Opinioni

La strategia dell’incertezza

Jobs Act, prodotto interno lordo e Patto di stabilità, Tfr in busta paga sono temi dibattuti nonostante i confini molto indefiniti delle decisioni realmente varate dal governo guidato da Matteo Renzi. È un effetto della "prassi extraparlamentare" che affida l’intervento a leggi delega, amplificando, banalizzandole, le questioni con l’effetto di avere in meno tempo scontri più duri. Il commento di Alessandro Volpi

L’Italia è attraversata da un’aria di grande incertezza. In maniera quasi paradossale lo scontro titanico sui principi, sulle visioni generali, capace di evocare affollate manifestazioni di piazza e conflitti ideologici, deve misurarsi con i confini molto indefiniti delle decisioni realmente varate.
Si potrebbero fare numerosi esempi di questa anomala condizione, ma tre paiono particolarmente eloquenti.

1) È ormai assai diffuso il ricorso allo strumento delle legge delega che per sua natura affida al governo la possibilità di normare materie anche molto specifiche sulla base di un mandato necessariamente generico. Nel caso del “maxiemendamento” al Jobs Act ciò risulta evidente: si è assegnata al governo la delega di definire questioni molto articolate e tecnicamente spinose come l’universalizzazione degli ammortizzatori sociali, la rivisitazione delle politiche attive, da sempre pressoché inesistenti nel nostro Paese, l’introduzione per i nuovi assunti di un contratto a tutele progressive con l’effetto di scatenare una discussione pubblica molto vasta, preventiva e forse esorbitante rispetto ai reali contenuti delle regole che verranno adottate in concreto. In estrema sintesi e semplificando i termini della questione, il ricorso alla legge delega, per l’intrinseca natura generalista e incerta di tale veicolo normativo, apre discussioni fin troppo estese con il rischio di creare lacerazioni ben più profonde di quelle partorite dopo un dibattito selettivo e condotto secondo i “tradizionali” percorsi parlamentari. Ma tali percorsi si scontrano con l’urgenza della riforma del mercato del lavoro che rappresenta certo una delle condizioni care alla Commissione europea per non “inchiodare” il nostro Paese al palo dei vincoli del Patto di stabilità. Delegare al governo la prerogativa di legiferare su una materia così estesa e scottante, senza fissare troppi limiti e affidando alle relazioni di accompagnamento in aula piuttosto che al testo vero proprio i contenuti della futura legislazione, apre però praterie alle infinite interpretazioni di ciò che avverrà, trasformando una discussione complessa in un confronto campale di tifoserie, armate di slogan. Fare presto comporta così una prassi extraparlamentare che amplifica, banalizzandole, le questioni con l’effetto di avere in meno tempo scontri più duri.

2) Il secondo esempio dell’attuale clima di grande indeterminatezza è costituito dalla confusione che sembra imperare in merito ai calcoli europei in materia di rispetto del Patto di stabilità. Sta diventando fin quasi ridicola la diatriba sulla misurazione del disavanzo dei conti pubblici dei vari Paesi del Vecchio Continente. Non passa giorno che non vengano presentate nuove stime che tengono conto dell’ormai famosa “correzione” ammessa in forza delle difficoltà del ciclo economico in base alla quale ri-calcolare il rapporto tra deficit e prodotto interno lordo (PIL) e quindi consentire al Paese afflitto da tale ciclo negativo di recuperare prontamente, e miracolosamente, credibilità agli occhi dell’Europa e dei mercati. In maniera analoga, negli ultimi mesi si è aperto un dibattito su quale fossero i parametri per misurare sia il PIL sia le potenzialità produttive dei diversi Stati membri, con la conseguenza che, appunto, l’incertezza regna sovrana su un elemento, il rispetto del parametro del 3% tra deficit e PIL, a cui si affida in maniera antistorica e inopinata la valutazione della credibilità di un Paese. Non esistono certezze su cosa si intenda per correzione del ciclo, su come si misuri la capacità produttiva ma a tale incertezza affidiamo le nostre sorti.

3) L’ ultimo esempio ha a che fare con la complessa tematica dell’immediato trasferimento del TFR (trattamento di fine rapporto) in busta paga. Anche in questo caso è esplosa una discussione caldissima che inanella una sequenza di argomentazioni favorevoli e contrarie, dalla sostenibilità per le aziende di tale esborso, al reale beneficio per i consumatori, fino ai pericoli di appesantimento fiscale. Sono stati scomodate persino “storiche” posizioni di natura ideale, attribuendo una simile misura al patrimonio della Sinistra. Si tratta, ancora una volta, di una discussione decisamente importante che, tuttavia, ha ampi margini di indeterminatezza, perché dipende dalla volontà e dalla capacità del sistema bancario italiano di anticipare le liquidità necessarie al trasferimento del TFR, senza le quali l’operazione sarebbe quasi del tutto improponibile. Allora il vero tema non è quello del TFR in sé, ma quello della incerta condizione del credito italiano e della sua intenzione di usare i “rifornimenti” della Banca centrale europea (BCE) per consentire l’anticipo del TFR. Negli ultimi mesi, insomma, un panorama molto incerto ha provocato dure discussioni fondate su contrapposizioni certissime: un paradosso italiano?

* Università di Pisa

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