefazione al libro di Verdone-. La relazione con l’animale, non più finalizzata alla produzione, diventerà così per il detenuto una forma di trattamento. Inoltre, la presa in cura della vita degli animali è senz’altro più in linea con l’idea di recupero e la rieducazione che la Costituzione riconosce al periodo di detenzione. È importante, inoltre, l’eliminazione di gesti violenti”. Ad oggi, a Gorgona ci sono circa 50 bovini, un centinaio di ovicaprini e un numero importante di maiali. Secondo Mazzerbo si tratta di “un numero eccessivo per le nostre capacità economiche, specie nell’ottica di una riconversione dell’attività”. Per questo, recentemente sono stati pubblicati dei bandi di gara, con l’obiettivo di alienare alcuni animali, che sono di proprietà dello Stato.
Il direttore, che in più occasioni ha parlato di Gorgona come “isola dei diritti estesi a tutti”, si è dato un’obiettivo: avviare il progetto entro fine 2015.  “Noi vorremmo inserire la riconversione in un discorso più ampio -aggiunge-, individuando una realtà del territorio cui cedere alcuni servizi o attività, dal forno al bar, fino alla zona ortiva, garantendo anche la possibilità di aprire un piccolo ristorante. Queste realtà potrebbero assumere i detenuti. Sono servizi di cui fruirebbero i turisti”. L’obiettivo vero, infatti, è quello di creare un movimento turistico, trasformando l’azienda agricola in rifugio e fattoria didattica, in una visione di sostenibilità etica, rieducativa ed economica. Il primo passaggio, necessario, è collegare Gorgona (che dal punto di vista amministrativo fa parte del Comune di Livorno, e si trova a 37 chilometri dalla costa) alla terraferma. La riconversione ha i piedi piantati per terra. —
 
La Carta di tutti

“Gli animali non sono cose, né macchine”: è l’articolo 1 della Carta dei diritti degli animali, inedita Costituzione dei non umani, nata a Gorgona. Dall’isola-carcere dell’Arcipelago toscano il veterinario Marco Verdone racconta l’incontro tra detenuti e animali. “Ogni specie di libertà” (Ae edizioni, 112 pp, 12 euro). In libreria, bottega e sul nostro sito.

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